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Lo Stretto di Schrödinger. Hormuz è sia aperto che chiuso

Lo Stretto di Hormuz passa in poche ore da “riaperto” a teatro di nuovi attacchi, mentre si scontrano due narrazioni opposte: quella negoziale di Trump e quella coercitiva dell’Iran. Teheran non punta a chiuderlo del tutto, ma a controllarne selettivamente il traffico, trasformandolo in una leva strategica

Dovrebbero cambiare il nome in “Strait of Schrödinger”: è sia aperto che chiuso allo stesso tempo. La battuta che rimbalza sui social rende esattamente il senso di cosa sta accadendo lungo il chokepoint più strategico al mondo per il traffico di idrocarburi, al centro della guerra lanciata da Donald Trump contro l’Iran.

La cronologia aiuta più di ogni dichiarazione a capire il caos. Ieri alle 14:45 italiane il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato che lo Stretto di Hormuz era “completamente aperto” a tutte le navi commerciali. Ventuno minuti dopo, alle 15:06, Trump ha ringraziato pubblicamente l’Iran per la riapertura. Alle 16:20 il presidente americano si è spinto oltre, sostenendo che Stati Uniti e Iran stavano lavorando insieme per rimuovere tutte le mine presenti nello Stretto. Tra le 16:40 e le 18:00, sempre secondo la narrazione della Casa Bianca, Teheran avrebbe addirittura accettato di “non chiudere mai più lo Stretto” e di “sospendere indefinitamente il proprio programma nucleare”.

La contro-narrazione iraniana è arrivata in serata ed è stata molto più importante, sul piano strategico, della consueta smentita propagandistica. Poco dopo la mezzanotte italiana, alle 00:14 di oggi, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha attaccato frontalmente Trump: “sette affermazioni in un’ora, tutte e sette false”. Ma il punto vero era un altro. Ghalibaf ha spiegato che con il proseguire dell’“assedio” lo Stretto non sarebbe rimasto aperto; che il transito sarebbe avvenuto solo lungo un “percorso designato” e con il “permesso dell’Iran”; e che apertura, chiusura e relative regole non sarebbero state determinate dai social media ma dal campo di battaglia.

Questa è la chiave interpretativa della giornata. Teheran non sta necessariamente annunciando una chiusura totale di Hormuz, che costituirebbe un salto militare e politico difficilmente sostenibile anche per la Repubblica islamica. Sta piuttosto rivendicando un diritto di gestione coercitiva del passaggio: non blocco assoluto, ma accesso condizionato; non interdizione permanente, ma controllo selettivo.

Gli incidenti marittimi segnalati oggi pomeriggio vanno letti dentro questa cornice. Tre diversi alert diffusi da Ukmto nelle acque vicine allo Stretto hanno dato sostanza operativa a ciò che Ghalibaf aveva formulato in termini politici. Il primo episodio ha riguardato una petroliera a circa venti miglia nautiche a nord-est dell’Oman: due imbarcazioni armate identificate come unità dei Guardiani della rivoluzione si sono avvicinate alla nave, senza stabilire comunicazioni radio, e hanno aperto il fuoco. L’equipaggio e il tanker risultano al sicuro. Il secondo incidente ha colpito una portacontainer circa 25 miglia nautiche a nord-est dell’Oman: un proiettile non identificato ha causato danni limitati ad alcuni container, senza provocare feriti, incendi o impatto ambientale. Il terzo allarme, tre miglia nautiche a est dell’Oman, ha riguardato un’attività sospetta osservata dall’equipaggio di una nave da crociera, che ha segnalato uno splash vicino allo scafo, inducendo le autorità ad alzare il livello di vigilanza per il traffico nell’area.

Messe insieme, queste tre segnalazioni coincidono con quanto riferito da un funzionario della Difesa americana, secondo cui almeno tre navi commerciali sarebbero state attaccate dalla mattina di oggi nell’area di Hormuz. L’attribuzione formale a Teheran, nei rapporti ufficiali, resta prudente. Ma il quadro politico-strategico è già molto meno ambiguo.

Lo stesso Trump, parlando oggi pomeriggio ai giornalisti nello Studio Ovale, ha riconosciuto l’instabilità della situazione. L’Iran, ha detto, “ha provato a fare il furbo un po’”, “voleva chiudere di nuovo lo Stretto”, ma “non può spremerci”. Allo stesso tempo ha insistito sul fatto che i colloqui con Teheran sono ancora in corso e che entro fine giornata si capirà se le parti possano davvero avanzare verso un accordo.

È questo il paradosso di Hormuz: Washington continua a presentare la crisi come un dossier negoziale, mentre Teheran la sta trasformando in una leva militare a intensità controllata. Lo Stretto non è semplicemente aperto o chiuso. È diventato uno strumento di pressione graduata, in cui il messaggio diplomatico americano e la realtà operativa iraniana non coincidono più.


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