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Perché la ricetta di Bankitalia va bene solo in parte

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Nonostante la crisi petrolifera, il saldo della bilancia commerciale nel primo trimestre dell’anno, secondo l’Istat, è stato più che positivo: pari a 15,437 miliardi di euro: quasi 3 miliardi in più rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, ed 1,5 l’anno ancora precedente. Forse nei prossimi mesi non sarà così. La crisi si farà sentire. Ma oggi è “un altro giorno”. E, questo, al momento dovrebbe bastare. Mettendo al bando gli eccessivi pessimismi. Il commento di Gianfranco Polillo

Le ultime “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia, lette nell’austero salone di Palazzo Koch, riflettono pienamente un’antica tradizione. Serietà nell’analisi, sguardo concentrato su uno scenario mondiale (non una cosa da niente di fronte alle risorgenti tentazioni autarchiche), visione di un futuro che va oltre la semplice congiuntura. Nel complesso, parole su cui meditare, non solo per trasformarle in azione politica e di governo, ma per comprendere la dimensione della sfida che è di fronte ai nostri occhi. I cui rischi sono talmente elevati, da non consentire più la banalità del gioco politico che, in Italia, la fa da padrone.

L’Italia, ma non solo, si trova di fronte ad un tornante della storia che appare, sempre più, come una sorta di grande complotto. Sul piano tecnologico, con l’Intelligenza Artificiale (IA), già entrata in una fase di crescente diffusione, si è di fronte ad un cambiamento di paradigma che non trova riscontro negli annali della “rivoluzione industriale”. Il suo crescente utilizzo avrà l’effetto di un vero e proprio terremoto, come mai si era verificato dai tempi di Manchester in poi.

Le geopolitica del mondo, poi, ha imboccato strade che fino a ieri sembravano improponibili. Al relativo ottimismo di fine anno sulle prospettive internazionali: quando il Pil era “cresciuto del 3,4 per cento, mezzo punto oltre le previsioni, nonostante il protrarsi dei conflitti in Ucraina e a Gaza, l’inasprimento dei dazi statunitensi e le ostilità in Medio Oriente”; a tutto questo – sempre secondo le parole del Governatore – si è sostituita una “situazione (…) drammaticamente modificata dal conflitto nel Golfo Persico. Il blocco dello stretto di Hormuz – attraverso cui transita abitualmente un quinto delle forniture mondiali di petrolio e di gas liquefatto – ha provocato carenze di offerta e forti rincari delle materie prime energetiche”. Al punto che “la crescita mondiale è esposta a rischi più numerosi, più interconnessi e più difficili da governare rispetto al passato”.

A ciò si aggiunga che per la prima volta, dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’egemonia americana mostra i segni di una profonda debolezza. L’Occidente appare diviso. Mentre sul fronte opposto Russia e Cina, i suoi più antichi rivali, celebrano il rito di un’ “amicizia senza limiti”. Che sarà anche solo un pio desiderio. Ma che di fronte a quei dissidi appare, comunque, come un’incognita da non sottovalutare.

Il primo effetto di questa crisi, ancora insondabile nelle sue conseguenze ultime, sarà, come minimo, il dimezzamento del ritmo di crescita del commercio mondiale. Lo scorso anno pari al 5%, oggi secondo le previsioni, meno allarmate del Fmi, al di sotto del 3%. Una caduta che contribuirà a rendere più difficili quei processi di riconversione produttiva richiesti dal salto tecnologico implicito nello sviluppo della filiera collegata alla diffusione dell’IA. E che accentuerà ogni squilibrio, già visibile, del resto, sul piano commerciale e finanziario.

Le partite correnti delle bilance dei pagamenti si sono, infatti, ulteriormente disallineate. “Gli Stati Uniti” già da ora “rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa.” I dazi di Donald Trump, almeno finora, non hanno funzionato, con buona pace delle stravaganti teorie di Stephen Miran. “Il 90 per cento” del loro onere “è ricaduto”, infatti, su consumatori e imprese americani”. Portando l’inquilino della Casa Bianca sull’orlo di una crisi di nervi.

Di fronte ad un tale cataclisma, individuare la rotta da seguire almeno solo per il “si salvi chi può”, è operazione tutt’altro che ordinaria. Non basta infatti la sola buona volontà del Governo, qualunque ne sia la relativa composizione. Occorre soprattutto che l’elefante europeo si trasformi non tanto in una gazzella (metamorfosi impossibile) ma almeno in un cavallo, seppure non blasonato. Nel frattempo, tuttavia, i singoli Stati nazionali non devono rimanere con le mani in mano, ma contribuire con le azioni, più che con le semplici parole, a definire la più giusta strategia.

Da questo punto di vista l’Italia ha qualcosa da dire. Il Governatore insiste, anche giustamente, sulla necessità di una diversa politica dell’offerta, tesa ad aumentare la produttività di sistema (totale dei fattori) e quella aziendale. Senza un suo deciso aumento ricorda: “L’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti. Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6 per cento, contro incrementi compresi tra il 13 e il 34 per cento negli altri grandi paesi dell’area dell’euro”.

Confessiamo un nostro certo scetticismo su valore euristico di questi dati. Fosse così alcuni risultati, pure giustamente sottolineati dal Governatore non si spiegherebbero. “Dal 2019 – aveva ricordato – l’economia italiana ha mostrato una significativa capacità di tenuta. Nonostante la pandemia e lo shock energetico del 2022, il Pil è cresciuto di oltre il 6 per cento: un risultato in linea con la media dell’area dell’euro in termini aggregati, ma superiore su base pro capite. L’espansione è stata trainata dagli investimenti e sostenuta dalle esportazioni; l’occupazione è aumentata in misura rilevante. Anche la posizione netta sull’estero è migliorata: ampiamente debitoria dieci anni fa, è divenuta creditoria, raggiungendo il 15 per cento del Pil”.

È su quell’”ampiamente debitoria” che è necessario insistere. Nel 2013 il suo valore era pari al 23,4% del Pil. Questo significa che in poco più di un quarto di secolo il recupero è stato pari a quasi 40 punti di Pil. Merito soprattutto del conseguito avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Ma questi risultati potevano essere ottenuti con una crescita della produttività così bassa, rispetto alle medie degli “altri grandi paesi dell’area dell’euro”, come quelle indicate? Per quanto si possano comprimere i salari – cosa che è avvenuto – risultati del genere si giustificano solo rimettendo in discussione i metodi statistici per il calcolo di quei valori.

Ed ecco allora il punto più delicato. Una politica dell’offerta funziona solo se risponde ad una domanda interna che non ristagna. Altrimenti il traino può essere offerto, com’è avvenuto, solo dalle esportazioni. Settori in cui si sono concentrati gli investimenti necessari. Ne deriva pertanto che senza quell’ingrediente sarà difficile per il sistema produttivo italiano realizzare gli obiettivi indicati nelle stesse “Considerazioni”.

Una fuga in avanti? Non si deve dimenticare l’esperienza degli anni ‘70, in un contesto internazionale che somiglia del resto a quello di oggi. Allora le rivendicazioni operaie non distrussero l’industria italiana. La costrinsero a quelle “innovazioni di processo” che la fecero resistere sui mercati internazionali. La “competizione tra le classi”, se si svolge in modo intelligente e non con oscure finalità politiche, non è mai una condanna. Ma il modo d’essere del miglior sistema di produzione al mondo, dai tempi di Henry Ford in poi, per realizzare al tempo stesso sviluppo economico ed equità sociale.

L’Italia questi margini li ha, come si può vedere dal suo costante attivo valutario, segno evidente di una domanda interna fin troppo compressa di fronte alle potenzialità dell’offerta. Nonostante la crisi petrolifera, indotta dalla situazione geopolitica, il saldo della bilancia commerciale nel primo trimestre dell’anno, secondo l’Istat, è stato più che positivo: pari a 15,437 miliardi di euro: quasi 3 miliardi in più rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, ed 1,5 l’anno ancora precedente. Forse nei prossimi mesi non sarà così. La crisi, da molti temuta e da alcuni auspicata, si farà sentire. Ma oggi è “un altro giorno”. E, questo, al momento dovrebbe bastare. Mettendo al bando gli eccessivi pessimismi.


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