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Il nuovo Khamenei non è un moderato, e il discorso dell’Hajj ne è la prova

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La nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha rivendicato nel discorso dell’hajj la piena continuità con il regime teocratico del 1979 e la fine di Israele entro il 2040, mentre l’incertezza domina i negoziati con Washington. Un testo che i leader politici occidentali farebbero bene a leggere con attenzione

Oggi l’incertezza domina ancora sui negoziati in corso tra Iran e Usa. Se ieri Axios ha preannunciato la redazione finale di un memorandum of understanding (Mou) a cui mancherebbe soltanto la firma del Presidente Trump, le agenzie iraniane Fars e Tasnim, da sempre vicine ai Guardiani della Rivoluzione, si sono affrettate a smentire la notizia.

Un altro fattore di incertezza riguarda l’effettivo peso che la nuova Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, è in grado di esercitare nel paese e in particolare nei negoziati con gli Stati Uniti. Alcune fonti ipotizzano che egli possa essere l’ostacolo principale al percorso negoziale; altre che abbia autorizzato i negoziati, ma che non abbia ancora supervisionato il testo della bozza di accordo; altre ancora che venga bypassato dai negoziatori. Mentre queste voci si rincorrono, è interessante osservare come nel suo discorso di ieri l’Ayatollah Khamenei abbia accusato Usa e Israele di fomentare la discordia al fine di dividere e destabilizzare l’Iran. Le sue parole confermano implicitamente le significative divisioni interne al regime.

Al di là della contingenza, e qualunque sia l’esito finale dei negoziati, è indispensabile analizzare e far conoscere all’opinione pubblica qual è l’autentico pensiero politico-religioso del nuovo leader, così come è emerso chiaramente nel messaggio di martedì 26 maggio rivolto ai fedeli in occasione dell’annuale pellegrinaggio alla Mecca per l’hajj.

Mi piacerebbe che tutti i leader politici italiani avessero la pazienza di leggere il testo integrale del discorso. Al di là dei profili più strettamente religiosi, il messaggio della Guida Mojtaba Khamenei è intriso di contenuti fortemente ideologici su cui occorre riflettere seriamente. Ciò che colpisce dell’appello rivolto ai pellegrini dell’hajj è la completa identificazione con le posizioni radicali di suo padre, nonché la rivendicazione esplicita della piena continuità con il regime teocratico instaurato in Iran dal 1979. Israele resta il cancro da estirpare e la sua fine è prevista, entro quindici anni, per il 2040.

Queste le parole esatte con cui si è rivolto ai pellegrini: “Il traballante regime sionista, scosso, e la cancerogena crescita di Israele sono vicini alle ultime tappe della loro vita maledetta, come predetto dal nostro massimo Leader martire di Qudse dieci anni fa con le sue infiammate parole — a Dio piacendo il regime non vivrà tanto da vedere i prossimi venticinque anni successivi.” E ha aggiunto: “In varie parti dell’Iran e del mondo — e continuando ben oltre questi giorni benedetti — ‘Abbasso l’America’ e ‘Abbasso Israele’ diventeranno i cori comuni dell’Ummah islamica e degli oppressi del mondo, soprattutto tra i giovani.” Ha infine sottolineato i legami strettissimi che connettono l’Iran e l’Ummah islamica con i giovani mujahideen che combattono in Libano, Palestina, Iraq e Yemen, con evidente riferimento a Hezbollah, Hamas, Houthi e alle milizie filo-iraniane in Iraq.

Risulta pertanto evidente che la nuova Guida dell’Iran è su posizioni radicali e radicalizzanti, diversamente da quanto sostenuto da alcuni analisti. Se non siamo ancora in grado di misurare con precisione quale sia la sua influenza all’interno del regime, il fatto che l’agenzia Tasnim, molto vicina alle Guardie Rivoluzionarie, abbia rilanciato con grande enfasi le sue posizioni è un segnale preoccupante. Le parole sono pietre: la fine di Israele resta dunque ancora ben salda non solo nella retorica, ma nell’agenda politica iraniana. Ne consegue che, qualunque cosa ciascuno di noi pensi del governo Netanyahu, dovremmo tutti interrogarci sui pericoli che continuano a minacciare l’esistenza di Israele e su come difenderla.

Ma il discorso riguarda anche i palestinesi. Nonostante le posizioni di bandiera assunte di recente alle Nazioni Unite, tutte le diplomazie del mondo sono ben consapevoli che senza adeguate garanzie di sicurezza per Israele la giusta scelta di realizzare uno Stato palestinese è destinata a restare sulla carta per i prossimi decenni.

Un’ultima notazione. Nel suo messaggio ai fedeli la Guida Suprema ha messo al centro lo smantellamento delle basi militari USA dal Golfo. Sarà interessante comprendere quale sarà la reazione delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in primis, impegnata proprio in questi giorni a chiudere con Washington l’accordo per il nucleare civile.


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