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Iran, così Vance e la Cina hanno fermato Trump

Il cessate il fuoco con l’Iran appare meno come il risultato di una strategia coerente e più come l’esito contingente di un equilibrio precario tra pressioni divergenti. Più che fermare una guerra, il vicepresidente Vance e Pechino – con l’aiuto diplomatico del Pakistan – hanno contribuito a evitare che una crisi già fuori controllo superasse un punto di non ritorno. Resta da vedere se questo equilibrio potrà essere mantenuto, o se si tratta solo di una pausa prima di una nuova escalation

A meno di due ore dalla scadenza fissata dalla Casa Bianca, Donald Trump sembrava pronto a ordinare un attacco su larga scala contro infrastrutture iraniane. Nei giorni precedenti aveva evocato scenari di “completa demolizione” di ponti e centrali elettriche, arrivando a suggerire che “un’intera civiltà” avrebbe potuto essere cancellata. Parole che avevano portato alcuni a immaginare l’evocazione dell’uso dell’arma atomica. Poi, all’improvviso, la svolta: un cessate il fuoco di due settimane, costruito su una proposta iraniana in dieci punti definita dallo stesso presidente “una base negoziale praticabile”. T.a.c.o. Tuesday?

Il passaggio dal brinkmanship alla de-escalation non è stato il risultato lineare della pressione militare americana. Piuttosto, è emerso da una convergenza di fattori che hanno progressivamente ristretto il margine decisionale di Trump: una dinamica interna all’amministrazione, incarnata dal ruolo operativo del vicepresidente JD Vance, e una pressione esterna guidata dalla Cina, con il Pakistan come principale architetto negoziale sul terreno. Tutto mentre il popolo Maga, ossia lo zoccolo elettorale trumpiano, continua a pensare che l’Iran è uno dei mali del mondo, ma distante abbastanza da non intaccare gli interessi America First: ossia, un’ampia maggioranza di elettori americani, anche repubblicani e trumpiani, non appoggiano l’uso dello strumento militare contro Teheran. E non è una questione di pacifismo, piuttosto di pragmatismo: costi onerosi per benefici e interessi limitati. Lo stesso pragmatismo sui costi/benefici che potrebbe essere dietro alla scelta di Trump di fermarsi.

Nelle ore decisive, il sistema decisionale statunitense ha mostrato segnali di forte disarticolazione. Il Pentagono preparava piani per una campagna di bombardamenti estesa, mentre alleati regionali si preparavano a una possibile ritorsione iraniana su scala senza precedenti — rappresaglia che avrebbe colpito gli impianti petroliferi per primi, rendendo la reversibilità dei danni molto complessa. All’interno della stessa amministrazione, fonti indicano che fino all’ultimo momento non vi era chiarezza sulla direzione che il presidente avrebbe preso. La retorica d’escalation di Trump – inclusa la minaccia esplicita di colpire infrastrutture civili – conviveva con segnali intermittenti di apertura negoziale. È d’altronde l’imprevedibilità a essere la misura dell’azione politica dell’attuale Casa Bianca — e lo è nel bene, come strumento che disorienta i rivali, ma anche nel male.

Su questo, ci sarebbe da leggere il saggio uscito su Foreign Affairs ieri, firmato da Amaney Jamal e Michael Robbins, dal titolo esplicito: “America has lost the Arab world”. “Le persone nella regione hanno perso quasi ogni fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti”, scrivono gli autori nella rivista di riferimento per l’analisi della politica globale. “Invece, nel complesso, ora considerano la Cina, l’Iran e la Russia più favorevolmente degli Stati Uniti e, spesso, dell’Europa”, chiosano. Ancora: “Più che mai, Washington e molti dei suoi alleati chiave sono visti come unilaterali, moralmente compromessi e selettivamente impegnati nel diritto internazionale rispetto a questo asse di autocrazie. Alla domanda su quale paese protegge le libertà, contribuisce alla sicurezza regionale e sostiene la causa palestinese, gli intervistati hanno scelto Cina, Iran e Russia più spesso degli Stati Uniti o di alcuni dei suoi partner”.

In questo contesto, il ruolo di Vance è emerso come quello di un facilitatore pragmatico, orientato a un pensiero che tiene in equilibrio ciò che la sua gente chiede con la percezione globale degli Stati Uniti che verrà dopo il conflitto — e non solo tra le collettività mediorientali. Mentre Trump manteneva una postura pubblica aggressiva, il vicepresidente operava attraverso canali indiretti, in particolare con i mediatori pakistani, contribuendo a mantenere aperto uno spazio negoziale che altrimenti sarebbe stato rapidamente eroso. La sua azione si inserisce in una più ampia sensibilità, già emersa in precedenza, verso i costi strategici di un conflitto prolungato in Medio Oriente.

Parallelamente, la Cina ha svolto un ruolo meno visibile ma altrettanto determinante. Pechino, principale partner commerciale dell’Iran, ha esercitato pressioni su Teheran affinché accettasse un percorso di de-escalation, lavorando prevalentemente attraverso gli intermediari regionali. Su tutti, ancora, c’è il Pakistan, ma anche Turchia ed Egitto. L’obiettivo era chiaro: evitare una destabilizzazione prolungata del Golfo che avrebbe avuto ripercussioni dirette sulla sicurezza energetica globale. Non è irrilevante che lo stesso Trump abbia successivamente riconosciuto – con l’AFP – che la Cina ha contribuito a portare l’Iran al tavolo negoziale. Un segnale generoso anche in vista del vertice con Xi Jinping del mese prossimo.

Il Pakistan, in questo schema, ha svolto il ruolo di snodo operativo. Islamabad ha gestito il flusso di proposte tra Washington e Teheran, facilitando una giornata di negoziazioni definita da più fonti come “caotica”, ma che ha progressivamente prodotto convergenza su un cessate il fuoco temporaneo. Il risultato rappresenta uno dei successi diplomatici più significativi per il Paese negli ultimi anni, ma soprattutto evidenzia la crescente capacità di attori regionali – spesso sottovalutati – di incidere su crisi ad alta intensità.

Dal lato iraniano, la decisione di muoversi verso un accordo è stata presa ai massimi livelli. Fonti concordano sul fatto che la guida suprema Mojtaba Khamenei abbia autorizzato direttamente i negoziatori a cercare un’intesa, superando le resistenze di parte dell’apparato dei Pasdaran. Questo passaggio è stato descritto come un “breakthrough”, senza il quale il cessate il fuoco non sarebbe stato possibile. Qui la notizia non sta tanto nella dinamica quanto nel riconoscimento definitivo del ruolo del nuovo leader, che in queste settimane alcuni davano per inesistente, vittima egli stesso dei bombardieri come il padre, il suo predecessore Ali Khamenei.

Tuttavia, i termini della proposta iraniana evidenziano quanto fragile e ambigua sia la base dell’accordo. Tra i punti più rilevanti figurano la richiesta di garanzie di sicurezza, la fine delle operazioni contro alleati regionali e, soprattutto, l’introduzione di un sistema di tariffe per il transito nello Stretto di Hormuz, da condividere con l’Oman. Se formalmente l’Iran accetta la riapertura dello stretto, nei fatti ne ottiene una forma di legittimazione del controllo, trasformando un passaggio tradizionalmente considerato internazionale in uno spazio soggetto a condizioni negoziate cui Teheran partecipa – stando al Financial Times avrebbe chiesto di poter ricevere un dollaro per ogni barile di petrolio che transita lungo Hormuz, da pagare in criptovalute. Sembra piuttosto differente da una sconfitta: visto il valore di quelle rotte, la Repubblica Islamica ottiene dalla guerra trumpiana un riconoscimento delle sue capacità di resilienza, trasformando la deterrenza sullo stretto in un controllo formalizzato. Certo, tutto condizionato chiaramente; e la potenza di azione americana ha già dimostrato quanto sia profondo tale condizionamento.

Un elemento particolarmente sensibile emerge inoltre dalla discrepanza tra le versioni linguistiche del piano. Nella versione in farsi compare un riferimento all’“accettazione dell’arricchimento” nucleare, assente nelle versioni in inglese circolate tra gli interlocutori internazionali. Se confermato, questo dettaglio potrebbe rappresentare una concessione implicita di rilievo, con potenziali implicazioni per l’intero regime di non proliferazione.

Questi aspetti rendono evidente come il cessate il fuoco non equivalga a una risoluzione del conflitto, ma piuttosto a una sospensione temporanea delle ostilità, costruita su ambiguità deliberate. Le divergenze tra le parti restano significative, e non vi è garanzia che le negoziazioni possano tradursi in un accordo duraturo. “La speranza si scontra con l’imprevedibilità”, nota un diplomatico europeo.

Sul piano strategico, la crisi offre tre indicazioni di fondo. La prima riguarda i limiti della coercizione: la minaccia militare ha contribuito a creare pressione, ma non è stata sufficiente a produrre un accordo senza l’intervento di attori terzi. La seconda concerne la frammentazione della leadership americana, dove la gestione della crisi appare distribuita tra livelli diversi, talvolta in tensione tra loro. La terza riguarda il ruolo crescente della Cina come stabilizzatore selettivo, capace di intervenire quando i propri interessi economici ed energetici sono direttamente coinvolti.

In questo quadro, il cessate il fuoco appare meno come il risultato di una strategia coerente e più come l’esito contingente di un equilibrio precario tra pressioni divergenti. Più che fermare una guerra, Vance e Pechino hanno contribuito a evitare che una crisi già fuori controllo superasse un punto di non ritorno. Resta da vedere se questo equilibrio potrà essere mantenuto, o se si tratta solo di una pausa prima di una nuova escalation.


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