L’Italia si orienta a un uso più limitato di Safe, scegliendo di ricorrere ai prestiti europei solo per programmi della difesa già coperti da contratti firmati. La decisione riflette una linea di cautela sui conti pubblici e prova a tenere insieme gli impegni verso la Nato, la sostenibilità del debito e le altre priorità politiche del governo, a partire dall’energia
L’Italia si prepara a chiedere meno dei quasi 15 miliardi disponibili per Roma attraverso Safe, il programma europeo di prestiti agevolati destinato a sostenere gli investimenti nella difesa. Il governo intende limitare il ricorso allo strumento ai progetti già coperti da contratti firmati, evitando per ora di utilizzare l’intera quota potenzialmente accessibile.
La posizione è stata sintetizzata dal ministro Antonio Tajani, che ha ricondotto la scelta a una decisione dell’intero esecutivo e della maggioranza: “Sul programma per la difesa è una decisione che ha preso tutto il governo e tutta la coalizione del centrodestra. Avevamo annunciato che avremmo chiesto all’Europa un prestito di circa 15 miliardi di euro per avviare una serie di contratti. Dobbiamo rispettare alcuni impegni presi con la Nato però non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente quindi chiederemo di meno soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare”.
La correzione di rotta nasce soprattutto da una valutazione sui conti pubblici. Safe offre prestiti a condizioni più favorevoli rispetto a quelle che l’Italia otterrebbe finanziandosi da sola sui mercati, ma resta comunque nuovo debito. Per questo il governo non intende utilizzare automaticamente tutta la quota disponibile. La scelta è limitare la richiesta alle spese considerate già obbligate, così da non appesantire ulteriormente il debito del Paese e mantenere margini per altre priorità, a partire dall’energia.
Il negoziato con Bruxelles
La Commissione europea ha chiarito che l’Italia non è tra i Paesi che hanno già firmato un accordo di prestito Safe. “Abbiamo in totale 5 Stati che hanno firmato un accordo di prestito Safe: sono Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio, quindi l’Italia non ne fa parte”, ha detto il portavoce Thomas Regnier durante il briefing quotidiano con la stampa.
Il dato non implica una rinuncia italiana. Indica però che Roma non ha ancora formalizzato l’accesso al prestito e che il governo vuole mantenere spazio negoziale. La scadenza per avviare i progetti dovrebbe cadere il 31 maggio, ma non viene considerata un termine rigido e la Commissione europea ha lasciato all’Italia un margine ulteriore per decidere.
Le posizioni nel governo
La riduzione della richiesta italiana su Safe nasce dal tentativo di tenere insieme difesa, conti pubblici ed energia. Crosetto guarda ai prestiti europei come a una leva per rafforzare gli investimenti militari e sostenere programmi coordinati con altri Paesi europei. Giorgetti parte invece dalla sostenibilità finanziaria dell’operazione.
Meloni si colloca su questa linea di equilibrio. La presidente del Consiglio ha ribadito che Italia ed Europa devono fare di più per difendersi, chiarendo però che la difesa non può diventare l’unica priorità di spesa. “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”, ha detto, collegando il dossier Safe alla trattativa con Bruxelles sulla flessibilità per le misure contro il caro energia.
Il ricorso parziale a Safe appare quindi come una mediazione ordinaria tra responsabilità diverse, più che come una frattura politica. La Difesa spinge per rafforzare le capacità militari, l’Economia valuta l’impatto sul debito e Palazzo Chigi prova a tenere insieme sicurezza, energia e tenuta sociale.
















