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Cosa significa sicurezza oggi? La lezione britannica e la sfida italiana

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La vera novità della strategia britannica è aver compreso che la sicurezza nazionale non riguarda soltanto la difesa del territorio, ma la capacità complessiva della nazione di preservare la propria libertà di decisione e di azione in un ambiente strategico sempre più instabile. Mentre in Italia… Il commento del generale Pasquale Preziosa

La pubblicazione della National Security Strategy del Regno Unito rappresenta uno dei documenti strategici più significativi prodotti in Europa negli ultimi anni. Non perché introduca una visione rivoluzionaria o una dottrina completamente nuova, ma perché certifica un cambiamento ormai irreversibile: la fine dell’ordine strategico emerso dopo la Guerra Fredda e l’ingresso delle democrazie occidentali in una fase caratterizzata da competizione permanente, vulnerabilità e crescente incertezza.

La strategia britannica parte, infatti, da una constatazione ormai difficilmente contestabile. Il ritorno della competizione tra grandi potenze, la guerra in Ucraina, la crescente assertività cinese, l’uso permanente delle minacce ibride e l’incertezza sul futuro coinvolgimento americano nella sicurezza europea costituiscono il nuovo contesto strategico nel quale gli Stati sono chiamati a operare. Da questa premessa deriva una conseguenza altrettanto importante.

La sicurezza nazionale non può più essere interpretata esclusivamente come una questione militare. La National Security Strategy britannica insiste su alcuni concetti che ritroviamo ormai nei documenti strategici più avanzati: resilienza nazionale, protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza economica, cybersicurezza, autonomia industriale, preparazione della società civile e riduzione delle dipendenze strategiche.

Ciò che emerge con particolare evidenza è il tentativo di integrare in un’unica cornice dimensioni tradizionalmente separate. Difesa, politica industriale, sicurezza energetica, sicurezza economica, cyberspazio, protezione delle infrastrutture critiche, resilienza sociale, comunicazione strategica e soft power vengono considerate componenti di un unico ecosistema di sicurezza. La vera novità del documento risiede proprio in questo passaggio concettuale.

La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale o scoraggiare un’aggressione militare. Viene definita come capacità dello Stato e della società di continuare a funzionare sotto competizione. Si tratta di una definizione profondamente diversa da quella che ha dominato gran parte del dibattito strategico del Novecento. Non più una sicurezza fondata soltanto sulla difesa del territorio, ma una sicurezza intesa come capacità di garantire continuità di funzionamento della società in presenza di shock simultanei: guerre, cyberattacchi, crisi energetiche, manipolazione informativa, interruzioni delle supply chain e competizione tecnologica.

È il tentativo di adattare uno Stato occidentale all’era della complessità. In un sistema globale caratterizzato da interdipendenze profonde, la vulnerabilità di una società non dipende più soltanto dalla sua esposizione militare, ma dalla robustezza delle reti che ne garantiscono il funzionamento quotidiano. La protezione delle reti energetiche, dei cavi sottomarini, dei data center nazionali, delle infrastrutture digitali, dei sistemi finanziari e delle catene di approvvigionamento diventa quindi parte integrante della sicurezza nazionale. Persino la coesione cognitiva della popolazione entra nel perimetro della sicurezza.

La diffusione di campagne di disinformazione, operazioni di influenza, manipolazione algoritmica e polarizzazione sociale dimostra infatti che il dominio cognitivo è ormai diventato un terreno di competizione strategica. La fiducia nelle istituzioni, la qualità dell’informazione e la capacità collettiva di interpretare correttamente la realtà costituiscono oggi asset strategici al pari delle capacità militari. Particolarmente interessante appare inoltre il recupero della dimensione del soft power.

Quando il rapporto afferma che gli aiuti allo sviluppo, il broadcasting internazionale e le attività culturali del British Council rappresentano strumenti di sicurezza nazionale, riconosce una verità spesso dimenticata negli ultimi anni ossia, l’influenza riduce i costi della coercizione. La capacità di attrarre, persuadere, costruire relazioni e generare fiducia rappresenta una forma di potere strategico non meno importante delle capacità militari.

La sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la deterrenza, ma attraverso la credibilità, l’influenza e la capacità di modellare l’ambiente internazionale. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. La strategia britannica invita a prepararsi a uno scenario caratterizzato da un minore coinvolgimento americano nella sicurezza europea. Non si tratta di mettere in discussione la Nato. Si tratta piuttosto di riconoscere che il baricentro strategico statunitense si sta progressivamente spostando verso l’Indo-Pacifico e che la competizione con la Cina rappresenta la priorità geopolitica di lungo periodo per Washington. Questa riflessione dovrebbe interessare profondamente anche l’Europa continentale. Se gli Stati Uniti concentreranno una quota crescente delle proprie risorse politiche, economiche e militari nell’Indo-Pacifico, gli europei dovranno inevitabilmente assumere maggiori responsabilità nella gestione della propria sicurezza. Ma questo implica qualcosa di più di un semplice aumento della spesa militare. Implica la costruzione di una capacità autonoma di resilienza industriale, tecnologica, energetica e sociale. Ed è proprio qui che emerge la questione italiana.

L’Italia dispone di eccellenze industriali, militari, tecnologiche e istituzionali di assoluto livello. Possiede capacità avanzate nel settore della difesa, una crescente maturità nel dominio cyber, un sistema di protezione civile riconosciuto a livello internazionale e un apparato industriale strategico che opera in settori chiave per la sicurezza nazionale.

Ciò che manca è una sintesi strategica unitaria. Una vera National Security Strategy dovrebbe infatti rispondere ad alcune domande fondamentali. Quali sono gli interessi vitali della Repubblica? Quali dipendenze strategiche costituiscono una vulnerabilità? Quale livello di autonomia industriale è necessario per garantire la sicurezza nazionale? Qual è il ruolo delle infrastrutture critiche? Come si prepara la popolazione a crisi prolungate? Quale rapporto deve esistere tra sicurezza economica e politica estera? Come si protegge il dominio cognitivo della società? Su questi temi l’Italia possiede strumenti, competenze e istituzioni. Manca però ancora una cornice strategica complessiva capace di collegarli. La sicurezza contemporanea non può più essere misurata esclusivamente dal numero di soldati, carri armati o sistemi d’arma disponibili. Essa dipende dalla capacità di uno Stato di garantire il funzionamento delle proprie infrastrutture critiche, la tenuta delle proprie istituzioni, la resilienza del proprio sistema economico e la fiducia dei cittadini anche nei momenti di crisi o conflittualità.

La vera novità della strategia britannica è aver compreso che la sicurezza nazionale non riguarda soltanto la difesa del territorio, ma la capacità complessiva della nazione di preservare la propria libertà di decisione e di azione in un ambiente strategico sempre più instabile.


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