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Il caso Zapatero e il nodo irrisolto dell’influenza straniera in Europa. Parla Irdi (Gmf)

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Non solo un caso giudiziario: Zapatero solleva interrogativi sulla permeabilità dell’Europa all’influenza di Mosca e Pechino. Tra rischi sistemici e divisioni interne, il nodo è la resilienza democratica. La lettura di Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund

Il caso Zapatero non è solo una vicenda giudiziaria spagnola. È uno specchio in cui l’Europa è chiamata a guardarsi e a chiedersi quanto sia davvero resiliente di fronte alle strategie di infiltrazione e influenza di Mosca e Pechino. Una questione che chiama in causa la tenuta dell’establishment europeo, come spiega Beniamino Irdi, senior fellow del German Marshall Fund in una conversazione con Formiche.net.

Irdi, legge il caso Zapatero come una “deviazione personale” o come un segnale di una tendenza più strutturale presente in una parte dell’establishment europeo?

La storia di Zapatero è ancora all’inizio, e quindi dobbiamo essere cauti a giudicarla. Sia perché usciranno fuori tante altre cose ancora, sia perché è una vicenda giudiziaria che avrà tanti sviluppi a cascata. Questo è un caveat importante da fare su processi in corso. Ciò detto, questa non è la prima volta che Zapatero viene coinvolto in questioni che riguardano legami finanziari poco chiari con il Venezuela, con venature anche cinesi e russe.

A questo proposito, ritiene che esista una corrente politica in Europa che si discosta sistematicamente dalla linea euro-atlantica e guarda a Cina e Russia?

Quel che è certo è che la Cina e la Russia negli ultimi anni hanno reso chiarissimo che il cosiddetto di elite capture, ovvero il portare dalla propria parte l’elite dei Paesi occidentali, è uno degli strumenti fondamentali del loro toolbox per la guerra ibrida. E questo processo non è necessariamente corruzione pura, ma può assumere diverse configurazioni: solitamente quando viene messo in atto dalla Cina è più sottile di così, comporta delle attività di vero e proprio corteggiamento di lungo periodo di personaggi politici, accademici e del tessuto economico imprenditoriale; viceversa, la Russia ricorre spesso a una dimensione corruttiva pura. Le figure che solitamente vengono messe al centro di questi sforzi sono figure che ricoprono ruoli politici, economici e tecnici sensibili. E quando questi target sono individuati nell’establishment politico, solitamente vengono scelti anche in virtù del loro orientamento ideologico, più amichevole rispetto alle potenze competitor dell’Occidente meno atlantista, meno europeista. Figure simili si possono facilmente trovare ai due estremi dello spettro politico, soprattutto nelle piattaforme politiche più populiste. Quindi sì, esiste un humus ideologico e politico in Europa che si presta a questi sforzi di elite capture che nel lungo periodo portano a un incremento dell’influenza politica di Paesi avversari dell’Europa, così come a un aumento di penetrazione economica e trasferimento di know-how dall’Europa e dall’Occidente in generale verso questi Paesi.

Negli stessi anni in cui Zapatero governava la Spagna, Schroeder era cancelliere in Germania. Lo stesso Schroeder che è stato proposto da Putin come negoziatore europeo. Anche l’ex-cancelliere fa parte del gruppo “pro-revisionista”?

Il caso di Schroeder è abbastanza rappresentativo di quanto detto poco fa. Pur non essendoci un elemento ideologico dominante, ce ne sono diversi altri che inducono a pensare che il suo rapporto con la Russia fosse particolarmente stretto. Nell’ultima fase del suo governo, Schroeder è stato colui che ha firmato l’accordo del Nord Stream con Putin, da cui dopo aver terminato il mandato da cancelliere ha avuto diversi incarichi nel settore degli idrocarburi russo, e con il quale ha stretto nel tempo un’amicizia personale. Il suo atteggiamento dopo l’invasione dell’Ucraina ha in qualche modo confermato questa particolare sensibilità rispetto alla Russia, mostrandosi tutt’altro che duro verso Mosca, e per questo venendo criticato dai suoi stessi connazionali. Non stupisce che Putin abbia proposto proprio lui come mediatore europeo.

C’è un rischio politico e sistemico di questo fenomeno per la sicurezza nazionale dei Paesi europei, oltre che dell’Europa stessa?

Il rischio politico e sistemico di questa tendenza è assolutamente evidente, e viene dall’intenzione di Russia e Cina di acquisire gradualmente e attraverso uno sforzo di lungo periodo influenza e proiezione in Europa e in Occidente, sostanzialmente nei Paesi dove i meccanismi democratici sono i gangli decisionali, per alterarne le decisioni politiche, indebolirli nel tempo e acquisire influenza. Questa tendenza non va sottovalutata e, al di là delle figure politiche di alto livello, va soprattutto considerata un rischio sistemico per ciò che riguarda le posizioni, gli individui che hanno un rilievo importante nella società, ma che non sono altrettanto al centro dell’occhio mediatico, e quindi non sono costantemente oggetto di scrutinio pubblico. Su questo sarebbe necessario portare avanti una riflessione solida da parte di tutta l’Europa, perché il tema riguarda proprio l’Europa, la sua solidità e la sua resilienza democratica.

E l’Europa è solida abbastanza al suo interno per avviare questo tipo di riflessione?

C’è una divisione interna all’Europa, è vero, ma non tutto il male viene per nuocere. Abbiamo visto in Ungheria, dove le tendenze filorusse e anti-europee erano molto forti, che c’è stata una correzione di traiettoria spontanea che adesso sembra star riportando Budapest nel perimetro dei Paesi che guardano nella stessa direzione. In ogni caso questo tema dell’erosione dall’interno della resilienza democratica è il tema che deciderà il futuro della sopravvivenza delle democrazie europee, e se si maturano delle divergenze fondamentali su questi temi in Europa è bene che sia così.

Perché?

Perché è bene che il futuro dell’Europa sia perimetrato intorno ai Paesi che intorno a queste cose non hanno divisioni, che sono d’accordo sull’entità della minaccia, su come contrastarla e nel prendere tutte le misure necessarie, in altre parole Paesi che capiscono l’entità di questa minaccia e la vedono nello stesso modo. Perché un’Europa che è fatta di paesi che su questi temi sono eterogenei fra di loro, non è solo destinata a non funzionare, è anche destinata a ostacolare e alimentare la proiezione degli attori ostili in quei Paesi che invece vorrebbero difendersi da simili sforzi.


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