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L’Italia (di nuovo) ferma sulle spese militari. L’esempio polacco a cui Roma dovrebbe guardare

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L’Italia ha rivendicato il raggiungimento del 2% del Pil in spese per la difesa, ma il dato nasconde un equilibrio basato in larga parte su riclassificazioni contabili più che su investimenti effettivi. Nel frattempo, tutti gli altri corrono (persino la Spagna). Il debito eccessivo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione e gli impatti del conflitto in Medio Oriente riducono non di poco il margine d’azione di Roma. L’ultima opzione potrebbe essere rappresentata dai fondi europei del pacchetto Safe, dal valore potenziale di 15 miliardi

L’Italia ha (di nuovo) un problema con la spesa militare. Dopo essersi pronunciata in favore dell’innalzamento del target di spesa Nato al 5% del Pil lo scorso anno (e dopo aver finalmente raggiunto, seppur in modo controverso, il traguardo simbolico del 2%), Roma si trova nuovamente nella situazione di non poter dare seguito alle sue promesse sulla Difesa. O, almeno, non a quelle di natura economica. Complice un quadro di bilancio difficile, in cui la mancata uscita dalla procedura di infrazione per debito eccessivo e gli shock energetici legati al conflitto nel Golfo non hanno aiutato. Mentre tutti i Paesi alleati fanno (letteralmente) i conti con le nuove esigenze di sicurezza, l’unica alternativa attualmente percorribile per l’Italia è quella dei fondi europei. 

La “contabilità creativa” italiana

Secondo il Nato defence expenditure report pubblicato a marzo, nel 2025 l’Italia ha portato la propria spesa per la difesa al 2,01% del Pil (pari a circa 45,3 miliardi di euro), contro i circa 33 miliardi dell’anno precedente. Sulla carta, ben 12 miliardi in più. Inoltre, così facendo, Roma avrebbe finalmente raggiunto quello che era il vecchio target Nato. Peccato che alcuni commentatori lo abbiano definito un traguardo “all’italiana”. Come segnalato per primo da Reuters già nell’aprile del 2025, il 2% sarebbe stato raggiunto grazie a un esercizio di cosiddetta “contabilità creativa”, vale a dire tramite una riclassificazione di voci di spesa già esistenti ma precedentemente non contabilizzate come spese militari. Nel perimetro di spesa dichiarato dall’Italia sono infatti finite voci che con l’aumento degli investimenti difensivi c’entrano ben poco, dai fondi per la Guardia Costiera alle pensioni militari, passando anche per altre voci distribuite in ministeri diversi dalla Difesa. L’osservatorio Milex stima che la spesa militare italiana realmente “militare” resti ancora vicina all’1,5-1,6% del Pil, conformemente a quanto aveva pronosticato il ministro Crosetto prima del vertice dell’Aja. La Difesa, in sostanza, non ha ottenuto più risorse operative. Il che è certificato anche dal Documento programmatico pluriennale (Dpp) della Difesa, che mostra anzi come la spesa per l’esercizio (quella che finanzia l’addestramento e la manutenzione dei mezzi) sia destinata a calare nei prossimi anni, nonostante la crescita nominale spinta dagli acquisti di nuovi sistemi e armamenti. 

Come stanno andando gli altri?

Il confronto con i principali partner europei è abbastanza impietoso. La Germania, che fino al 2021 spendeva meno dell’1,5% del Pil per la difesa, ha raggiunto il 2% nel 2025 e punta al 3,5% entro il 2029, con un bilancio della Difesa previsto di 82,7 miliardi nel 2026 (più del doppio di quello italiano). Friedrich Merz ha promesso che la Bundeswehr diventerà “l’esercito convenzionale più forte d’Europa” e, almeno sulla carta, Berlino sembra sulla traiettoria giusta per riuscirci. La Polonia invece è già al 4,5% (circa 47 miliardi di euro) e con ogni probabilità raggiungerà il 5% nell’arco di quest’anno. I Paesi baltici hanno già raggiunto a vario titolo quella soglia, e pianificano di mantenerla.

Tuttavia, non sono soltanto la prima economia del continente e gli Stati che più da vicino sentono la minaccia russa a far sfigurare l’Italia. A farlo è anche la Spagna, unico Paese ad essersi ampiamente pronunciato contro il 5% ma che, ciononostante, ha dato seguito all’impegno di aumentare i propri investimenti. Nel 2025, Madrid ha infatti aumentato la sua spesa militare del 50%, destinandole 40,2 miliardi di dollari. 

Perché l’Italia non fa di più?

In due parole, troppo debito. L’Italia è tra i Paesi con il più alto debito pubblico al mondo (137,1% rispetto al Pil) e quest’anno il deficit si è attestato al 3,1%, un decimale sopra la fatidica soglia del 3% che avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione europea. A pesare sulla mancata uscita dalla procedura è stata anche la crisi di Hormuz, con lo shock energetico innescato dal conflitto che ha colpito l’Italia più degli altri partner europei, dato che petrolio e gas coprono ancora quasi il 75% del fabbisogno energetico nazionale. Davanti a queste prospettive, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha stimato un impatto negativo sulla crescita tra 0,2 e 0,4 punti percentuali. Restando in procedura d’infrazione, l’Italia non può attivare la Clausola di salvaguardia nazionale, che consentirebbe di escludere dai vincoli europei fino all’1,5% del Pil in spesa militare (tradotto, per l’Italia, oltre 34 miliardi di euro). In questo contesto, finanziare un aumento reale della spesa militare attraverso nuovo debito nazionale significherebbe far aumentare lo spread e peggiorare ulteriormente la posizione fiscale del Paese. Un’eventualità che il ministro Giorgetti esclude categoricamente. Di conseguenza, all’Italia resta una sola opzione: i fondi europei.

L’esempio polacco a cui Roma dovrebbe guardare

Per certi versi, la situazione polacca non è poi così distante da quella italiana. Anche Varsavia registra oggi un deficit elevato e un debito pubblico in crescita, alimentati peraltro proprio dall’aumento della spesa militare. Nel 2025, il deficit polacco ha superato il 7% del Pil, mentre il debito pubblico si attesta ormai intorno al 60%, cioè il limite fissato dai parametri europei. In questo contesto, la Polonia si è mossa da subito per intercettare le opportunità offerte dall’Ue. Varsavia sta infatti cercando di sfruttare fino in fondo il programma Safe (Security action for Europe), il pacchetto europeo da 150 miliardi di euro pensato per finanziare con prestiti agevolati gli investimenti militari dei Paesi membri. La scorsa settimana, la Polonia è stata il primo Stato europeo a firmare ufficialmente gli accordi di adesione al Safe, che le porteranno in dote 43,7 miliardi di euro per modernizzare la propria industria e le proprie Forze armate. Anche l’Italia è in lizza per ricevere parte di questi fondi (circa 15 miliardi di euro), ma Roma si è mossa con molta più cautela e senza la stessa rapidità mostrata da Varsavia. Eppure, proprio il caso polacco mostra come Safe possa rappresentare uno dei pochi strumenti disponibili per aumentare gli investimenti nella Difesa senza gravare immediatamente sui bilanci nazionali o senza definanziare altre importanti voci di bilancio. E senza ricorrere ad altri esercizi di contabilità creativa.


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