L’audizione del capo di Stato maggiore della Marina ha messo a fuoco priorità e criticità dello strumento navale italiano. Dalle tensioni nello Stretto di Hormuz alla corsa all’integrazione dei droni, quella che emerge è una forza armata alle prese con una trasformazione operativa profonda. Pesano però il sottofinanziamento dell’addestramento e la carenza strutturale di personale
L’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina militare, è stato audito oggi dalla Commissione Difesa della Camera dei Deputati per illustrare le linee generali del suo incarico. Dalle mine nello Stretto di Hormuz ai droni da integrare in flotta, dal problema del personale agli arsenali da rilanciare, ecco tutti i dossier più critici per la Marina.
Le capacità che fanno la differenza
Sul piano delle dotazioni, il capo di Stato maggiore ha presentato alla Commissione un quadro articolato delle consistenze attuali e di quelle da perseguire. Quattro capacità qualificanti sono state indicate come quelle che definiscono il posizionamento internazionale della Marina italiana oggi: la portaerei Cavour, capace di imbarcare velivoli di quinta generazione; la proiezione polivalente incarnata da nave Trieste; la componente di superficie con cacciatorpediniere, fregate e pattugliatori, e la dimensione subacquea, con sottomarini e incursori che rappresentano, come ha sottolineato l’ammiraglio, “un’eccellenza internazionale”. Nel frattempo, proprio oggi è stata firmata l’assegnazione a Fincantieri dell’upgrade dei Pattugliatori polivalenti d’altura (Ppa) alla configurazione Full combat system.
Tra le priorità più urgenti, Berutti Bergotto ha indicato il rinnovamento delle unità anfibie, che hanno raggiunto i quarant’anni di vita operativa, la realizzazione di nuovi cacciatorpediniere di ultima generazione con adeguati sistemi anti-missili balistici, lo sviluppo di capacità deep strike, il ripristino delle scorte di munizionamento e la protezione delle basi aeronavali. “Tutte queste esigenze sono cruciali e richiedono un sostegno concreto, anche sul piano finanziario”.
Hormuz: “Siamo pronti, ma operazioni a ostilità concluse”
Come c’era da aspettarsi, le domande della Commissione hanno riguardato la situazione attuale nello Stretto di Hormuz e le capacità a disposizione della Marina militare italiana. “Le mine che gli iraniani hanno messo in Hormuz costano veramente poco e sono anche datate”, ha osservato Berutti Bergotto, “questo fa sì che ci sia un’area di incertezza e soprattutto un crescente decadimento della sicurezza della navigazione”.
Le capacità di sminamento italiane sono indubbiamente di alto livello, non solo in virtù dell’elevato numero di assetti per contromisure mine (Mcm) in servizio, ma anche perché ogni anno la Marina bonifica una media di 14mila ordigni inesplosi, quasi sempre residuati bellici risalenti alla Seconda guerra mondiale. Sugli otto cacciamine attualmente in dotazione alla Marina (costruiti negli anni Novanta), vengono oggi impiegati anche “mezzi a pilotaggio remoto e mezzi autonomi per la ricerca e poi per la carica che ci permette di disinnescare e bonificare la mina”. Quanto all’eventualità di una missione di bonifica nello Stretto, Berutti Bergotto ha confermato che “la Marina è pronta a effettuare un’operazione di sminamento”, ma ha anche chiarito che “queste operazioni devono essere fatte in una situazione non conflittuale”.
La scommessa sui droni
Tra i passaggi più interessanti dell’audizione, quello dedicato ai sistemi unmanned. Berutti Bergotto ha mostrato una serie di sistemi in fase di valutazione (droni subacquei con autonomia di 15 giorni, droni di superficie capaci di superare i 70 nodi, velivoli imbarcabili sul Cavour e sul Trieste) per l’acquisizione, descrivendo non solo le potenzialità operative, ma anche la logica di procurement che li accompagna. “Quello che è emerso dalla guerra in Ucraina nel campo dell’innovazione delle capacità militare è l’integrazione creativa della tecnologia disponibile in commercio, anziché il tradizionale sviluppo della capacità”. L’obiettivo non è quindi aspettare di sviluppare il sistema perfetto, ma di acquisire rapidamente quello disponibile, testarlo e integrarlo direttamente nelle procedure operative. A dimostrarlo, testimonia l’ammiraglio, il caso di un (non meglio specificato) drone di piccole dimensioni già testato in contesti operativi. “L’abbiamo provato, abbiamo visto che era subito impiegabile, l’abbiamo preso e l’abbiamo dato alle nostre navi”.
Il nodo finanziario
Si tratta di uno dei capitoli più annosi e noti della storia militare italiana recente, la ripartizione del bilancio. In una forza-modello, le risorse dovrebbero coprire per il 50% le spese per il personale (stipendi, pensioni ecc.), per il 25% gli investimenti (principalmente procurement di sistemi ed equipaggiamenti) e un altro 25% all’esercizio (letteralmente, la conduzione di attività addestrative). Ma, come confermato dall’ammiraglio, siamo ancora lontani da quel modello. La ripartizione del bilancio della Marina “attualmente è 60% personale, 15% esercizio e 25% investimento”. Una struttura che, come sostiene Berutti Bergotto, non consente alla forza armata di mantenersi pienamente efficiente. Il problema non è tanto l’investimento, che garantisce un ritorno industriale e alimenta la ricerca in settori strategici come quello subacqueo, quanto più l’esercizio, che rimane cronicamente compresso. La ragione prettamente politica è presto detta: le spese di esercizio vengono categorizzate come debito e, in sede di legge di bilancio, si tende sempre a ridurre le spese che creano debito. Il problema è che questo meccanismo va a compromettere la prontezza operativa delle Forze armate, motivo per cui l’ammiraglio ha ribadito che quello che serve è “un aumento delle spese di esercizio”.
L’organico
Se c’è un tema che su tutti merita un’attenzione particolare, è l’organico. La Marina conta oggi 27.297 effettivi (sui 30.050 attualmente previsti per legge), sebbene il fabbisogno reale per garantire la sostenibilità operativa sarebbe di circa 39mila unità. L’obiettivo, chiarisce l’ammiraglio, è quello di raggiungere i 30.050 autorizzati “in un paio d’anni”, accelerando le assunzioni con circa 3mila nuovi ingressi. Tra le sfide principali, c’è l’appetibilità della professione militare in un mercato del lavoro dove le specializzazioni tecniche richieste dalla Marina (in particolare quelle cyber e sui sistemi unmanned) sono le stesse che il settore privato remunera con salari ben superiori. “Ci serve qualcosa in più”.
















