Mosca annuncia il ricorso alla Corte internazionale di giustizia contro Estonia, Lettonia e Lituania per la presunta discriminazione dei russofoni. Una mossa che arriva insieme a una nuova legge sull’uso delle Forze armate per proteggere cittadini russi all’estero. Mosse che richiamano il modus operandi precedente all’invasione in Ucraina
Il ministero degli Esteri di Mosca ha annunciato l’intenzione di rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia contro Estonia, Lettonia e Lituania, accusate di violare i diritti della popolazione russofona. La formulazione non è nuova. Secondo quanto riportato da Tass, che cita il ministero degli Esteri russo attraverso Izvestia, Mosca sostiene di aver tentato senza successo la via negoziale e di non avere altra scelta se non quella di portare il dossier davanti al principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Nel linguaggio del Cremlino tornano le stesse argomentazioni utilizzate per giustificare l’invasione in Ucraina: discriminazione linguistica, russofobia, repressione del dissenso, cancellazione della memoria storica. Fattori utili per costruire un fascicolo internazionale, accumulare atti, dichiarazioni e dinieghi, presentare ogni respingimento come ulteriore prova di ostilità occidentale.
Georgia e Ucraina
Prima della guerra del 2008 contro la Georgia, Mosca aveva lavorato per anni sul terreno della “protezione” delle popolazioni di Abkhazia e Ossezia del Sud, anche attraverso la distribuzione di passaporti russi. Dopo il conflitto, nel novembre 2009, Dmitrij Medvedev firmò modifiche alla legge sulla difesa che inserivano tra i casi di impiego delle Forze armate all’estero anche la protezione dei cittadini russi da attacchi armati. Lo stesso schema retorico, con varianti e intensità diverse, è tornato in Ucraina nel 2014 e poi nel 2022, con argomentazioni riguardanti la protezione dei russi, la denuncia di presunti crimini contro le popolazioni russofone, l’uso del diritto come preparazione del terreno politico.
I Paesi baltici
I Paesi baltici sono membri della Nato e dell’Unione europea dal 2004 e questo cambia radicalmente il contesto strategico. In Estonia, Lettonia e Lituania non si è consolidato il modello della “passaportizzazione” su larga scala sperimentato in Georgia o nelle aree separatiste ucraine. Mosca, infatti, non parla solo di cittadini russi, ma ricorre alla categoria più ampia e più debole dei “connazionali” e dei russofoni.
Il calendario aggiunge un elemento di valutazione. Il 25 maggio, lo stesso giorno in cui il ministero degli Esteri russo ha rilanciato il dossier contro i Baltici, Vladimir Putin ha firmato una legge che consente l’uso extraterritoriale delle Forze armate russe, su decisione presidenziale, per proteggere cittadini russi arrestati, detenuti o sottoposti a procedimenti da parte di tribunali stranieri o internazionali di cui Mosca non riconosce la giurisdizione. La Duma aveva approvato il testo il 13 maggio con 381 voti favorevoli, senza contrari né astenuti.
La legge non è scritta sui Paesi baltici e riguarda formalmente cittadini russi coinvolti in procedimenti giudiziari all’estero. Tuttavia amplia il lessico legale interno con cui Mosca giustifica la protezione dei propri cittadini fuori dai confini nazionali. Nel momento in cui il Cremlino apre un contenzioso sui russofoni baltici, la coincidenza temporale assume un significato piuttosto curioso, nel quale diritto interno, dispute diplomatiche e comunicazione strategica sembrano convergere nella stessa direzione.
La deterrenza della Nato resta il principale argine. L’articolo 5 non elimina, ad oggi, il rischio di pressioni ibride, campagne informative o provocazioni diplomatiche, ma rende comunque molto più costoso qualsiasi passaggio militare diretto. Proprio per questo la partita russa si concretizza nella zona grigia e attraverso la costruzione di un contesto in cui Mosca possa sostenere di reagire a una questione irrisolta di diritti, minoranze e sicurezza.
La campagna russa contro i Baltici, dunque, è oggi rintracciabile in un’operazione di preparazione narrativa, alla quale stanno, nelle ultime settimane, contribuendo anche molti agenti di influenza italiani, costruita attraverso dichiarazioni di opinion leaders russi ed esteri, strumenti legali, casi giudiziari, accuse sui diritti delle minoranze e richiami alla protezione dei russofoni. Il precedente georgiano e quello ucraino non devono forzare parallelismi meccanici, ma possono indicare una via di identificazione del metodo e dei ricorsi storici.
















