L’Europa si trova di fronte a un dilemma strategico in Medio Oriente dopo la tregua tra Iran e Stati Uniti, tra pressioni americane, limiti interni e un coinvolgimento selettivo. Come osserva Arturo Varvelli, tutto dipenderà da Hormuz e dalla capacità europea di unire sicurezza marittima e ritorno al dialogo con Teheran
La fragile tregua tra Washington e Teheran ha fatto poco per ridurre la pressione strategica sull’Europa. Se possibile, ha chiarito i termini di un dilemma che le capitali europee non possono più rinviare: contribuire alla stabilità in Medio Oriente senza essere trascinate in una strategia americana che non hanno né definito né pienamente condiviso.
Nel breve periodo, la questione è operativa. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita una quota significativa dell’energia diretta in Europa – resta instabile, con l’Iran che mantiene un controllo di fatto sull’accesso e segnala la propria capacità di leva. Il presidente Donald Trump ha da sempre chiarito che qualsiasi accordo di cessate il fuoco dovrà includere la piena riapertura del passaggio. Ma ha anche alzato la pressione sugli alleati, chiedendo contributi militari concreti entro pochi giorni e mettendo apertamente in discussione il valore della Nato.
“La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci saranno se ne avremo di nuovo bisogno”, ha scritto ieri sul suo social Truth, sintetizzando uno slittamento più ampio: da una frustrazione di tipo transazionale a una diffidenza strategica. Il messaggio arriva dopo settimane di critiche, minacce di ridislocazione delle forze statunitensi e nuove tensioni su dossier come la Groenlandia – tutti segnali di un rapporto transatlantico sempre più condizionato.
La pressione viene canalizzata attraverso l’Alleanza. Mark Rutte ha trasmesso alle capitali europee le richieste di Washington, sollecitando impegni rapidi per la sicurezza di Hormuz. Diversi Paesi hanno indicato una disponibilità di principio, ma a condizioni precise: una tregua duratura, un mandato giuridico chiaro e garanzie sulla sicurezza degli asset europei.
Questo scarto tra urgenza americana, e fattuale (vista la situazione), e cautela europea riflette più di una divergenza procedurale. Segnala una differenza di fondo sull’approccio al Medio Oriente. L’intervento statunitense contro l’Iran – condotto insieme a Israele ma fuori da un quadro Nato – ha rafforzato in Europa il timore di essere coinvolti in impegni militari aperti senza un adeguato coordinamento politico.
Le risposte delle capitali europee sono quindi calibrate. Da Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha per esempio inquadrato la priorità in termini giuridici ed economici: ristabilire la libertà di navigazione come bene pubblico globale, essenziale per stabilizzare mercati energetici e catene di approvvigionamento. L’Italia lavora all’interno della coalizione guidata dal Regno Unito per la sicurezza marittima, ma con un approccio prevalentemente diplomatico. Anche la Commissione europea ha ribadito che il diritto internazionale non consente pedaggi o restrizioni sul transito nello Stretto.
I margini di manovra europei sono però limitati non solo dall’esterno, ma anche dall’interno. Un recente sondaggio condotto da Politico in sei grandi Paesi Ue mostra un cambiamento significativo nelle percezioni: gli Stati Uniti sono oggi considerati una minaccia da una quota di cittadini superiore rispetto alla Cina. Allo stesso tempo, esiste un ampio consenso sulla necessità di rafforzare le capacità di difesa europee e di approfondire l’integrazione militare. Tuttavia, questo consenso si indebolisce quando implica costi concreti. Gli europei sostengono la sicurezza, ma senza sacrifici personali o fiscali – una contraddizione che complica qualsiasi accelerazione dell’impegno militare.
Questa tensione è già evidente nel dibattito sull’Ucraina e sulla spesa per la difesa, e si riflette ora anche sul Medio Oriente. I governi sono chiamati a rispondere alle richieste americane in un contesto dunque di gestione di un consenso interno fragile e disomogeneo. In Italia, ad esempio, una quota significativa dell’opinione pubblica ritiene già eccessiva la spesa militare, pur a fronte di un contributo relativamente contenuto al sostegno a Kyiv. Come sarebbe vista una nuova missione a Hormuz?
In questo contesto, la traiettoria più probabile è quella di un coinvolgimento selettivo. L’Europa cercherà di giocare un ruolo stabilizzatore nel Golfo, ma attraverso coalizioni, strumenti giuridici e impegni graduali, piuttosto che con un intervento militare diretto e strutturato. L’obiettivo è garantire la sicurezza delle rotte senza alimentare dinamiche di escalation.
Ne risulta una postura che da Washington può apparire esitante, ma che riflette vincoli strutturali. L’Europa non si sta disimpegnando dal Medio Oriente. Sta ridefinendo i termini della propria presenza, bilanciando obblighi di alleanza e autonomia strategica, pressioni esterne e limiti interni.
Come osserva Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), molto dipenderà anche dall’evoluzione della fase post-tregua e, in particolare, dal nodo centrale dello Stretto di Hormuz: “Per capire cosa può fare l’Europa dobbiamo capire come va avanti la situazione. E su tutto, va compreso se agli iraniani verrà effettivamente concesso di controllare con un pedaggio lo Stretto, un precedente importante su cui gli europei mi sembra abbiano perplessità e preoccupazioni abbastanza compatte”.
Allo stesso tempo, sottolinea il think tanker paneruopeo, l’inazione non rappresenta una soluzione: “Va però detto che sebbene tutte le criticità del caso, compattarsi nel non fare nulla porti a nessun risultato. C’è per esempio la possibilità di potenziare il perimetro di una missione navale che già opera in quel contesto, e questo potrebbe essere l’occasione per essere presenti, magari operando in modo indipendenti dalle strutture di comando americane”.
Una prospettiva che però apre interrogativi politici e operativi: come reagirebbero gli Usa? “Sì, c’è lo scoglio dell’integrazione e dell’interoperabilità”, osserva, indicando anche un’alternativa più flessibile: “Un’altra via, più soft, potrebbe essere la creazione di quella coalizione di volonterosi in cui si muovono piccoli gruppi, per esempio Francia, Italia, Germania e Regno Unito, che hanno la capacità di proiettare una forza navale di monitoraggio e deterrenza. Ma anche qui, c’è da capire quale mission potrebbero avere”.
Nel medio periodo, la questione si sposta su un piano più ampio. “Credo che comunque l’Europa debba e possa tornare ad avere un ruolo, una volta finita la guerra e con una nuova fase di dialogo con l’Iran che può partire, ma serve una forza politica”, sottolinea Varvelli, indicando la necessità di distinguere tra dimensione militare e diplomatica. “Qui però credo anche che serva tenere separata la missione di sicurezza marittima lungo Hormuz da quella di carattere politico che può per esempio tornare a negoziare sul nucleare, come già fatto in passato”.
In uno scenario di distensione, aggiunge, si aprirebbe uno spazio negoziale concreto: “Se si crea un clima di distensione, l’Europa, che sia in forma di Ue o di coalizione di volonterosi, può negoziare con Teheran accordi di passaggio marittimo, magari offrendo in cambio la riduzione della pressione sanzionatorie in settori potabili, perché le ipotesi sono davvero poche e l’interruzione a tempo indeterminato dello Stretto di Hormuz, che per ora non sta ripartendo a livello di flussi commerciali, è un grosso grosso problema per l’Europa”.
















