L’escalation tra Stati Uniti e Iran spinge il rischio energetico globale verso una soglia critica, con possibili effetti diretti anche sull’Italia. Secondo Giuseppe Dentice (OsMed), lo scenario più plausibile è una gestione prolungata della crisi, tra negoziati informali e rischio costante di escalation. I prossimi mesi saranno segnati da “grande volatilità e incertezza”, con un Medio Oriente destinato a non tornare allo status quo precedente
“Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà”. Donald Trump alza oggi il livello dello scontro con l’Iran e lo fa con parole che non lasciano spazio a interpretazioni. Dalla Casa Bianca, il presidente americano aveva avvertito ieri che la Repubblica Islamica potrebbe essere “cancellato in una notte”, minacciando nuovi attacchi su larga scala contro infrastrutture civili strategiche come ponti e centrali elettriche. Il tutto accompagnato da una deadline precisa – le 08:00pm Eastern Time di martedì (le 2:00 di notte in Italia) – entro la quale Teheran dovrebbe accettare un accordo con Washington per evitare una nuova ondata di bombardamenti. Tra le condizioni indicate da Trump, anche la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di circa un quinto del petrolio globale, oggi fortemente limitato dalla rappresaglia iraniana dopo settimane di conflitto. Parole che segnano un ulteriore salto di qualità nella pressione americana e che arrivano mentre i negoziati restano incerti e Teheran ha già respinto una proposta di cessate il fuoco.
Il punto non è solo militare o diplomatico. È in ballo una questione di sicurezza globale che passa dal mondo energetico – e riguarda direttamente anche l’Italia. Se il rifiuto iraniano dovesse tradursi nell’intensificazione della ferocia militare americana e israeliana, al di là delle questioni di diritto internazionale per l’estensione degli attacchi anche a infrastrutture civili, la reazione di Teheran potrebbe colpire il cuore del sistema petrolifero del Golfo. Sotto droni e missili dei Pasdaran potrebbero finirci gli impianti che, come dimostrato in queste settimane, restano vulnerabili e la cui distruzione avrebbe effetti ben più profondi e duraturi rispetto alla sola chiusura di Hormuz. Se infatti il blocco di Hormuz – già di per sé critico – può essere riassorbito nel breve/medio tempo (secondo operatori dello shipping, in un arco di “almeno 4-6 mesi per tornare al ritmo di traffico pre-guerra”), il danneggiamento degli impianti produttivi aprirebbe una crisi molto meno reversibile. Il rischio è quello di un’impennata strutturale dei prezzi energetici e di un nuovo shock globale, con ricadute immediate su inflazione, filiere industriali e stabilità economica europea. Un rischio di cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato profondamente durante la sua recente missione nella Regione del Golfo.
In questo contesto, la finestra negoziale evocata da Trump assume un valore decisivo. L’ipotesi di un accordo last minute – che si tratti di un cessate il fuoco temporaneo o più difficilmente di un’intesa strutturata – rappresenta oggi l’unico elemento in grado di contenere un’escalation che appare altrimenti incontrollabile. Lo stesso presidente americano, pur alternando toni durissimi a segnali di apertura, ha ammesso l’incertezza sull’esito del conflitto, parlando di una “fase critica” mentre i contatti tra le parti sarebbero ancora in corso, con Pakistan, Turchia, Egitto e Paesi del Golfo che lavorano incessantemente per evitare il peggio. Dall’altra parte, la Repubblica Islamica – che sente in questo momento storico una sfida esistenziale – continua a porre condizioni elevate, chiedendo non solo la fine permanente delle ostilità ma anche la revoca delle sanzioni e garanzie sulla sicurezza della navigazione lungo Hormuz. Due posizioni che, allo stato attuale, restano distanti e rendono il margine negoziale estremamente fragile.
Sul terreno, intanto, i segnali di escalation si moltiplicano. Israele ha colpito impianti petrolchimici in Iran, mentre Teheran ha ribadito la disponibilità a rispondere con attacchi “devastanti” contro obiettivi civili in caso di ulteriori operazioni. Allo stesso tempo, l’abbattimento di un velivolo americano e il successivo intervento delle forze speciali statunitensi per il recupero dei piloti evidenziano come il conflitto abbia già superato la soglia della deterrenza simbolica, entrando in una dimensione operativa più diretta e rischiosa. Un elemento che rafforza la percezione di un confronto sempre meno gestibile attraverso canali tradizionali e sempre più esposto a dinamiche di escalation rapida. Dinamiche su cui grava anche l’imprevedibilità di Trump, che se da un lato potrebbe spingere l’acceleratore della guerra (per dimostrare forza e determinazione), dall’altro potrebbe repentinamente interrompere tutto – consapevole che questa scelta, seguita da una narrazione vittoriosa, sarebbe la preferita anche dai suoi elettori.
I mercati, del resto, stanno già incorporando questo rischio. Il Brent ha superato i 110 dollari al barile, mentre il prezzo del greggio americano è salito di circa il 70% dall’inizio delle ostilità. Ma per ora controllano l’isteria. Parallelamente, gli indici azionari registrano segnali di tensione, riflettendo l’incertezza su una crisi che combina fattori militari, energetici e finanziari. In questo quadro, la questione di Hormuz si conferma centrale non solo come chokepoint logistico, ma come leva geopolitica capace di influenzare l’intero equilibrio economico globale. E proprio qui si gioca la partita più delicata delle prossime ore: evitare che una crisi già grave si trasformi in uno shock sistemico.
In questo quadro, l’elemento forse più destabilizzante resta l’impossibilità di prevedere scelte e mosse della Casa Bianca. “Il punto è che l’imprevedibilità di Trump al momento non rende plausibili molti scenari, e non si riesce a immaginare un contesto davvero credibile: domina l’incertezza”, spiega Giuseppe Dentice, esperto di Medio Oriente dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V. Dentice individua tre possibili scenari. Il primo, quello di un accordo rapido tra le parti in grado di sbloccare la situazione, viene definito “assolutamente implausibile”. Più realistico è invece uno scenario di gestione prolungata della crisi, in cui Stati Uniti, Israele e Iran continueranno a confrontarsi su livelli medio-bassi, lasciando spazio a negoziati informali e all’azione di intermediari. Il terzo scenario, implicito ma sempre presente, è quello di un’escalation più ampia e incontrollata. In questo contesto, Washington si muove su un doppio binario: da un lato l’uso della forza per consolidare la propria posizione negoziale, dall’altro il tentativo di contenere la capacità iraniana di minacciare Israele.
Allo stesso tempo, la guerra ha già prodotto effetti strutturali sugli equilibri geopolitici dell’area. Il conflitto, sottolinea Dentice, “ha scosso profondamente lo scenario regionale e ha finito per rafforzare la posizione iraniana”, rendendo Teheran meno incline ad accettare accordi che non riconoscano un suo ruolo nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, oltre a garanzie contro nuove azioni militari israeliane. Questo rafforzamento si traduce in un Iran più assertivo ma anche più inviso agli altri attori regionali, in un contesto in cui la fiducia dei Paesi arabi nei confronti di Teheran appare sempre più ridotta.
Parallelamente, il baricentro operativo israeliano si sta spostando verso il Levante. Israele, osserva Dentice, ha “lasciato l’iniziativa agli Stati Uniti” sul dossier iraniano e ha concentrato la propria attenzione sul Libano, dove è in corso una campagna militare che punta a consolidare una presenza nel sud del Paese e a ridefinire gli equilibri anche lungo il confine siriano. Un’evoluzione che si inserisce in una più ampia ridefinizione della geografia strategica regionale.
In un contesto in cui “non esiste più una deterrenza credibile e l’uso della forza ha sostituito ogni forma di negoziazione”, è difficile immaginare una rapida de-escalation. I prossimi mesi, avverte Dentice, saranno segnati da “grande volatilità e incertezza”, con un Medio Oriente destinato a non tornare allo status quo precedente. Israele, secondo questa lettura, emerge come l’attore che ha ottenuto i maggiori vantaggi operativi, mentre gli Stati Uniti appaiono più esposti e politicamente indeboliti. Un equilibrio fragile, che rende ancora più urgente evitare che la crisi energetica si trasformi in uno shock sistemico globale.
















