Il blocco navale statunitense nello Stretto di Hormuz segna una brusca escalation contro l’Iran, sollevando interrogativi sulla sua efficacia e sui rischi globali. Emergono due punti di vista differenti: Giorgio Cafiero (Gulf State Analytics) avverte dei rischi di escalation e della fragilità della deterrenza, mentre Zineb Riboua (Hudson Institute) vede un Iran indebolito sotto crescente pressione americana
Gli Stati Uniti hanno deciso di imporre un blocco navale nello Stretto di Hormuz, segnando una brusca escalation nel confronto con l’Iran dopo il fallimento dei negoziati ad alto livello in Pakistan. La scelta, maturata dopo lo stallo dei colloqui guidati dal vicepresidente JD Vance, evidenzia le difficoltà crescenti di Donald Trump nel trasformare la pressione militare in un risultato politico sostenibile.
L’obiettivo dichiarato è ridurre la capacità iraniana di finanziare lo sforzo bellico attraverso le esportazioni di petrolio. Tuttavia, lo strumento scelto — un embargo che colpisce una delle principali arterie energetiche globali — introduce rischi che travalicano il perimetro della crisi bilaterale. Attraverso Hormuz transita una quota significativa dell’offerta mondiale di greggio, rendendo qualsiasi interruzione un fattore di instabilità sistemica. Gli effetti colpiscono già — e potrebbero colpire più pesantemente — la sicurezza economica internazionale, dall’Europa all’Asia.
La decisione — che secondo quanto comunicato dal Pentagono sarà “applicata in modo imparziale contro le navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti iraniani e dalle zone costiere, compresi tutti i porti iraniani sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman” — rischia inoltre di compromettere una tregua già estremamente fragile. “Il cessate il fuoco è, per usare un eufemismo, fragile. Potrebbe crollare in qualsiasi momento con una ripresa delle ostilità”, avverte Giorgio Cafiero, Ceo di Gulf State Analytics, una società con sede a Washington che si occupa di consigliare aziende e governi sulle dinamiche della Regione del Golfo.
Secondo l’analista, Teheran guarda con profondo scetticismo alle intenzioni di Washington, anche alla luce delle esperienze negoziali più recenti. “Gli iraniani temono che Stati Uniti e Israele abbiano accettato questa pausa solo per guadagnare tempo e riorganizzarsi prima di riprendere le operazioni militari”, osserva, sottolineando come la leadership iraniana metta in dubbio la possibilità stessa di negoziati in buona fede, soprattutto sotto l’attuale amministrazione americana.
In questo contesto, il rischio di escalation appare concreto. Cafiero, in una conversazione con Formiche.net avverte che, in caso di ripresa dei bombardamenti, Teheran difficilmente distinguerà tra Stati Uniti e Israele nella propria risposta. L’obiettivo sarebbe quello di aumentare i costi del conflitto in modo significativo, anche attraverso azioni più aggressive. “Mi aspetto che una ritorsione iraniana implichi colpire Israele molto più duramente e con minore attenzione alle perdite civili”, afferma, delineando uno scenario in cui la logica della deterrenza prevale su quella della contenimento.
Alla base di questo approccio vi è una precisa linea strategica: evitare che il territorio iraniano diventi teatro di attacchi ricorrenti sul modello di quanto avvenuto in altri contesti regionali. “L’Iran vuole evitare di diventare ‘un altro Libano’ o ‘un’altra Gaza’”, spiega Cafiero, evidenziando la volontà di Teheran di impedire la normalizzazione di operazioni militari cicliche contro il proprio territorio. In caso di ripresa del conflitto, aggiunge, la priorità sarebbe “fare tutto il possibile per ristabilire la propria capacità di deterrenza”.
Questa lettura si contrappone a un’altra interpretazione, diffusa in alcuni ambienti di analisi strategica a Washington. Zineb Riboua dell’Hudson Institute ritiene infatti che la traiettoria attuale conduca verso un progressivo indebolimento dell’Iran. “Stiamo andando verso uno scenario specifico: l’Iran viene indebolito, messo all’angolo e isolato”, afferma, indicando come fattori determinanti la pressione economica, le sanzioni e la ridotta capacità di coordinamento con i proxy regionali.
Pur riconoscendo che i Pasdaran mantengono una postura di resistenza, Riboua sottolinea come sul piano concreto abbiano subito battute d’arresto rilevanti. Secondo quanto spiegato dall’analista a Formiche.net, gli Stati Uniti stanno consolidando la propria posizione militare proprio per privare Teheran della leva rappresentata da Hormuz. “Sospetto che Trump stia spingendo verso una resa totale”, osserva, aggiungendo che la pressione costante sull’apparato di sicurezza iraniano ne sta mettendo in luce le fragilità strutturali. In questo senso, conclude, il corpo dei Guardiani della Rivoluzione “non è mai stato così debole”.
La divergenza tra queste due letture riflette un’incertezza più ampia sull’efficacia della strategia americana. Se da un lato il blocco mira a comprimere le opzioni iraniane, dall’altro rischia di rafforzare l’incentivo di Teheran a rispondere in modo asimmetrico, sfruttando proprio la centralità dello Stretto come leva globale.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il rischio di allargamento del conflitto. L’applicazione concreta del blocco — soprattutto nei confronti di navi legate a Paesi terzi — potrebbe innescare tensioni con attori come la Cina o India, ampliando la dimensione geopolitica della crisi. Allo stesso tempo, la decisione segna una rottura rispetto alla precedente linea americana, che aveva tollerato un certo livello di export iraniano per contenere l’impatto sui mercati energetici.
Sul piano politico internazionale, emerge con forza una frattura sempre più evidente all’interno dell’Occidente. Donald Trump ha attaccato pubblicamente papa Leone XIV, accusandolo di debolezza e di interferenza, mentre il Vaticano ha messo in guardia contro le implicazioni morali del conflitto e i rischi di escalation. Il confronto riflette una tensione più profonda tra una logica di potenza basata sulla coercizione e un approccio che richiama ai limiti dell’uso della forza. In dichiarazioni alla Reuters, il Pontefice ha detto che non smetterà di “parlare contro la guerra”.
Il blocco navale rappresenta, in ultima analisi, un tentativo di Washington di recuperare l’iniziativa dopo il fallimento dei negoziati. Ma restringe al tempo stesso il margine di manovra. Se non dovesse produrre concessioni, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi sempre più coinvolti in un conflitto in cui l’Iran, pur sotto pressione, mantiene la capacità di influenzare tempi e modalità dell’escalation. Il confronto con il Vaticano
















