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Il Libano: e noi? La riflessione di Cristiano

Senza un segnale di vicinanza si lascia andare la sola capitale marittima del Mediterraneo orientale arabo per indifferenza alla sua complessità. Il Mediterraneo ha sponde, lati, ma è uno. Andare a Beirut non sarebbe stato, o non sarebbe, solo un gesto di altruismo

100 raid in dieci minuti. Il dato è stato reso noto, subito, dal governo israeliano. Quei dieci minuti cosa hanno provocato? Il ministro della Salute, Rakan Nassereddine, ha dichiarato che «203 martiri e oltre 1.000 feriti» sono stati registrati a seguito dei raid aerei israeliani di ieri, mentre la Protezione civile ha riferito di «254 morti e 1.165 feriti». Un portavoce della Protezione civile ha spiegato che «molti feriti vengono soccorsi sul posto e non vengono trasferiti negli ospedali, il che può influenzare i dati del ministero della Salute». Dunque nonostante una certa discrepanza o imprecisione è stato un fatto “rilevante”, che però il Presidente degli Stati Uniti ha classificato come il prodotto di “scaramucce”.  La sensazione prodotta è quella di essere non considerati, dimenticati, rimossi, abbandonati.

Un libanese che vive all’estero ha scritto in ore recenti che ha passato tutta la notta a cercare tutti i suoi parenti, tutti i suoi amici d’infanzia; uno ad uno. Non penso che si aspettasse la magnanima compassione e vicinanza di Donald Trump, ma quella del mondo. Al di là dei comunicati di vicinanza, era la decisione, ancora possibile, di prendere un aereo, magari da parte della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, perché è l’Europa che è sempre stata l’elemento culturale che ha contaminato il Libano, e soprattutto la sua capitale Beirut, rendendola nelle parole del suo figlio più illustre, il martire (di Hezbollah) Samir Kassir, una città araba, mediterranea, europeizzata. Il volo della signora Von der Leyen, magari per recarsi in un ospedale più che nei palazzi del cosiddetto “potere”, non ridurrebbe quell’europeizzazione a dato residuale.

Il Libano si è presto tolto l’abito coloniale, ma poco dopo, con l’arrivo dei profughi palestinesi, il dramma della guerra lo ha sconvolto, con la presenza di tanti eserciti stranieri. I feddayn palestinesi, i soldati e l’intelligence siriana, i soldati israeliani e subito dopo i pasdaran.

Il Libano non ha una storia millenaria come la Persia-Iran: ha sulle spalle un passato breve, circa un secolo dalla creazione coloniale, ottant’anni dalla sovranità liberatisi dal colonialismo. Ma i guai profondi sono cominciati prima di nascere, col bivio esistenziale su cosa fosse il Libano. Se da una parte la città di Beirut offriva una storia eccezionale, prima capitale marittima del Mediterraneo orientale arabo, epicentro della sua cultura perché prodotto dell’intreccio mediterraneo e del cosmopolitismo, tanto da aver inviato al Sultano, già nell’Ottocento, una petizione firmata da tutti i notabili cittadini di tutte le diverse comunità di fede per promuovere Beirut a capitale regionale nell’Impero, dall’altra parte c’erano gli ideologi della montagna, delle valli chiuse e identitarie, eterni luoghi di salvezza da persecuzioni che nel più dei casi si rivelavano capovolte, essendo state non dell’altra fede, ma di chi da quello stesso mondo considerava questo o quel perseguitato un eretico.

Queste teorie identitariste si sono avvalse di slogan facili, come “Libano, Svizzera del Medio Oriente”, che non parlava di mucche con campanacci, ma di cantoni confessionali, separati, arcigni, chiusi. Ma serviva anche un’ideologia. Questa l’ha fornita in particolare padre Henri Lammnens, un geniale gesuita che ha capovolto le persecuzioni, e visto solo picchi di montagna, prova terrene di un disegno divino che delimitava i confini del Paese, senza mai poter il mare e i suoi scambi culturali e commerciali.

Le guerre hanno aiutato le montagne e seviziato Beirut: la salvezza si cerca nel segreto delle valli montane, non negli spazi aperti della costa, che anzi sono combattuti per eliminare spazi comuni. Ma è sempre stata Beirut il motore libanese, è Beirut l’amalgama di un Paese che ha nell’incontro, nella comune cittadinanza, nel superamento degli steccati, il senso di una storia tanto breve quanto appassionante. È Beirut che ha fatto del Libano un’idea.

Beirut è stata devastata tante volte. Il suo tratto europeizzato è stato fatto esplodere il 4 agosto 2020 da Hezbollah, che mandò per aria il gioiello libanese e beirutino, il porto. Ieri Israele ha determinato il crollo di interi palazzi; ciò che li legge è che si dava la caccia a qualche miliziano che in quei palazzi si nascondeva. È stato uno shock: nessuno si è sentito più al sicuro dentro casa, ed è corso per strada, mentre i commercianti chiudevano precipitosamente le serrande dei loro esercizi. Da Washington è arrivata la parola “scaramucce”.

Una visita di vicinanza avrebbe offerto, o offrirebbe, molto. Senza si lascia andare la sola capitale marittima del Mediterraneo orientale arabo per indifferenza alla sua complessità, indispensabile a tutti coloro che vivono affacciandosi su questo mare, tra i quali ci siamo anche noi. Il Mediterraneo ha sponde, lati, ma è uno. Andare a Beirut non sarebbe stato, o non sarebbe, solo un gesto di altruismo.

 

 

 


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