Tra allarmi e dati concreti, il quadro economico italiano resta più solido di quanto racconti una certa narrativa pessimista. Energia e inflazione preoccupano, ma senza segnali di crisi sistemica. Il punto di Gianfranco Polillo
Il pessimismo della sinistra, componente essenziale delle sue valutazioni, non è quello della ragione. È un pessimismo assoluto: di natura cosmica. Non si accontenta di guardare a un bicchiere mezzo vuoto. Ne nega addirittura l’esistenza. L’interesse è dipingere un Paese allo sfascio: reso tale dalle politiche di chi l’ha preceduta nei palazzi del Governo. Ovviamente i problemi esistono. Il punto è capirne la rilevanza, assumendo tuttavia un’ottica di carattere generale.
La sinistra, invece, legge la realtà del Paese con gli occhi dei più fragili: i poveri, gli immigrati, i Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione). Categorie che, ovviamente, vanno aiutate, ma senza confinarle, con un modesto sussidio, nel purgatorio dell’indigenza. Non serve né reddito di cittadinanza né bonus scandalosi. Se ancora oggi non vi fosse il tiraggio di quelle follie sul bilancio dello Stato, non rischieremmo la procedura di infrazione e la perdita di ben 14,9 miliardi del programma Safe (Security Action for Europe).
Partiamo, quindi, ma con occhi diversi, dalla situazione internazionale, che è la maggior fonte di preoccupazione. Proprio in questi giorni, il Fondo monetario ha aggiornato le sue previsioni rispetto a quelle dello scorso gennaio. Il Pil mondiale dovrebbe crescere solo del 3,1%: lo 0,2% in meno rispetto a quanto inizialmente indicato. Stesso decalage per l’Italia. Sarà così? La cautela è d’obbligo in tempi di grandi incertezze. Già oggi, per effetto delle tensioni sulle forniture energetiche globali, sarebbe possibile temere uno shock paragonabile a quello del 1974. Sennonché, per fortuna, vi sono anche controindicazioni.
L’economia globale, ha ricordato il capo del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas, è “meno legata del passato al petrolio, con fonti energetiche alternative e sistemi più efficienti”. Sempre in passato, “le Banche centrali sostenevano le attività produttive, mentre ora sono attente a tenere l’inflazione sotto freno”. Nessuna conclusione affrettata, quindi. Come si è soliti dire, il tempo sarà galantuomo. Ed allora limitiamoci a dati meno ballerini.
Dall’inizio dell’anno il prezzo del Brent è passato da 62 a 95 dollari al barile. Un incremento superiore al 50%, che ovviamente impensierisce. Non si deve, tuttavia, dimenticare che, dalla nascita dell’euro ai nostri giorni, il prezzo medio di un barile di petrolio è stato pari a 68,7 dollari. Considerata l’inflazione maturata in questi anni, il prezzo sale a circa 95 dollari: quasi equivalente a quello di questi ultimi giorni. Problemi legati all’offerta si sono manifestati, al momento, solo per il carburante avio, a causa delle caratteristiche europee delle raffinerie. Per il resto, la disponibilità di petrolio e gas rimane abbondante. I segnali del mercato, con il prezzo dei futures in leggera caduta, non danno segni di surriscaldamento.
In Italia, i prezzi dei vari prodotti petroliferi sono indubbiamente aumentati, ma in modo differenziato. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente (13/4/26), l’aumento, rispetto alla fine dello scorso anno, è stato del 6% per la benzina; del 32% per il gasolio; del 14% per il Gpl; del 27% per il Gnl; del 47% per il gasolio per il riscaldamento. Per l’olio combustibile, che alimenta le centrali, tra il 28%, se fluido, e il 39% se denso. Non molto dissimile la situazione del gas, trattato sul mercato di Amsterdam a 41 euro il megawattora. Nel 2022 aveva raggiunto la punta di 240,6 euro. Rispetto alla chiusura dello scorso anno, l’incremento è stato pari al 46%. C’è da dire, tuttavia, che i futures, anche in questo caso, scontano una caduta.
Dal panorama al quale si è fatto riferimento emergono preoccupazioni reali per il gas e per il gasolio. Nel primo caso ne soffriranno i consumi delle famiglie, nel secondo soprattutto i trasporti professionali. Sofferenza che determinerà un aumento dei costi di produzione per una vasta gamma di prodotti finiti, con un inevitabile riflesso sull’andamento dei prezzi finali. Di quanto? Difficile rispondere. Quasi tutto dipenderà dall’evoluzione della situazione geopolitica. Se cesseranno i venti di guerra, la situazione si ristabilirà. Se questo non avverrà, potranno essere dolori.
Al momento l’Istat (mese di marzo) segnala un aumento dei prezzi al consumo dello 0,5% su base mensile e dell’1,7% su base annuale. Corrono di più i prezzi degli energetici e degli alimentari non lavorati. Ne consegue un aumento maggiore per il cosiddetto “carrello della spesa”, che registra una crescita, su base annua, dal 2 al 2,2%. Dati che mettono in luce un relativo sviluppo del processo inflazionistico. Ma siamo ancora lontani dal poter prefigurare quella stagflazione che negli anni passati ha colpito il cuore delle principali economie occidentali.
Conforta, poi, la tradizionale indagine della Banca d’Italia sulle aspettative di inflazione e di crescita nel primo trimestre dell’anno. Registra ovviamente, a seguito della guerra, un peggioramento. Il livello di incertezza è cresciuto. Gli aumenti di prezzo, che hanno colpito i prodotti energetici, hanno spiazzato i precedenti listini di vendita. “La domanda totale – è detto – si è indebolita in tutti i comparti; l’industria in senso stretto ha registrato un peggioramento anche nella componente estera. Per i prossimi tre mesi”, però, “le attese delle imprese sulle vendite complessive rimangono positive, a fronte tuttavia di un calo delle prospettive sull’export. Anche le condizioni per investire segnalano un marcato peggioramento, accentuato dallo scoppio della guerra. Tuttavia, i piani di investimento per il 2026 sono sostanzialmente invariati rispetto a quanto prefigurato nella precedente rilevazione, salvo una moderata flessione nell’industria in senso stretto.”
“I prezzi praticati negli ultimi 12 mesi”, a loro volta, “sono cresciuti a un ritmo sostanzialmente analogo rispetto alla precedente rilevazione; nei prossimi 12 mesi i listini aumenterebbero in misura moderata, nonostante le attese di maggiori costi di produzione, prefigurando una riduzione dei margini. Le aspettative sull’inflazione al consumo continuano ad attestarsi al di sotto del 2 per cento su tutti gli orizzonti temporali.” Non ci sarà, pertanto, la temuta sferzata. Lungi da noi manifestare dosi eccessive di ottimismo, tuttavia tutti i dati a nostra disposizione postulano prudenza nelle valutazioni.
Ed allora, come dicono gli inglesi, wait and see. Aspetta e guarda. Oppure, in un modo meno elegante, “non fasciatevi la testa prima di averla rotta”. L’invito va rivolto un po’ a tutti al fine di evitare fenomeni di wishful thinking, desideri che si avverano. Il che non è un paradosso. Quante volte la sinistra, non solo italiana, ha sperato nel cosiddetto “crollo” del capitalismo. Si pensi ai lavori di Henryk Grossman, rimanendo delusa. Gridare “al lupo al lupo” alla fine risulta stucchevole. Sarebbe meglio dedicare tempo e denaro a un’analisi meno prevenuta della realtà italiana, per giungere alla definizione di quel programma di governo che sembra essere sempre più un’araba fenice.
Tesi indubbiamente datata, pronte tuttavia a riaffiorare nel momento in cui la congiuntura sembra lavorare per un possibile ricambio della sfera di governo.
















