La tregua con Teheran ha evitato lo scenario peggiore, ma non ha risolto nulla. La crisi ha mostrato il limite dell’azione americana e la necessità, per l’Europa, di dotarsi finalmente di una capacità autonoma di deterrenza. Il ragionamento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta
«A las cinco de la tarde». L’ora sospesa e fatale evocata da Federico García Lorca nella sua celebre elegia è sembrata tornare, simbolicamente, anche nel nostro presente: la scorsa notte il mondo è rimasto con il fiato sospeso in attesa della scadenza dell’ultimatum all’Iran imposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Eppure, lo scenario di distruzione che sembrava sul punto di materializzarsi non si è (fortunatamente) verificato.
Come leggere quanto accaduto tra Washington e Teheran in queste ore così concitate? È stato il consueto comportamento ‘Taco’ di Trump, che dopo tanto minacciare alla fine si è trovato costretto a fare marcia indietro, oppure si è trattato di una strategia ragionata della Casa Bianca volta a mettere il regime degli ayatollah con le spalle al muro per arrivare alla riapertura dello Stretto di Hormuz? Ammettiamolo: se “alle cinque della sera” (o meglio, alle otto orario di Washington) non si è consumata la tragedia, è anche perché nessuno degli attori in campo aveva davvero interesse ad arrivare fino in fondo. Da una parte, gli Usa avevano bisogno di trovare rapidamente una via d’uscita da questo conflitto oggettivamente insensato; dall’altra, l’Iran aveva ormai ampiamente dimostrato di poter resistere agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Tuttavia, questa tregua di due settimane non è (ancora) una soluzione: è una tregua fragile, in un mondo che sembra sempre più tornato a una logica ottocentesca fatta di potenza, deterrenza e sfere di influenza, senza dimenticare il Libano e il cerchio ravvicinato di sicurezza per Israele ancora sotto attacco.
Non si è trattato solo di evitare una guerra totale – che avrebbe avuto conseguenze incalcolabili – ma di prendere atto di un limite. Gli Stati Uniti, pur restando la principale potenza militare globale, non possono più permettersi – come negli anni Novanta e nei primi Duemila – di agire in solitudine senza pagare un prezzo politico, economico e strategico altissimo. La frattura con gli alleati europei, già evidente, si è ulteriormente ampliata in questo ultimo mese e dopo oltre un anno di continui attacchi arrivati dall’altro lato dell’Atlantico.
E proprio qui si apre una riflessione cruciale per l’Europa. In questo contesto il Vecchio Continente – e in particolare l’Italia – non può più permettersi ambiguità. La crisi ha reso evidente un dato: la sicurezza europea non può dipendere esclusivamente dall’ombrello americano. Serve una capacità autonoma di deterrenza, che non significhi isolamento, ma equilibrio in un’alleanza più matura e paritaria. Ecco perché la crisi di queste ultime settimane, che si è consumata nel Golfo, deve essere uno stimolo per noi europei a fare rapidamente dei passi avanti verso una vera Difesa europea, sia dal punto di vista strategico sia da quello industriale.
In questo quadro, l’Italia può giocare un ruolo da protagonista. Realtà come Leonardo e Fincantieri (insieme al loro indotto) rappresentano non solo un’eccellenza tecnologica, ma uno strumento strategico di primo piano. L’Italia dispone di competenze avanzate nei settori aerospaziale, elettronico, navale e della sicurezza, consolidate attraverso decenni di cooperazione internazionale. In più, programmi congiunti con gli Stati Uniti degli scorsi anni – dal caccia F-35 Lightning II ai velivoli da trasporto e da addestramento, agli elicotteri e alle Fremm, le fregate costruite nei cantieri di Marinette – dimostrano come la collaborazione transatlantica possa essere non solo mantenuta, ma rilanciata su basi più equilibrate e rafforzate. Allo stesso tempo, iniziative europee come il Gcap (Global Combat Air Programme), in cui Leonardo svolge un ruolo cruciale, aprono la strada a una maggiore integrazione industriale continentale.
Dunque, il punto non è scegliere tra Europa e America, ma costruire una posizione autonoma senza rinunziare all’ombrello americano, che consenta di dialogare con Washington da pari, contribuendo in modo credibile alla sicurezza comune. Rafforzare l’industria della Difesa significa infatti perseguire un duplice obiettivo: garantire la protezione degli interessi nazionali ed europei e, al contempo, consolidare una filiera industriale capace di competere sui mercati globali. La premier Meloni, il vicepremier Tajani e il ministro della Difesa Crosetto, come dimostrato dal loro atteggiamento prudente e ragionato di queste ultime settimane, sono consapevoli della necessità di mantenere salda la cooperazione transatlantica (seppure in un periodo complesso come quello attuale) e, al contempo, di agire per il rafforzamento della nostra industria della Difesa, così da perseguire quella indispensabile ‘autonomia strategica’ a livello europeo, generando anche opportunità economiche per l’Italia grazie a uno dei suoi settori industriali di punta.
















