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Come cambiano le dinamiche internazionali nell’era post-Orbán. Parla Pirozzi (Iai)

“La nuova Ungheria ha molto da guadagnare dall’essere un partner affidabile in Europa, e questo cambio di postura avrà ricadute concrete e rapide proprio sui dossier più urgenti, dalle sanzioni alla Russia al sostegno all’Ucraina”. Intervista a Nicoletta Pirozzi, responsabile del programma “Ue, politica e istituzioni” e responsabile delle relazioni istituzionali dell’istituto Affari Internazionali

Budapest ha voltato pagina. Con la schiacciante vittoria di Péter Magyar e la fine dopo sedici anni dell’era di Viktor Orbán, l’Ungheria torna nell’orbita europea e atlantica, ridisegnando in una sola notte più di un equilibrio internazionale. Formiche.net ha chiesto a Nicoletta Pirozzi, responsabile del programma “Ue, politica e istituzioni” e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali, di analizzare le conseguenze di questo voto per Mosca, per Washington e per il futuro dell’integrazione europea.

Tra agli attori internazionali, quello più toccato da questo risultato è probabilmente Vladimir Putin, che perde non solo un fedele alleato ma anche il suo principale Cavallo di Troia nelle strutture europee.

Assolutamente. Per anni l’Ungheria è stata il punto di ingresso privilegiato della Russia nell’architettura europea: un veto sempre disponibile sulle sanzioni, un freno sistematico agli aiuti all’Ucraina, e persino, come hanno rivelato alcune inchieste giornalistiche recenti, un canale di accesso alle informazioni riservate delle riunioni europee, documenti inclusi. Orban non era solo un alleato, ma  una leva strutturale dentro le istituzioni dell’Unione. Detto questo, sarebbe ingenuo pensare che la Russia rinunci a influenzare la politica ungherese. Le strategie di interferenza del Cremlino sono sofisticate e capillari, e l’Ungheria resta uno dei Paesi europei più esposti su quel fronte. Ma nella sua azione troverà un terreno radicalmente diverso. Magyar ha chiarito fin dalle prime dichiarazioni che la scelta dell’Ungheria sarà nettamente europea e atlantica, un segnale che preannuncia come la sua elezione sia uno spartiacque abbastanza netto.

Una scelta europea che andrà a rafforzare la coesione generale dell’Unione nel suo complesso, e in particolare riguardo al dossier ucraino.

Esattamente, e gli effetti si vedranno sia nell’immediato che nel medio-lungo termine. Sul piano immediato, va ricordato che in questo momento l’Unione europea sta negoziando un nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia e cerca al contempo di sbloccare i 90 miliardi di euro di finanziamenti all’Ucraina già decisi in linea di principio al Consiglio europeo di dicembre, ma poi bloccati da Budapest con il pretesto della questione della pipeline di Druzhba, con l’Ungheria che sostiene che l’Ucraina non voglia ripararla, mettendo a rischio il proprio approvvigionamento energetico. Su entrambi questi fronti mi aspetto che Magyar voglia assumere fin da subito una postura di nulla osta, anche come segnale di discontinuità rispetto all’era Orbán. Del resto ha tutto l’interesse a farlo, perché uno dei suoi obiettivi principali è sbloccare i fondi europei congelati all’Ungheria per ragioni legate allo Stato di diritto, che è sì una partita diversa, ma dove un atteggiamento più cooperativo da parte di Budapest non potrà che aiutare. In altre parole, la nuova Ungheria ha molto da guadagnare dall’essere un partner affidabile in Europa, e questo cambio di postura avrà ricadute concrete e rapide proprio sui dossier più urgenti, dalle sanzioni alla Russia al sostegno all’Ucraina.

E nel medio-lungo periodo?

Nel medio-lungo periodo è necessario fare una riflessione abbastanza critica per l’Europa. Non è infatti assolutamente detto che questo tipo di problemi non si ripresenteranno, perché fino a quando tutte le decisioni in politica estera saranno vincolate alla regola del consenso, l’Ungheria potrebbe non rappresentare l’eccezione. Quindi potrebbero riproporsi casi simili in futuro, in particolare in vista del prospettato allargamento dell’Unione.

Trump ha più volte menzionato Orban come uno dei suoi punti di riferimento europei. Con il ricambio ai vertici in Ungheria come si adatterà la politica della Casa Bianca guidata dal tycoon?

Il rapporto tra Trump e Orbán aveva certamente una dimensione ideologica genuina. Ma al di là della sintonia personale, l’Ungheria era soprattutto un tassello di una strategia più ampia dell’amministrazione americana nei confronti dell’Unione europea, strategia che mira a indebolire il processo di integrazione europea sostenendo attivamente le forze antisistema nel continente. Lo abbiamo visto in Germania con il sostegno esplicito di esponenti dell’amministrazione all’AfD, e lo abbiamo visto al massimo livello istituzionale con la visita di Vance a Budapest, un gesto senza precedenti, che combinava un appoggio aperto a Orbán con una critica altrettanto aperta alle politiche di Bruxelles. Da questo punto di vista, la caduta di Orbán non cambia l’approccio di fondo di Washington verso l’Europa. Se non sarà Budapest, troveranno altri referenti tra le forze politiche più radicali e populiste presenti nel continente. L’agenda rimane la stessa. Vale però la pena notare che l’Unione europea, pur criticata per il suo silenzio durante la campagna elettorale ungherese, ha alla fine ottenuto il risultato che sperava. Una strategia di non interferenza che in molti hanno contestato, ma che, alla luce dell’esito, si è rivelata tutt’altro che sbagliata.

Queste elezioni avranno ripercussioni anche sugli equilibri interni al gruppo di Visegrád?

Sicuramente queste elezioni ungheresi sono un avvenimento importante in tal senso. In primis perché servono a riconnettere la posizione europea della Polonia con quella dell’Ungheria. Ricordiamoci che anche a Varsavia c’è stato un cambiamento dopo le elezioni del 2023, e la nuova leadership sta portando avanti, anche se con molta fatica, tutta una serie di riforme interne. Credo che uno dei più felici tra i leader europei per l’esito delle elezioni di domenica sia stato Tusk proprio perché vede in questo cambiamento al vertice dell’Ungheria una possibilità di riallacciare i rapporti tra i due Paesi in ottica europea, portando avanti anche le istanze del gruppo Visegrad. Che rimane comunque un gruppo con delle forti differenze al suo interno, basti pensare alla Slovacchia guidata dal governo con posizione euroscettiche di Fico. Quindi la situazione cambierà di sicuro, ma non diventerà necessariamente più semplice.


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