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Tra Cina, Usa e Iran. La sfida storica della farmaceutica italiana

Da una parte il rullo compressore cinese, che rischia di vanificare gli sforzi fin qui effettuati da un’industria considerata da sempre un’eccellenza tutta italiana. Dall’altra la crisi iraniana e le sue conseguenze nefaste sul prezzo di materie prime e prodotti finali. Per questo per le imprese del farmaco è tempo di risposte certe, anche dall’Europa. Spunti, riflessioni e speranze dall’evento organizzato a Roma da Farmindustria

Quando il vento tira forte e si alza la burrasca, bisogna aggrapparsi ai fondamentali, possibilmente quelli buoni. E la farmaceutica italiana, è tra questi. Certo, la percezione della grave incertezza internazionale, che oggi risponde al nome di Iran e che grava su un’industria italiana che vale 70 miliardi di export e 74 di produzione, c’è tutta.  Non è un caso che, arrivando nella piccola sala stampa dello spazio eventi di via Alibert, a due passi da Piazza di Spagna, teatro del convegno Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy, organizzato da Farmindustria nell’ambito della giornata del made in Italy promossa dal Mimit, il leader degli industriali del farmaco, Marcello Cattani, abbia paragonato l’Europa a un sandwich. Stretta, cioè, tra la pressa cinese e quella americana. Due economie che corrono, innovano, inventano. Mentre il Vecchio continente arranca, sempre un passo indietro. E allora, serve un colpo di reni: più spesa, più politica industriale, meno tasse.

I numeri di un’eccellenza

Un po’ di numeri, tanto per dare un peso specifico alla posta in gioco. Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro e la produzione 74 miliardi di euro. Gli occupati oggi ammontano a 72 mila unità, in aumento del 2% rispetto all’anno precedente (45% donne, che sono oltre il 50% nella R&S). Sono oltre 4 i miliardi di investimenti, in impianti ad alta tecnologia e R&S. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica presso strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

Dati da record di un settore che traina da anni l’economia italiana, ma che inevitabilmente fa i conti con le difficoltà dello scenario geopolitico mondiale, che cambiano strutturalmente il quadro competitivo e richiedono politiche per rimanere attrattivi e capaci di continuare a crescere. Perché, questo il senso della mattinata a via Alibert, innovazione, salute, crescita economica, export, investimenti, occupazione, competenze, produttività sono le priorità per il futuro e sono tutte nel dna dell’industria farmaceutica nazionale.

Tra speranza e incertezza

Ma ecco i problemi, con i quali bisogna necessariamente fare i conti. Cattani, nel dare il là ai lavori, li ha subito spiattellati sul tavolo, senza girarci troppo intorno. “La guerra in Iran pesa sulla farmaceutica made in Italy, che pure è una locomotiva dell’export tricolore. Sta determinando, infatti, il terzo shock in 4 anni dopo Ucraina e crisi del Mar Rosso, che colpisce simultaneamente logistica, energia e i costi di tutti i fattori di produzione. Con proiezioni di aumenti totali di oltre il 20%”. Tradotto, il prezzo da pagare rischia di essere alto. Con costi in salita per le imprese da sommare all’incremento del 30% dal 2021 a oggi che, in un sistema di prezzi amministrati, ricadono interamente sulle aziende. È a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica”, ha sentenziato Cattani.

Un problema chiamato Cina

C’è poi il problema della dipendenza da Cina e India. “Per i principi attivi più comuni, circa il 74%, e di altre materie prime, packaging e imballaggi”, ha ricordato il leader degli industriali, menzionando “l’enorme balzo in avanti cinese nell’innovazione farmaceutica. Basti pensare che ormai molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e che il 30% degli studi clinici globali viene avviato in Cina”. Eccola, dunque, quella morsa mortale nella quale è finita l’Europa e dunque anche l’Italia.

“Si tratta di fenomeni destinati a durare. Mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull’innovazione e corrono velocemente per attrarre investimenti, 2 mila miliardi di dollari nel mondo in R&S nei prossimi 5 anni, competenze, tecnologia, l’Europa continua a perdere terreno, spesso con provvedimenti antistorici che riducono la proprietà intellettuale e aumentano i costi per l’industria farmaceutica”.

L’Europa al bivio

Insomma, non è solo la guerra in Iran a pesare sulla bilancia del farmaco. Domanda: che cosa fare? Anche qui Cattani ha avuto pochi dubbi nel tracciare la rotta. “Non c’è tempo da perdere, è il messaggio della farmaceutica italiana. Ora più che mai è necessario un approccio strategico e sistemico che tenga insieme innovazione, sostenibilità economica e capacità produttiva per poter competere con gli altri hub mondiali, che non si fermano ad aspettare, e per continuare a garantire gli stessi livelli di welfare e benessere”. Ed è per questo che Farmindustria ha deciso di lanciare un manifesto per la ricerca partendo dal presupposto che dove si fa ricerca, si cura meglio. Obiettivo, proporre azioni concrete per potenziare la ricerca clinica in Italia, in un settore in cui l’Europa sta purtroppo perdendo terreno a vantaggio di competitor come Usa e Cina.

D’altronde, c’è poca scelta. “O ci si adegua alla velocità del cambiamento o nell’arco di pochi anni altri hub avranno un vantaggio competitivo non facilmente recuperabile: l’Europa deve radicalmente cambiare direzione, e in fretta. Il nostro governo sta facendo bene. Sia a livello Ue, dove da tempo è in prima linea contro scelte che affossano l’industria, sia in Italia dove ha sviluppato un percorso per la competitività, che speriamo possa completarsi con il Testo Unico sulla legislazione farmaceutica, che rappresenta una grande opportunità. Vogliamo accelerare e adottare una prospettiva nuova, superando definitivamente il payback, valorizzando la presenza industriale e difendendo la sostenibilità degli investimenti”.

La risposta della politica

Fin qui il grido delle imprese. Vano, senza una pronta risposta della politica, chiamata a mettere a terra tutte quelle misure necessarie a proteggere un gioiello dell’economia tricolore. E qui la parola è passata al ministro per il made in Italy, Adolfo Urso. “La farmaceutica rappresenta al meglio ciò che si intende per Made in Italy e ciò che vorremmo che fosse: identità e innovazione. Siamo già intervenuti in sede europea perché l’Europa sia più consapevole di come sostenere il settore, strategico per la salute, attraverso una revisione delle direttive in corso. In un contesto globale così complesso, occorre scegliere responsabilmente, tutelando il mercato europeo dalla concorrenza sleale e realizzando una politica industriale sostenibile, capace di incentivare l’innovazione, la ricerca e la competitività delle nostre imprese”.

Messaggio fatto proprio anche dal vicepresidente per il Centro studi di Confindustria, Lucia Aleotti. “L’Italia deve tornare a giocare da protagonista, il made in Italy è la nostra missione. Non è possibile immaginare che i prezzi dei farmaci continuino ad essere compressi dalla concorrenza americana e cinese. Senza una vera politica industriale alle spalle, le aziende non ce la possono fare. Ma senza le aziende, perdiamo tutti, perdono, soprattutto, i cittadini. Per questo, oggi più che mai, il nostro appello va ascoltato”.

Il campo delle istituzioni si è poi ulteriormente allargato con Mauro Battocchi, direttore generale per la crescita e le esportazioni presso la Farnesina. “La farmaceutica è un settore fondamentale e nella diplomazia italiana l’internazionalizzazione delle imprese è e resta centrale. Abbiamo visto nelle settimane scorse come accordi strategici, penso al Mercosur, abbiano aperto nuovi spazi industriali per le nostre aziende. Questa è la strada, cercare nuove frontiere, nuovi orizzonti”, ha spiegato Battocchi. “Certo, le sfide sono tante, occorre sostenere quelle imprese che vogliono scommettere sull’estero. Ma il punto è proprio questo, è una missione alla quale non è possibile rinunciare”.

Ancora, Francesco Saverio Mennini, capo dipartimento programmazione e dispositivi medici del farmaco per il Ssn, ha sottolineato come “considerando anche l’invecchiamento della nostra popolazione, dal punto di vista del Sistema sanitario nazionale la maggior urgenza è trovare delle risorse per l’innovazione. In realtà è quello che abbiamo fatto sin dall’inizio, stabilendo un record per quanto riguarda il fondo sanitario nazionale, in questi 3 anni, soprattutto con l’ultima legge di bilancio. Ma le risorse da sole non bastano, bisogna accompagnarle a modelli organizzativi e gestionali che permettano di destinare le stesse ai fabbisogni reali”.

Chiudendo il cerchio, le conclusioni sono state affidate al senatore Francesco Zaffini, presidente della commissione Affari sociali, sanità e lavoro pubblico e privato a Palazzo Madama. “Oggi viviamo in tempi di grande, grandissima incertezza. Tuttavia non vogliamo più restare al passo, ma tracciare la strada e dettare i tempi. Abbiamo l’occasione di essere i primi in Europa a prevedere un fondo nazionale per le terapie avanzate, offrendo un modello da seguire anche agli altri Paesi. Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra industria del farmaco è strategica. In questo momento ci sono dei rischi ambientali uno è dei dazi che incidono sul farmaco e un rischio insito nel sentiment che vuole che l’equivalente non sia buono come il branded”.

 


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