Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Ferrara, Generale dei Carabinieri e Direttore responsabile di Gnosis al volume di Antonio Teti dal titolo “Spionaggio 6.0. Intelligence, intelligenza artificiale e nuove dinamiche del potere globale”, Rubbettino Editore
Il saggio di Antonio Teti stupisce. Inquieta. Incanta. Accompagna il lettore tra le anse ordinatorie e tassonomiche di un tema ardito per multifattorialità e multidimensionalità. Accoglie le esperienze del passato e del presente e le innesta con i semi di un futuro che sembra svelare a poco a poco, con il pudore della conoscenza e con il coraggio della curiosità. Non abbandona il profilo accademico, ma cerca di calarsi nella realtà di un’intelligence che è, allo stesso tempo, pensata e agita. Attraversa il dominio dei «sistemi compositi» e avanza in quello dei «sistemi complessi» (DE TONI 2024) . Quello proposto dall’autore è, quindi, un viaggio inedito e di confine, trasversale e interdipendente, che nasce per analizzare il presente e cercare di ordinarlo. Nondimeno, spingendosi oltre le colonne d’Ercole del pregiudizio, si affida alla speculazione anticipatoria e alla vocazione eleusina dell’azione, immergendosi nella tempesta della complessità.
Ne riconosco il tratto, tante volte condiviso durante le sue lezioni nei corsi di analisi o in occasione del convegno annuale degli analisti presso la Scuola di perfezionamento per le Forze di polizia oppure nei saggi pubblicati in «Gnosis. Rivista italiana d’intelligence», di cui è autorevole e assiduo ospite. La dimestichezza alla categorizzazione s’incrocia con l’attualizzazione e l’adattamento corrente alla realtà che si trasforma, in una temperie che non concede rendite di posizione analitiche e accademiche, mette alla prova conoscenze ed esperienze e interroga con parole nuove. Si è immersi nella “sospensione gramsciana” , in bilico tra un passato superato e un futuro accarezzato ma non ancora stretto tra le mani, con il bisogno di rinvenire, cercare o costruire un’affidabile scala da cui sporgersi verso il futuro, senza cadere. Viviamo, infatti, in un’epoca in cui reale e digitale s’intrecciano, l’informazione cessa di essere solo uno strumento per assumere tutti i caratteri di una nuova dimensione, con effetti tellurici in ogni aspetto della conoscenza e dell’azione umana (TETI 2019).
Antonio Teti sceglie la pista dello spionaggio per cercare il nuovo registro dell’intelligence, sfida l’ambito operativo più esclusivo ed elitario e ne fa cartina di tornasole di come «il secolo fragile» (KAPLAN 2025) possa produrre effetti imprevedibili e indesiderabili per la sicurezza nazionale. Sullo spionaggio e sul controspionaggio molte sono le scuole di pensiero. Alcune sono inclini a pensarli in modo totalizzante e interdipendente secondo una prospettiva olistica che li considera cornici indispensabili sia al contrasto delle minacce sia per il sostegno e la protezione dello sviluppo industriale, economico finanziario e geopolitico. Altre sono più centrate sulla tradizionale guerra di spie e sul confronto diretto tra Stati, messo in crisi, però, dall’ibridazione pervasiva delle opportunità e delle vulnerabilità nonché dall’eterogeneità onnivora degli strumenti del conflitto e della competizione tra attori non più solo statuali (TETI 2018).
Il saggio ricompone l’unità di tali visioni e le traduce in uno spazio tecnologicamente sofisticato, per poi annodare la cybersecurity alla guerra cognitiva e considerare come la digitalizzazione avanzata degli ambienti operativi e le continue conquiste scientifiche abbiano creato le condizioni per un’accelerazione esponenziale. Getta l’ancora tra le onde tempestose. Cerca di fissare l’orizzonte e dare un senso compiuto alla mappa delle trasformazioni, ordinando gli assetti probabili, le misure possibili, le correnti cui dare un nome, un prefisso, un acronimo, affinché il nominarli li renda già credibili, o almeno possibili.
È un pensiero circolare quello di Teti, che a tratti si spiralizza, insegue il centro, attraversa il caos generato dalla complessità e si spinge in un oltre irredimibile. Le metamorfosi stanno ridefinendo il significato e il perimetro dello spionaggio: i servizi d’intelligence integrano ormai machine learning, deep learning, data fusion e reti neurali per accelerare le decisioni, individuare anomalie, irrobustire le capacità di analisi e sostenere – nel dominio ibrido che si va affermando – le operazioni cibernetiche, psicologiche e cognitive, così che la manipolazione informativa diventa strumento letale di competizione e di conflitto. In questo ambito contorto, l’autore cerca di dipingere un nuovo ecosistema d’intelligenze umane e artificiali e di riconoscere le novità nei diversi momenti del processo informativo, così da dare respiro concreto alle sue intuizioni.
Si affaccia un’intelligenza artificiale (IA) quale furia gorgonica che accompagna ma non appartiene, libera e sfuggente, amata e letale per chi non conosca i rischi della hýbris. Incide su ogni fase del ciclo d’intelligence, come emerge nel testo con acute osservazioni tecniche. In quella cruciale, cioè nella formulazione della domanda, il potenziamento degli strumenti euristici placa l’ansia del pellegrino analista tra le pietre di Delfi e s’intreccia con l’intuito edipico che osa sfidare la Sfinge. Nel targeting, consente di dominare la scelta delle risorse da impiegare, di coordinare le piste della ricerca così da pianificare interventi organizzativi e di rinvenire le luci e le ombre della messa a terra dei progetti info operativi. Nella raccolta, ormai su scala globale e in tempo reale, integra le diverse fonti, le ben note -int (che qualcuno ancora confonde con l’intelligence tout court, mentre ne sono solo strumenti specialistici): Osint (Open Source Intelligence), Sigint (Signals Intelligence), Humint (Human Intelligence), Geoint (Geospatial Intelligence), Masint (Measurement and Signature Intelligence), Finint (Financial Intelligence). A tali -int si sommano i dati non convenzionali provenienti dal dark web, dall’IoT, dai metadati e dai dati biometrici.
Teti fissa nel termine “6.0” l’originale e integrato significato di convergenza tra intelligence tradizionale, IA, automazione, cyber e domini ibridi. Così, le “spie 6.0” seguono – più decisamente rispetto all’approccio timido e selettivo dell’inizio – le tracce sparse nell’intricata dimensione digitale: accessi anomali, download sospetti, comunicazioni ricorrenti, cambiamenti improvvisi nello stile di vita online, memorizzazione permanente di ogni gradimento, di ogni esperienza, di ogni passaggio nella solo apparente trasparenza del web. Nei social network l’IA permette di mappare più efficacemente una massa enorme di relazioni e contatti, rivelando nodi inattesi o connessioni che possono orientare l’avanzamento informativo e operativo. Gli algoritmi di Natural Language Processing (Nlp) possono rilevare linguaggi cifrati, schemi linguistici insoliti, contenuti criptati o nascosti. In fase elaborativa, si evidenziano pattern occulti o occultati, segnali deboli e anomalie che sfuggirebbero all’analisi umana o sarebbero eccessivamente onerose. L’IA supporta gli analisti nella gestione dei big data, nella validazione e nel riscontro dei risultati. Proprio in un quadro così fluido, la capacità predittiva è l’offerta più qualificata dell’IA, potendo stimare la probabilità di vulnerabilità soggettive incrociando variabili di contesto e personali, economiche e psicologiche con tecniche ormai affidabili che includono behavioral analytics, insider threat detection, profilazione emotiva, social network analysis, computer vision e un catalogo pressoché infinito che imita la Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges.
Nel campo dell’azione informativa, inoltre, l’integrazione tra droni, robot spia e IA sta trasformando radicalmente le operazioni d’intelligence: sciami di microdroni coordinati da algoritmi IA possono effettuare ricognizioni esterne, distinguere attività civili da movimenti sospetti e costruire mappe dettagliate combinando immagini ottiche, termiche e segnali radio. Raccolgono segnali elettronici, mappano infrastrutture critiche e posizionano sensori ambientali, sfruttando tecniche di sensor fusion.
Anche nelle covert operations si garantisce una più efficace gestione delle identità di copertura. Durante le operazioni, si anticipano minacce e segnali di compromissione, mentre algoritmi di computer vision analizzano in tempo reale il campo operativo, rilevando anomalie e valutando livelli di rischio.
Teti declina il processo informativo e individua le opportunità e le vulnerabilità conseguenti all’affermazione di strumenti tecnologicamente avanzati quali l’IA. Rispetto al passato, in cui agli operatori dell’intelligence era chiesto di catturare pochi elementi informativi in sfere assai orientate verso la segretezza e la parsimonia comunicazionale, oggi il problema non è più la scarsità di dati ma il loro eccesso, la loro frammentazione e la difficoltà di valutarne l’attendibilità. All’ebbrezza trimalcionica di essere immersi nell’oceano di dati segue il panico per quell’overload che è il più temibile nemico dell’analista. Come il phármakon , ogni dosaggio eccessivo diventa venefico.
Il lavoro di Teti, nel valorizzare quanto l’IA sia ormai un moltiplicatore di facoltà strategiche e operative, ha anche il merito di affrontare gli spinosi temi legati variamente alla sua integrazione con l’agente umano. Sul nostro rapporto con la tecnica c’è un dibattito antico e suggestivo, e le soluzioni pendolano tra visioni utopiche e derive distopiche. Teti chiarisce e conforta quanto da tempo nell’intelligence pubblica e privata è assodato: il binomio uomo-tecnica è da sempre indissolubile. Ha costituito il motivo dello sviluppo sociale ed economico dell’umanità che nel segno prometeico ha riposto il senso recondito della vita stessa, quella di superarsi per sopravvivere.
La stessa sicurezza si è avvalsa della tecnologia per affermarsi rispetto alle sfide più pericolose. Ad esempio, in ambito di polizia, i successi ottenuti contro la mafia e il terrorismo derivano da un elevato grado di competitività raggiunta grazie alla pervasività degli strumenti di sorveglianza e intercettazione, la quale ha consentito di penalizzare e, quindi, anemizzare le linee di comando e controllo avversarie. In altre parole, l’impossibilità per i vertici di riunirsi e di eleggere la commissione provinciale di Palermo – poiché ogni tentativo è stato intercettato e bloccato – ha determinato l’acefalia di Cosa nostra e la riduzione della sua portata strategica. Così, a più elevato livello, anche la competitività tra Stati dipende dalle rispettive dotazioni e possibilità umane e finanziarie, nel circolo vizioso di economia, tecnologia e potere che costituisce il demone del futuro. Il grado di libertà di un Paese dipende ormai dalla sovranità che riesce a garantirsi in questo ambito. Ne deriva una permanente tensione per mantenere o acquisire un posizionamento strategico tecnologico e, quel che costituisce la novità degli ultimi decenni, ciò non riguarda solo gli Stati o le istituzioni ma qualsiasi organizzazione, anche privata. La labilità dello status quo non concede il consolidamento del primato: l’innovazione può sparigliare le carte, rimettere in gioco, alterare equilibri. Vitali sono le “risorse precorritrici” e il loro accaparramento diventa questione di sicurezza nazionale, risiko dello spionaggio 6.0.
Teti ribadisce costantemente che l’IA non sostituirà l’elemento umano, bensì lo rafforzerà, migliorandone reattività, precisione e resilienza. Per quanto riguarda l’analisi, se l’IA eccelle nell’elaborazione di grandi volumi di dati, nell’individuazione di anomalie e nella generazione di scenari predittivi (grazie a una potenza di calcolo che lo sviluppo quantistico potrebbe ampliare esponenzialmente), tuttavia, essa non potrà mai supplire il giudizio critico, la sensibilità culturale e l’acume interpretativo in ultima istanza dell’analista. Ciò sembra assodato, almeno al momento, e riscontrato in quasi tutti i dibattiti pubblici . Nell’auspicata collaborazione uomo macchina entrambi mutano e s’influenzano a vicenda. Solo integrati possono raggiungere risultati efficaci e sostenibili.
Nello spionaggio come nel controspionaggio quanto sinora oggetto di riflessioni assume un tono più acuto. L’IA diventa un moltiplicatore di potenza “ibrido”, amplificando in modo trasversale e interdipendente tutti i vettori della guerra sotto soglia: cyber attacchi, spionaggio economico e industriale, operazioni clandestine e sabotaggi. Tra i tanti versanti delle sfide 6.0, infatti, Teti richiama l’attenzione alla disinformazione, all’influenza e alla guerra cognitiva, nonché ai loro effetti di breve e lungo termine. Si apre il sipario sui novelli Sei personaggi in cerca d’autore (dal titolo del dramma di Luigi Pirandello del 1921) e una fiorente letteratura amplia ogni giorno di più la frontiera delle speculazioni filosofiche, sociali, tecniche e politiche .
Il web e, soprattutto, i social media hanno modificato radicalmente la formazione dell’opinione pubblica: da spazi di confronto informale sono diventati piattaforme governate da algoritmi che selezionano, amplificano e oscurano contenuti in base a criteri opachi e orientati all’engagement emotivo. Teti coglie come l’IA abbia reso la manipolazione informativa un vero e proprio processo industriale. Nelle campagne di disinformazione, infatti, l’IA consente un’analisi pervasiva del pubblico, costruisce narrazioni emotive, targettizza sino al singolo utente, genera contenuti sintetici e appetibili (video, audio, testi, immagini) e li diffonde tramite bot e reti coordinate. La guerra psicologica non è certo neonata ma l’attuale tecnologia la rende più rapida, capillare e personalizzata, con un impatto nefasto sulla sicurezza e sulla democrazia. La sfida pretende un ecosistema informativo capace di resistere a queste subdole e pervasive forme di minaccia. I danni sono sistemici e comportano l’erosione della fiducia nelle fonti ufficiali, la tribalizzazione del discorso pubblico, la normalizzazione degli atteggiamenti ostili e dell’aggressività irragionevole, la decadenza della verità (truth decay ) e l’irrilevanza della verità fattuale.
Con l’IA non solo si amplifica la disinformazione ma si destabilizzano gli assetti democratici e si altera il rapporto tra cittadini, istituzioni e media. Come ben descritto dal professore e sociologo Carlo Bordoni, l’esposizione mediatica comporta anche una delega in bianco ai privati Big Tech (BORDONI 2025). Un controllo che può tradursi in flussi informativi targettizzati, destinati non solo a promuovere i consumi, ma anche a condizionare la nostra autonomia decisionale attraverso un mix sapiente di fake news, immagini selezionate, interviste e commenti. Produce inoltre ricadute sensibili sulla sicurezza nazionale e influisce sugli indirizzi politici di un Paese, fino a metterne a rischio le garanzie democratiche. Gli effetti sono visibili e sorprendono. Presi nella morsa di contendenti che rinunciano al piano dialettico e rilanciano modelli aggressivi un tempo ristretti negli ambienti del tifo calcistico, i cittadini perdono la bussola del senso comune, si alienano nella terra di nessuno del “a prescindere” e si espongono titanicamente all’azione malevola, finendo per parteciparvi e per fungere da cassa di risonanza. Si consuma il tradimento della promessa di una nuova connettività globale con l’emersione di meccanismi di polarizzazione e manipolazione (BENANTI 2025). Non si tratta di un problema di “cultura”, intesa nella sua accezione formale: è, invece, un malanno parassitario del senso di cittadinanza, il quale presta il fianco a una faziosità che, talvolta, è morbo epidemico, altre volte, esito malvagio di strategie profetiche di pifferai magici. Con il mutare del contesto di riferimento deve cambiare anche l’assetto e l’approccio dell’intelligence sia verso l’esterno, con un’operatività rinnovata e al passo delle sfide olistiche e ibride, sia verso l’interno, promuovendo nuove soft skill negli operatori, evitando, nondimeno, l’eccesso di un fideismo di maniera.
Teti avverte anche un nuovo rischio: la pressione del tempo, l’efficientismo esasperato e l’eccesso informativo, ormai carattere proprio del nuovo spazio digitale. Questi possono spingere il decisore a fidarsi più dell’IA che dell’analista umano. Ciò alimenterebbe il cosiddetto automation bias, cioè la tendenza a sovrastimare l’accuratezza delle decisioni automatizzate rispetto a quelle umane. Portato all’eccesso, l’analista non supervisionerebbe più la macchina ma ne confermerebbe passivamente le conclusioni, con una conseguente dissoluzione della responsabilità. Le nuove generazioni d’IA generativa e agentica aprirebbero la strada a sistemi semi autonomi capaci di produrre report, analisi e relazioni, rischiando di espellere l’uomo dal ciclo d’intelligence. Eppure, l’IA non restituisce la realtà: ne produce solo una proiezione statistica, una sintesi babelica ma non esaustiva né esatta. Affidarle l’interpretazione degli scenari significherebbe legittimare una realtà simulata, con implicazioni strategiche devastanti.
Certamente non si può rimanere ancorati alle matite bicolori o alla sapienza umana ristretta e fallibile, nana difesa davanti all’ordalia infinita della marea informativa. L’analista dovrà essere un ibrido, vantando competenze computazionali unite a sensibilità umanistiche, abilità nel leggere i modelli come un tempo si gestivano le fonti, riconoscendo bias, lacune e distorsioni. Il successo di tale progressiva ibridazione dipenderà dalla maturità cognitiva tanto degli analisti quanto dei decisori, che del sistema e della sua armonia sono responsabili.
Le riflessioni di Francesca Sensini, professoressa dell’Università Côte d’Azur, illuminano una possibile pista interpretativa del ruolo dell’intelligence anche al tempo dell’IA. La nota scrittrice chiama in causa Odisseo, eroe epico “dal multiforme ingegno” e dalle molte esperienze, e Atena, suo nume tutelare, dea dell’intelligenza pratica, volta alla decifrazione dei dati del reale in vista di un’azione concreta e vittoriosa (SENSINI 2025). In un mondo in cui ci si confronta sistematicamente con forme di minaccia ibride e con schieramenti variabili e incostanti con temperature condizionate da variazioni climatiche geopolitiche (mi si consenta la metafora), come la sua custode Atena, Odisseo, e così l’intelligence, è (deve essere) polýtropos (“versatile”), letteralmente “che si volge in molte direzioni”. Centrale, quindi, risulta la métis, l’intelligenza che legge la realtà e le sue manifestazioni complesse e le dipana, le maneggia e se ne serve per agire e riuscire nei propri intenti. Riflessioni che dimostrano come l’intelligenza umana, frutto di eredità di secoli, possa rivendicare sensibilità poetiche tali da garantire all’analisi uno sguardo senza angoli.
Infine, Teti definisce l’intricato contesto dello spionaggio oggi: l’IA è strumento operativo ed è anche target, sia da proteggere sia da cui proteggersi. Ne consegue che la tecnologia è il nuovo campo di battaglia, in cui molti sono i punti di alleanza – non sempre dalla tenuta assoluta – e altrettanti sono quelli conflittuali, nonostante, in quest’ultimo caso, la globalizzazione non escluda la persistenza di legami subacquei. Tecnologia che è onnivora sotto l’aspetto energetico, economico, culturale, scientifico e, quindi, politico, imponendo un nuovo tipo di competizione, più aggressiva, totalizzante e discriminante. Quel che appare più inquietante è considerare come essa sia capace di aumentare in modo esponenziale le diseguaglianze tra, da una parte, coloro che hanno possibilità e capacità di essere motore e timone dell’innovazione e, dall’altra, coloro che ne sono trasportati. Questi ultimi manifestano inizialmente l’entusiasmo per un viaggio onirico. Poi, progressivamente, provano il timore panico di essere solo merce nel gioco distopico di una moderna Vita degli altri, come nella pellicola del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck. Ciò appare moltiplicato all’ennesima potenza con il paventato spionaggio quantistico e con le sue conseguenze sul piano geopolitico, economico e sociale, esasperando la competitività per il controllo globale, che non potrà che essere ancor più aggressiva e cinica di quella in atto.
Teti, pertanto, fornisce un servizio odisseico: osserva il mondo che noi cambiamo e che ci cambia, e lo fa con il verso dello spionaggio che non sfugge alla prometeica furia che ci permea, si cinge dell’armatura 6.0 ma conserva il pugnace e segreto senso di una coscienza da non smarrire. Il saggio, perciò, al di là del robusto ricorso alle categorie tecniche, vuole insegnare e non istruire, offrendo comunque elementi utili anche agli operatori sul campo dell’intelligence. È una tappa del lungo percorso dell’autore sui sentieri della cultura tecnica dell’intelligence, tra tappe tutte importanti (come insegna la poesia Itaca (1911) di Costantino Kavafis, metafora del viaggio come processo di conoscenza), che hanno prodotto saggi tematici apprezzati unanimemente.
Il viaggio prosegue e questo testo è già gravido di nuovi spunti che sono convinto saranno oggetto di altra importante scrittura.
Riferimenti
- Benanti, Il crollo di Babele, in M. Caligiuri (a cura di), Il fuoco di Prometeo. Intelligence e intelligenza artificiale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2025.
- Bordoni, Crisi della modernità e cultura della sorveglianza nella società digitale, «Gnosis, Rivista italiana di intelligence» XXXI (2025) 1, pp. 51-64.
A.F. De Toni, Decalogo della complessità. Agire, apprendere e adattarsi nell’incessante divenire del mondo, Editore Guerini e Associati, Milano 2024.
- Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2001.
R.D. Kaplan, Il secolo fragile. Caos e potere nel mondo in crisi permanente, Marsilio, Venezia 2025.
- Sensini, Intellego ac Tueor. L’intelligenza di Odisseo sotto l’egida di Atena, «Gnosis, Rivista italiana di intelligence» XXXI (2025) 3, pp. 31-46.
- Teti, Cyber Espionage e Cyber Counterintelligence. Spionaggio e controspionaggio cibernetico, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018.
- Teti, Il potere delle informazioni. Comunicazione globale, Cyberspazio, Intelligence della conoscenza, Gruppo 24 Ore, Milano 2019.
















