Leone XIV ha scritto un documento che parla anche di guerra, di tecnologia militare, di responsabilità nelle decisioni letali. Sarebbe strano che i professionisti della difesa restassero in silenzio. L’analisi del generale Caruso, consigliere militare della Sioi
Con questo spirito — e con il rispetto dovuto a un testo di grande ambizione morale — provo a leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi di chi la guerra l’ha studiata per evitarla.
C’è un paradosso che vale la pena dichiarare subito. Chi ha dedicato la propria vita professionale alla difesa — studiando la guerra — è probabilmente tra i lettori più naturali di un documento come questo. Non per devozione religiosa, necessariamente, ma per affinità di valori.
Il militare professionista, quello vero, non ama la guerra. La conosce, la studia, si prepara ad essa con rigore — e proprio per questo la teme e la rispetta come nessun altro. La dottrina militare moderna, come dovrebbe essere nelle democrazie occidentali, è costruita su principi che riecheggiano sorprendentemente come quelli della dottrina sociale della Chiesa: proporzionalità, distinzione tra combattenti e civili, necessità militare come limite e non come carta bianca, responsabilità della catena di comando. Il soldato che ha fatto davvero il suo mestiere è spesso la persona più consapevole del costo reale della violenza — perché l’ha vista, non solo studiata.
Eppure, c’è una domanda che l’enciclica di Leone XIV non risponde, e che chi ha vissuto quella realtà non può eludere: dato che il mondo produce attori che questi valori non li condividono, come ci si difende da loro senza tradire i propri? È su questo crinale — non su quello dei valori, ma su quello delle risposte operative — che il dialogo tra il magistero pontificio e la comunità della difesa diventa insieme necessario e difficile.
Un documento di dottrina sociale che parla di guerra
Prima di entrare nel merito militare, è utile capire l’architettura del testo. La Magnifica Humanitas non è principalmente un documento sull’IA militare — è un grande affresco di dottrina sociale che usa l’intelligenza artificiale come catalizzatore per ripensare la persona umana nel nostro tempo. I primi due capitoli ripercorrono la tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa da Leone XIII a Francesco. Il terzo affronta l’IA in senso lato — come tecnologia che trasforma il lavoro, la comunicazione, il potere. Il quarto entra nelle ricadute concrete su verità, educazione e libertà. Solo nel quinto capitolo si arriva alla guerra e all’IA militare.
Questa architettura non è un dettaglio: significa che le affermazioni sulla guerra sono corollari di una teologia della persona, non il risultato di un’analisi strategica. Il Papa non pretende di fare geopolitica — fa, giustamente, teologia morale. Capire questa distinzione è il primo passo per un dialogo onesto.
La “guerra giusta” — cosa dice davvero il paragrafo 192
Il passaggio più discusso, e più frainteso, è al paragrafo 192, dove Leone XIV afferma che è “più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto.”
La stampa ha letto questo passaggio come un’abrogazione della dottrina della guerra giusta. Non è così. Leggendo il testo con attenzione — e la nota 178 in calce è esplicita — il Papa rimanda alla Fratelli tutti di Francesco, che aveva già formulato questa posizione. Il bersaglio non è la categoria teologica in sé, costruita in secoli di riflessione da Agostino a Tommaso d’Aquino e poi codificata nel diritto internazionale umanitario, ma il suo uso strumentale: la tendenza sistematica a invocare la “guerra giusta” per legittimare qualsiasi conflitto, comprese le guerre di aggressione rivestite di retorica difensiva.
La clausola di salvaguardia è fondamentale: il diritto alla legittima difesa rimane intatto. Ciò che viene contestato è l’abuso retorico di un framework etico per coprire scelte politiche che con l’etica hanno poco a che fare. Su questo punto, un militare professionista difficilmente può dissentire: quante volte, nelle ultime decadi, abbiamo visto aggressori presentarsi come difensori?
Il cuore del problema: i paragrafi 197-200
È nella sezione dedicata ad “Armi e intelligenza artificiale” che il documento entra nel vivo del nostro tema. Il paragrafo 198 contiene l’affermazione più citata: “Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile.” Il ragionamento che la sorregge è filosoficamente coerente: il giudizio morale implica coscienza e responsabilità personale; l’IA può rendere il conflitto più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza; ergo nessun sistema algoritmico può sostituire il giudizio umano nelle decisioni letali.
Chi scrive condivide la preoccupazione di fondo. Il rischio della deresponsabilizzazione — che lo scarto dei deboli venga ammantato di neutralità e oggettività come scrive Leone XIV — è reale e documentato. I sistemi di target selection basati su algoritmi addestrati su dati imperfetti hanno già prodotto errori con vittime civili. La catena della responsabilità, quando si opacizza dietro la macchina, rischia di dissolversi in un vuoto morale e giuridico che nessuna convenzione internazionale ha ancora colmato.
Il problema non è il principio — è la sua applicazione indifferenziata. Il paragrafo 199 formula tre criteri di discernimento: responsabilità personale identificabile nella catena di comando, tempo sufficiente per il giudizio morale prima di decisioni irreversibili, protezione dei civili come criterio assoluto. Il primo e il terzo sono pienamente compatibili con il diritto internazionale umanitario e con la dottrina NATO. Il secondo — il tempo del giudizio morale — è dove il testo incontra il suo limite più serio.
Il punto di tensione operativa: il tempo e la difesa
Nei sistemi di difesa missilistica — Iron Dome, Patriot, THAAD, il futuro scudo europeo — il tempo di risposta si misura in secondi o frazioni di secondo. Un missile balistico in fase terminale non aspetta che un operatore umano completi il suo processo decisionale. L’automazione in questi sistemi non è una scelta ideologica: è una necessità fisica imposta dalla natura stessa della minaccia. Escludere l’automazione dalla difesa missilistica non significa fare più etica — significa lasciare le città indifese.
L’enciclica non fa questa distinzione. Tratta l’IA militare come categoria monolitica, senza separare i sistemi letali autonomi offensivi — dove le preoccupazioni di Leone XIV sono pienamente giustificate e largamente condivise anche nel dibattito strategico e giuridico internazionale — dai sistemi a controllo umano che utilizzano capacità algoritmiche per difendere, sorvegliare, o supportare decisioni che restano saldamente umane. È una lacuna analitica che indebolisce le conclusioni operative del documento, pur non toccando la sua forza morale di fondo.
La deterrenza e il vuoto di alternativa
Al paragrafo 194, Leone XIV critica quella che definisce “la convinzione errata che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza.” L’argomento merita rispetto — la deterrenza nucleare è eticamente problematica per definizione, basandosi sulla minaccia di un male enormemente sproporzionato. Ma la deterrenza ha anche un track record empirico che nessuna analisi strategica può ignorare: dal 1945 ad oggi, nessuna guerra diretta tra potenze nucleari. Non è un argomento morale — è un argomento fattuale.
Il documento chiede di superare questo sistema e indica come alternativa il dialogo, la diplomazia e le istituzioni internazionali. Ma lo stesso paragrafo 226 riconosce che l’ONU “rivela la necessità di riforme profonde” per la sua attuale debolezza. Si chiede di abbandonare uno strumento imperfetto indicando come sostituto un’istituzione che si riconosce essa stessa disfunzionale. Il militare che ha visto il Consiglio di Sicurezza paralizzato dai veti durante crisi reali non può non notare questa tensione irrisolta.
Dove il Papa ha ragione — e il militare deve ascoltare
Sarebbe però disonesto fermarsi alle lacune operative. Ci sono passaggi della Magnifica Humanitas che ogni professionista della difesa dovrebbe leggere con attenzione, non come atto di devozione ma come analisi lucida di dinamiche reali.
Il paragrafo 183 è acuto: la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti, e l’IA può sì potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell’uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a danno collaterale. Questa è un’analisi corretta, coerente con la letteratura più seria sulla guerra algoritmica e con le preoccupazioni che circolano nei dibattiti interni alle stesse organizzazioni militari occidentali.
I paragrafi 190-192 sulla normalizzazione culturale della guerra attraverso i media e gli algoritmi toccano un fenomeno che chi lavora nell’ambito della comunicazione strategica e della difesa informativa conosce bene: la progressiva assuefazione dell’opinione pubblica alla violenza, mediata da narrazioni polarizzanti che i sistemi algoritmici amplificano perché generano engagement. La guerra preparata culturalmente prima ancora che militarmente è una realtà del nostro tempo, e il Papa la descrive con precisione.
E il paragrafo 199, nella sua richiesta di tracciabilità delle decisioni e di controllo umano effettivo, non è distante dalle posizioni che la stessa NATO ha assunto nei dibattiti interni sui LAWS — Lethal Autonomous Weapons Systems — né dalle linee guida che diverse nazioni occidentali hanno già adottato in materia.
Il filo rosso: valori condivisi, risposte diverse
Torniamo al paradosso iniziale. Leone XIV e il generale che ha trascorso la carriera a pensare come evitare la guerra condividono probabilmente più valori di quanto non li divida. Entrambi vedono il conflitto armato come un male. Entrambi vogliono che sia l’ultima risorsa. Entrambi si preoccupano dei civili. Entrambi diffidano di una tecnologia che deresponsabilizza chi preme il grilletto — virtuale o reale che sia.
Il disaccordo non è sui valori. È sulla risposta a una domanda che la teologia morale non può eludere all’infinito: come si proteggono i valori in un mondo che li minaccia con la forza? La risposta del Papa è: con il dialogo, la diplomazia, il multilateralismo, il disarmo progressivo. La risposta del militare professionista non è diversa nella sostanza — ma aggiunge: e nel frattempo, mentre costruiamo quel mondo migliore, dobbiamo essere in grado di difendere chi è già sotto attacco.
Non è cinismo. È esattamente la logica di Neemia, la figura biblica che Leone XIV sceglie come guida e icona dell’intera enciclica. Neemia è l’ebreo della diaspora che, appresa la notizia di Gerusalemme in rovina, prega, pianifica, ottiene il permesso di partire, arriva di notte, esamina i luoghi distrutti in silenzio, poi convoca il popolo e organizza la ricostruzione affidando a ciascuna famiglia il proprio tratto di muro. È l’immagine della corresponsabilità condivisa che il Papa contrappone all’arroganza di Babele.
Ma c’è un dettaglio del libro di Neemia che l’enciclica non cita esplicitamente, e che vale la pena richiamare. Mentre i muratori lavorano, i nemici esterni minacciano di attaccare e interrompere i lavori. Neemia risponde mettendo metà degli uomini di guardia armata e lasciando che gli altri costruiscano — con le armi a portata di mano anche per chi tiene la cazzuola. Il cantiere della pace, nella Gerusalemme di Neemia, aveva le sue sentinelle.
Anche questa è una lezione che viene dal testo sacro che il Papa ha scelto. E forse è la più difficile da accettare — e la più necessaria da non dimenticare.
















