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Il sorriso di Pechino che dovrebbe preoccupare Teheran e Islamabad

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Per Teheran, la lezione è amara. Il campo anti-occidentale non è una famiglia. È un bazar geopolitico. Ognuno tratta, sconta, compra tempo e prova a scaricare i costi sugli altri. La Russia può promettere amicizia, ma è in difficoltà. La Cina può offrire copertura politica, ma non metterà a rischio la propria sicurezza energetica per le ambizioni iraniane. Il Pakistan può fare da intermediario, ma non può inventare una leva che non possiede…

Vladimir Putin è andato a Pechino per dimostrare che l’asse tra Russia e Cina è ancora in piedi. La scenografia era studiata per comunicare forza. Xi Jinping lo ha ricevuto con tutti gli onori. I due leader hanno attaccato l’Occidente, denunciato la politica americana, celebrato il multipolarismo e firmato decine di accordi. Mosca ha parlato di un rapporto senza precedenti. Pechino ha usato il linguaggio solenne della partnership strategica.

In superficie, era la solita coreografia dell’allineamento anti-occidentale. Ma il messaggio più importante della visita non è stato ciò che Russia e Cina hanno annunciato. È stato ciò che non sono riuscite a concludere.

Il gasdotto Power of Siberia 2, il grande progetto energetico che Mosca considera da anni una via di salvezza strategica dopo il taglio progressivo dei rapporti energetici con l’Europa, non è stato finalizzato. La questione del prezzo resta aperta. Per Putin, quel gasdotto è una necessità. Per Xi, è una trattativa. La differenza dice molto più del vero equilibrio di potere tra Russia e Cina di qualunque brindisi, dichiarazione congiunta o stretta di mano.

La verità è semplice: la Russia ha bisogno della Cina molto più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia.

Dall’invasione dell’Ucraina in poi, Mosca ha perso una parte essenziale del proprio spazio economico in Europa. Le sanzioni occidentali hanno ristretto le sue opzioni, ridotto i margini finanziari, complicato l’accesso a tecnologie sensibili e costretto il Cremlino a cercare in Asia ciò che prima trovava in Occidente. La Cina è diventata il principale sbocco economico, il grande compratore di energia, il fornitore di beni industriali, il partner diplomatico capace di offrire copertura senza entrare formalmente nel conflitto.

Ma Pechino non è un alleato sentimentale. È una potenza imperiale nel modo più freddo e razionale del termine. Compra quando le conviene, aspetta quando può ottenere condizioni migliori, sostiene Mosca finché questo indebolisce l’Occidente, ma evita di caricarsi sulle spalle i costi della guerra russa. La Cina vuole una Russia sufficientemente forte da disturbare gli Stati Uniti e l’Europa, ma sufficientemente debole da dipendere da Pechino. Non vuole un partner paritario. Vuole un fornitore subordinato.

La visita di Putin ha esposto proprio questa asimmetria. Mosca è arrivata in Cina cercando conferme. Cercava il sigillo politico di una relazione ancora solida, la prova che la famosa partnership “senza limiti” avesse ancora sostanza. Pechino ha concesso rispetto, cerimonia, linguaggio anti-americano e dichiarazioni di amicizia. Ma non ha concesso ciò che la Russia voleva di più: un impegno definitivo sul grande gasdotto.

In diplomazia, anche l’assenza parla. Un gasdotto non firmato può pesare più di quaranta accordi secondari.

Questo non significa che Cina e Russia si stiano separando. Sarebbe una lettura ingenua. Xi e Putin condividono ancora un interesse comune: limitare il potere americano, indebolire l’ordine occidentale, costruire spazi alternativi di influenza e presentarsi come capi di un mondo non più dominato da Washington. Ma condividere un nemico non significa condividere lo stesso destino. La loro relazione non sta crollando. Sta cambiando natura. Da partnership fra grandi potenze sta diventando una relazione gerarchica.
La Russia, un tempo potenza imperiale capace di trattare con la Cina da pari, oggi si presenta a Pechino come un Paese bisognoso di mercati, tecnologia, liquidità e legittimità. La Cina lo sa. E fa pagare il prezzo.

Il punto più delicato è l’energia. Dopo avere usato il gas come arma politica contro l’Europa, Mosca si ritrova con una parte della propria infrastruttura energetica orientata verso mercati che non vuole o non può più servire come prima. La Cina, invece, ha molte opzioni. Compra gas russo, ma non vuole diventare dipendente dalla Russia. Compra petrolio iraniano, ma non vuole essere ostaggio di Teheran. Tiene rapporti con il Golfo, commercia con l’Occidente, investe in Asia centrale e diversifica le proprie rotte. Pechino non ha fretta. Mosca sì.

Questa è la fragilità nascosta dell’asse russo-cinese. La propaganda lo presenta come il pilastro del nuovo mondo multipolare. In realtà, è una relazione fondata su squilibri crescenti. La Russia porta materie prime, armi, caos strategico e capacità di disturbo. La Cina porta denaro, mercati, industria, tecnologia e pazienza. Il rapporto non è simmetrico. E più la guerra in Ucraina prosegue, più Mosca scivola verso una condizione di dipendenza. Per l’Iran, questa è una pessima notizia.

Teheran ha costruito una parte della propria sicurezza strategica sull’idea che il fronte anti-occidentale si stia trasformando in un blocco compatto. Russia, Cina e Iran hanno interesse a far credere agli Stati Uniti e ai loro alleati che ogni pressione su uno di loro rafforzi automaticamente gli altri. Ma la visita di Putin a Pechino suggerisce qualcosa di diverso. Non esiste una Nato al contrario. Esiste un mercato di interessi, paure e convenienze.

Quando Xi e Putin condannano l’escalation intorno all’Iran, il gesto ha un valore politico. Ma Teheran non ha bisogno solo di condanne. Ha bisogno di canali finanziari, copertura diplomatica, acquisti energetici, tecnologie, armamenti e garanzie implicite che, in caso di crisi maggiore, non resterà sola. La domanda vera non è se Russia e Cina siano pronte a criticare Washington. Lo fanno già. La domanda è se siano pronte a pagare un prezzo serio per salvare l’Iran. La risposta, al momento, è molto meno rassicurante per Teheran.

La Russia è assorbita dall’Ucraina, sanzionata, indebolita economicamente e sempre più dipendente dalla Cina. Può offrire retorica, qualche cooperazione militare, esperienza bellica e sostegno diplomatico. Ma non può permettersi di diventare il garante strategico dell’Iran in una guerra più ampia. La Cina, dal canto suo, vuole evitare una crisi che trasformi lo Stretto di Hormuz in un ricatto permanente. Pechino è il più grande importatore di energia al mondo. Non ha interesse a vedere il Golfo precipitare in un conflitto fuori controllo.

Questo significa che l’Iran può contare sulla simpatia politica di Mosca e Pechino, ma non su un assegno in bianco. E nella politica di potenza, questa differenza è decisiva. Il problema riguarda anche il Pakistan.

Islamabad sta cercando di trasformare la crisi iraniana in un’occasione diplomatica. Vuole presentarsi come canale tra Teheran e Washington, come voce responsabile del mondo musulmano, come Paese capace di parlare con l’Iran, con gli Stati Uniti, con il Golfo e con la Cina. Per il Pakistan, spesso percepito attraverso la lente del debito, della fragilità interna e della sicurezza, la mediazione offre prestigio. È un modo per tornare utile.

Ma una mediazione vale quanto il potere che il mediatore porta con sé. E il potere del Pakistan è in larga parte preso in prestito dalla Cina.

Islamabad può essere ascoltata perché ha accesso a Teheran, perché mantiene canali con Washington e perché resta un Paese nucleare con una posizione geografica delicatissima. Ma il suo peso strategico reale deriva dal rapporto con Pechino. Il Pakistan è il partner più fedele della Cina nell’Asia meridionale, il custode del corridoio economico sino-pakistano, il Paese che offre alla Cina profondità verso l’Oceano Indiano e l’Arabia. Se Islamabad media, lo fa dentro l’orbita cinese.

Ed è qui che la visita di Putin diventa importante. Se la Cina non è disposta a sostenere la Russia senza condizioni, perché Washington dovrebbe credere che Pechino voglia sostenere l’Iran senza limiti attraverso il Pakistan? Se Pechino tratta Mosca con freddezza commerciale, perché dovrebbe lasciare che Islamabad trasformi la crisi iraniana in un’avventura diplomatica contraria agli interessi cinesi?

Il messaggio di Pechino ai suoi partner è sempre lo stesso: la Cina sostiene, ma alle proprie condizioni. Ai propri tempi. Entro i propri limiti di rischio.

Questo vale per la Russia. Vale per l’Iran. Vale anche per il Pakistan.

La debolezza del fronte anti-occidentale sta qui. Russia, Cina, Iran e Pakistan possono condividere un risentimento verso l’ordine guidato dagli Stati Uniti, ma il risentimento non è una strategia comune. La Russia vuole mercati, tecnologia e sollievo dalle sanzioni. La Cina vuole stabilità, energia a basso costo, vantaggio industriale e influenza globale senza guerra incontrollata. L’Iran vuole sopravvivenza del regime, deterrenza e leva regionale. Il Pakistan vuole rilevanza, finanziamenti e centralità diplomatica. Questi interessi si sovrappongono, ma non coincidono.

L’Occidente commette spesso l’errore di leggere i propri avversari come un blocco unico. È una semplificazione pericolosa. La visita di Putin a Pechino ha mostrato una realtà più complessa. Russia e Cina sono allineate, ma non sono uguali. La Cina e l’Iran sono vicine, ma non legate da un patto di sacrificio. Il Pakistan può portare messaggi, ma non può costruire una pace se le grandi potenze stanno solo calcolando il prezzo della propria esposizione.

Per Teheran, la lezione è amara. Il campo anti-occidentale non è una famiglia. È un bazar geopolitico. Ognuno tratta, sconta, compra tempo e prova a scaricare i costi sugli altri. La Russia può promettere amicizia, ma è in difficoltà. La Cina può offrire copertura politica, ma non metterà a rischio la propria sicurezza energetica per le ambizioni iraniane. Il Pakistan può fare da intermediario, ma non può inventare una leva che non possiede.

Per Washington, Roma, Bruxelles e Nuova Delhi, la lezione è altrettanto importante. Le crepe nel rapporto tra Russia e Cina non devono essere scambiate per una rottura imminente. Xi e Putin non stanno divorziando. Stanno ridefinendo il loro rapporto su basi sempre più diseguali. E le relazioni diseguali creano vulnerabilità: sul prezzo dell’energia, sulle sanzioni, sull’Asia centrale, sull’Artico, sulle tecnologie militari, sull’Iran e sulle rotte marittime.

La Cina non è la salvatrice della Russia. È il suo compratore, il suo banchiere e, sempre più, il suo supervisore strategico.
Per questo la visita di Putin a Pechino potrebbe essere ricordata meno per gli abbracci pubblici che per l’aritmetica privata. I sorrisi c’erano. I discorsi c’erano. Il linguaggio anti-americano c’era. Ma c’era anche il gasdotto mancante. C’era la cautela cinese. C’era la dipendenza russa. E in geopolitica la dipendenza viaggia.

Se Mosca è meno forte dentro il rapporto con Pechino di quanto voglia far credere, allora Teheran è meno protetta di quanto immagini. Se la Cina è più prudente di quanto dica la sua propaganda, allora la mediazione pakistana pesa meno di quanto Islamabad speri.

Il vertice di Pechino doveva mostrare un fronte compatto. Ha rivelato una gerarchia. La Russia resta accanto alla Cina, ma sempre più come partner bisognoso. L’Iran dovrebbe prenderne nota. Il Pakistan anche.


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