Ci sono ragioni oggettive dietro la richiesta del ministro dell’Economia di pensare a una deroga dal “Patto di stabilità”, nel caso in cui la crisi internazionale dovesse aggravarsi, che bisognerebbe prendere in considerazione. Sempre che la Ue voglia dimostrare, con i fatti, che le continue accuse di Donald Trump nei suoi confronti sono infondate. Il commento di Gianfranco Polillo
Alla sommessa richiesta di Giancarlo Giorgetti, che proponeva una deroga dal “Patto di stabilità”, nel caso in cui la crisi internazionale dovesse aggravarsi, la risposta europea non si è fatta attendere.
L’intervento di Valdis Dombrovskis, come scrive UEnews, ha gelato l’Italia. “Niet: il regolamento lo vieta”, per riprendere il tormentone, che spesso ha animato la comicità italiana. “Per sospendere il patto occorre che ci sia una grave crisi economica nell’eurozona o nell’Ue nel suo complesso, e non ci troviamo in questa situazione”, ha precisato il Commissario europeo per l’economia e tante altre cose ancora.
Il che è come sostenere che l’Europa praticherà la respirazione a bocca a bocca solo dopo la morte del paziente. Nel frattempo, infatti, “la priorità numero uno è la transizione sostenibile, con il rafforzamento delle reti“: ha continuato il Lettone. Ne consegue che “non va aumentata la domanda aggregata di petrolio e gas” ma accresciuta l’azione politica per l’agenda verde, per mettere al sicuro l’Ue una volta per tutte.” E quanto al rischio di “stagflation”, pure evocata, ci penseranno i posteri.
Di fronte a questa levata di scudi, al povero Giorgetti, cui va tutta la nostra solidarietà, non è rimasto altro che ribadire che, forse, Annibale, ossia la recessione, è alle porte. Cercherà quindi, di convincere qualche suo collega, meno tetragono (copyright di Dante Alighieri) della bontà delle tesi italiane. Nel frattempo non ha potuto far altro che ritardare la pubblicazione del Documento di finanza pubblica, che doveva essere reso noto lo scorso 10 aprile.
Si attende Eurostat, che il prossimo 20 aprile, pubblicherà i dati sull’indebitamento italiano relativo allo scorso anno. Finora esiste solo un dato provvisorio, fornito dall’Istat, che lo quantifica nel 3,1%. Quello 0,1% in più che condanna l’Italia nel purgatorio della “procedura d’infrazione”. Si spera che Eurostat, rifacendo i conti, possa fare meglio. Speranza ben riposta? In generale sì. Il dato Istat è provvisorio. In passato le necessarie revisioni hanno, quasi sempre, corretto in meglio il dato del deficit di bilancio: sia rivedendo i dati di finanza pubblica che la dinamica del Pil. Trattandosi di un rapporto, entrambi possono giocare a favore dell’Italia.
Attualmente il deficit previsto, secondo le ultime indicazioni dello stesso Mef, è pari al 3,07%. L’arrotondamento porta quella cifra ai valori precedentemente indicati. Ne consegue che se l’Eurostat dovesse invece indicare un valore pari al 3,04%, la stessa regola salverebbe il Bel Paese. Il deficit sarebbe infatti certificato nel 3% con la concessione del relativo salvacondotto. La differenza in definitiva è pari a 3 centesimi di Pil. In valore 677 milioni di euro. L’equivalente, dato il contesto della finanza pubblica in Italia, del prezzo di una tazzina di caffè.
Il paradosso è più che evidente. Se l’Italia dovesse infatti essere condannata e rimanere impigliata nella “procedura d’infrazione” quel purgatorio, di cui si diceva in precedenza, si trasformerebbe in un inferno. Non avrebbe, infatti, più diritto al prestito, già concesso dalla Commissione (per 14,9 miliardi sui 150 previsti per l’intera Europa) nell’ambito del “programma Safe” (Security Action For Europe), per far fronte alle maggiori spese per la difesa. Il che porterebbe ad un drammatico bivio: rinunciarvi, come sostengono gli ingenui pacifisti d’ogni risma e colore, oppure coprire la spesa con i normali stanziamenti di bilancio. Quindi nuove tasse o tagli di altri impegni.
Sul piatto della bilancia sono quindi 677 milioni (l’eventuale maggior deficit di bilancio nello scorso anno) contro 14,9 miliardi di euro. Ed il tutto per rispettare le regole di un “Patto di stabilità e crescita” ch’era stupido al tempo (anno 2002) di Romano Prodi, ma che nel frattempo non è rinsavito. Anzi la situazione, almeno per quanto riguarda l’Italia, è decisamente peggiorata. Le ragioni di questa evidente involuzione vanno ricercate non solo nella sua rigidità: cosa più che evidente. Ma in ciò che quest’elemento nasconde. La voglia di affidarsi alla cabala – la tirannia del semplice algoritmo – piuttosto che l’assunzione di responsabilità, con un giudizio ponderato sulla situazione economica finanziaria di ciascun Paese.
E le conseguenze si sono viste. Nel 2022, secondo il Fmi per la prima volta il peso specifico dell’Europa sul Pil mondiale sarà uguale a quello degli Stati Uniti, per poi divergere verso il basso, fino a raggiungere, secondo le previsioni, una differenza di circa 1 punto percentuale, nel 2030. Nel 1980 l’Europa sopravanzava gli Stati Uniti di una percentuale pari a circa il 6%. In questo progressivo ridimensionamento, l’Italia, stando ai dati Eurostat, ha subìto, tra i Paesi dell’Eurozona, il peggior declassamento.
Dalla nascita dell’euro, il suo peso (Pil reale) è infatti sceso dal 18,4 al 15% rispetto al totale dell’Eurozona. La Germania, tanto per avere un termine di paragone, è passata dal 27,9 al 26,5%. La Grecia dal 2,2 all’1,8%. Tutti i restanti 17 Paesi sono leggermente cresciuti o rimasti stazionari. Si deve solo aggiungere che rispetto agli anni precedenti (1995), il decalage si è accentuato, da una perdita media annua dello 0,12%, si è passati allo 0,2%. Fenomeno che sembra, invece, essersi arrestato solo a partire dal 2021. Ci sono quindi ragioni oggettive dietro la richiesta di Giancarlo Giorgetti, che sarebbe sciocco non prendere in considerazione. Sempre che la Ue voglia dimostrare, con i fatti, che le continue accuse di Donald Trump nei suoi confronti sono infondate.
















