Ex generale e presidente del Paese, Rumen Radev promette di abbattere oligarchie e corruzione. Ma le sue posizioni su Ucraina e Russia rischiano di spostare Sofia lontano dall’asse euro-atlantico
La sconfitta di Viktor Orbán nelle elezioni ungheresi della scorsa settimana ha privato il Cremlino di quello che, con tutta probabilità, era il suo più potente alleato in Europa orientale e non solo. Ma la fine dell’egemonia orbaniana in Ungheria non vuol dire che Mosca non abbia più modo e intenzione di sfruttare attori politici europei per promuovere la sua influenza oltre i suoi confini occidentali. Al contrario, nell’ultimo periodo si parla molto di un personaggio che potrebbe portare la Bulgaria nell’orbita russa.
Ex capo dell’aeronautica e presidente del Paese dal 2017 fino al gennaio di quest’anno, Rumen Radev si presenta oggi come il favorito alle elezioni legislative in un Paese logorato da anni di instabilità politica. La Bulgaria, infatti è sprofondata in una crisi istituzionale quasi permanente, contando sette governi dal 2021, nessuno dei quali è riuscito a completare il proprio mandato, anche grazie a un sistema politico sempre più frammentato e incapace di produrre maggioranze stabili. In questo contesto la nuova formazione legata a Radev, Progressive Bulgaria, è accreditata come primo partito, ma senza i numeri per governare da sola.
Il punto di forza del leader bulgaro è la sua immagine. Radev e la sua piattaforma si presentano come outsider rispetto ai partiti tradizionali, capace di incarnare una lotta senza compromessi contro corruzione e oligarchie. Già nel 2020, durante le proteste contro il sistema di potere che ruota attorno alla magistratura e ai grandi interessi economici, Radev si era imposto come uno dei principali punti di riferimento della piazza, costruendo una narrativa anti-establishment che oggi rappresenta il cuore della sua proposta politica. Eppure, dietro questa retorica si cela un programma volutamente ambiguo. Progressive Bulgaria raccoglie consensi trasversali, includendo nazionalisti, figure vicine all’ex establishment e settori dell’elettorato disillusi. Una strategia elettorale efficace, ma che rischia di trasformarsi in un ostacolo nel momento in cui si tratterà di costruire una coalizione di governo.
Ma a rendere più delicata la sua possibile ascesa è, come accennato in apertura, soprattutto la postura internazionale. Radev è noto per le sue posizioni scettiche sul sostegno militare all’Ucraina e per le aperture verso Mosca, in particolare sul fronte energetico. Dichiarazioni e prese di posizione che hanno alimentato il timore, tra i partner europei, che Sofia possa progressivamente allontanarsi dalla linea euro-atlantica. Non è un caso che esponenti dell’opposizione, come Assen Vassilev, abbiano sollevato dubbi espliciti sulla direzione che il Paese potrebbe prendere sotto la sua guida, evocando il rischio di una Bulgaria trasformata in un “cavallo di Troia” all’interno dell’Unione europea.
Tuttavia, difficile pensare che le posizioni dell’attuale presidente saranno prive di contrappesi. Anche in caso di vittoria, Radev difficilmente potrà contare su una maggioranza autonoma, e sarà costretto a negoziare con forze politiche spesso distanti. Un eventuale accordo con partiti pro-europei potrebbe attenuare le sue posizioni più controverse, ma al prezzo di indebolire la coerenza della sua linea politica. In caso contrario, il rischio è quello già visto più volte negli ultimi anni in Bulgaria, con l’ascesa di un leader percepito come “salvatore”, seguita da una rapida perdita di consenso una volta confrontato con la complessità del governo.
















