Ci sono due visioni opposte, ma entrambe praticabili. Una prevede un’alimentazione in loco, decentralizzata, così da non impattare sulla rete elettrica nazionale. L’altra invece suggerisce di unire i consumi. Forse la soluzione è una via di mezzo
L’ultimo maxi investimento di Microsoft è in Giappone. Nel prossimo triennio, l’azienda spenderà 10 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi data center. Non soltanto. Al centro del progetto, ufficializzato con la visita del presidente Brad Smith, ci sono “l’espansione delle infrastrutture locali, la collaborazione con partner giapponesi per ampliare le opzioni di infrastruttura per l’intelligenza artificiale, il rafforzamento delle partnership pubblico-private in materia di cybersicurezza con le istituzioni nazionali giapponesi e la formazione di oltre un milione di ingegneri, sviluppatori e lavoratori nei settori strategicamente più importanti”. Entusiasta la premier nipponica Sanae Takaichi, certa che Microsoft abbia fatto degli investimenti per la crescita nelle tecnologie avanzate e della sicurezza economica una priorità nazionale. Ciascun impegno – aggiunge la prima ministra – è direttamente correlato alle priorità di crescita e sicurezza economica del Giappone”. Le fa eco Smith: “Microsoft è profondamente impegnata in Giappone e l’annuncio consentirà di soddisfare la crescente domanda del Paese sui servizi cloud e di intelligenza artificiale”.
Già, ma come? Sicuramente nella stesura del piano saranno sorte una serie di domande. Quella più urgente è come alimentare queste enormi strutture in cui vengono contenute le nostre informazioni. Il consumo di energia è infatti uno degli ostacoli allo sviluppo. Per non frenarlo, bisognerà trovare una soluzione praticabile.
Al momento sembrano emergere due visioni, che si possono riassumere con altrettante parole: centralizzata e decentralizzata. Per la prima si immagino i data center come delle isole energetiche, mentre per la seconda si presuppone che gli edifici debbano collegarsi alla rete elettrica nazionale. Due idee opposte, ognuna con i rispettivi pro e contro, quindi entrambe valide sulla carta.
Da una ricerca di Cleanview è emerso che il 30% dell’alimentazione energetica richiesta dai data center verrà realizzata sul posto. La percentuale potrebbe aumentare, arrivando a un 50%. D’altronde è possibile far funzionare una struttura per anni, senza intaccare la rete nazionale provocando rallentamenti nella connessione o, peggio, dei blackout. Proprio questa settimana, Chevron e Microsoft hanno svelato un progetto simile per la costruzione di una centrale a gas naturale da destinare a un data center in Texas.
Ben contente di questa iniziativa sono le varie società energetiche. Ma gli esperti sostengono che anche la popolazione godrà di effetti positivi. Una delle preoccupazioni principali – almeno negli Stati Uniti – riguarda proprio l’impatto dei data center sulle bollette. La paura è che, in nome del progresso, le famiglie spenderanno molto di più rispetto al passato.
C’è chi crede il contrario. Ovvero che i prezzi cresceranno proprio con un sistema decentralizzato. L’IA diventerà più costosa, quando invece l’obiettivo è renderla alla portata di tutti.
Forse la soluzione si trova nel mezzo. Adottare un approccio ibrido, iniziando prima con l’alimentazione in loco per poi passare alla rete nazionale, è quello che suggeriscono alcuni esperti. Anche condividere l’onere dei costi potrebbe essere una strada perseguibile. A inizio mese, le maggiori big tech – Amazon, Google, Meta, Microsoft – hanno sottoscritto un impegno con la Casa Bianca per coprire i costi energetici derivanti dai loro data center. Il dibattito rimane vivo.















