Una volta le armi biologiche venivano prodotte in laboratori segreti dal valore di milioni di dollari e necessitavano di schiere di scienziati per essere progettate. Oggi, invece, l’avvento dell’IA minaccia di rendere lo sviluppo di queste armi alla portata di molti più attori, dagli Stati ai lupi solitari
La guerra biologica non è una novità, ma con l’avvento dell’IA la sua pericolosità rischia di raggiungere livelli mai visti. È questo l’allarme lanciato dal report “Promote the Antidote: Reducing the Risk from Toxins”, pubblicato dall’Atlantic Council. Un documento che rivolge una domanda scomoda all’intera comunità politica occidentale: siamo pronti a fronteggiare una minaccia che non si replica, non si trasmette, e spesso neanche si vede? La risposta, in oltre venti pagine di rapporto, è chiaramente no.
Cosa sono le tossine e come agiscono
Nel lessico della sicurezza internazionale, la sigla Nbcr (Nucleare, biologico, chimico, radiologico) racchiude le categorie di minaccia considerate più devastanti per la vita umana. Tra queste, la dimensione biologica è quella che ha come protagonisti gli agenti infettivi: virus, batteri e patogeni capaci di diffondersi da persona a persona con effetti potenzialmente pandemici. Le tossine, a differenza dei patogeni classici, sono veleni di origine biologica prodotti da alghe, batteri, cianobatteri, funghi, insetti, piante e animali. Non sono infettive, non si replicano e non si trasmettono da individuo a individuo. Bensì si inalano, si iniettano, si ingeriscono o si assorbono. Molte sono inodori e non penetrano attraverso la pelle, il che le rende più maneggevoli di numerose armi chimiche convenzionali. E alcune di esse sono letali in dosi nell’ordine di pochi microgrammi. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, interrompe gli impulsi nervosi e la contrazione muscolare. La ricina, ricavata dai semi di Ricinus communis, blocca la sintesi proteica cellulare, mentre l’epsilon-tossina del Clostridium perfringens provoca danni permamenti ai tessuti cerebrali. Questi tre agenti figurano infatti nella lista dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) tra gli agenti biologici più pericolosi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cina, Germania, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti avevano tutti programmi militari che includevano le tossine. L’Unità 731 giapponese, ad esempio, conduceva esperimenti con la tossina botulinica già negli anni Trenta in Manciuria mentre, nel 1978, una punta di ombrello intrisa di ricina uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Lettere contenenti ricina furono inviate a Barack Obama nel 2013 e a Donald Trump nel 2018 e nel 2020. Attori statali, terroristi e lupi solitari hanno tutti, in momenti diversi, scelto le tossine come strumenti di violenza.
Quando l’IA incontra la biologia
L’avanzamento della biologia sintetica non è una novità in sé, già da diversi anni gli esperti di biosicurezza ne segnalano i rischi. Ma lo sposalizio tra quella disciplina e i moderni sistemi di intelligenza artificiale, e in particolare con i Large language model, sta aprendo a scenari che fino a poco tempo fa appartenevano alla fantascienza. Se una volta la ricerca su questo tipo di armi biologiche era appannaggio esclusivo delle grandi potenze, con intere divisioni di scienziati e laboratori per condurre i loro esperimenti, adesso, come segnalato dal report, l’impiego dell’IA sta abbassando drasticamente la soglia d’accesso alla progettazione di nuove proteine tossiche, consentendo anche ad attori con risorse limitate di ottimizzare tossine esistenti per renderle più letali, più stabili e più difficili da rilevare con i metodi diagnostici attuali. Ciò significa che un attore ostile potrebbe progettare una tossina inedita, mai classificata, non presente su nessun elenco di controllo internazionale e capace di eludere sia i sistemi di sorveglianza sia le terapie disponibili. Il tutto con risorse talmente modeste da non poter essere facilmente scoperto dalle indagini di intelligence.
La minaccia portata dalle tossine non riguarda solo i teatri bellici o gli scenari di assassinio politico. Le tossine rappresentano un rischio anche per le catene di approvvigionamento alimentare globali. Le micotossine (come le aflatossine prodotte da funghi nel mais e nelle arachidi) causano già ogni anno ingenti perdite economiche e rischi per la salute, e sono una delle principali cause di respingimento delle importazioni alimentari alle frontiere. Ma il vero problema, come sottolinea il rapporto, è la vulnerabilità alle contaminazioni intenzionali. Il volume degli scambi commerciali globali rende i metodi tradizionali di campionamento e analisi del tutto inadeguati per rilevare episodi di contaminazione intenzionale.
Diagnosi difficili e antidoti che mancano
Sul fronte clinico, il quadro non è più rassicurante. I sintomi precoci di avvelenamento da tossine imitano spesso quelli delle malattie comuni: l’esposizione all’enterotossina B stafilococcica si manifesta ad esempio come una sindrome influenzale, mentre l’avvelenamento da tossina botulinica può essere confuso con un ictus o con la sindrome di Guillain-Barré. Questa ambiguità, combinata con la scarsa formazione dei medici e l’assenza di strumenti diagnostici rapidi nei pronto soccorso, ritarda il riconoscimento dell’agente e la messa in campo di una risposta efficace. Anche la Riserva strategica nazionale americana accusa lacune significative. Se infatti essa possiede antitossine per il botulismo, è però priva di terapie approvate dalla Fda per le altre tossine ad alto rischio, come la ricina e l’enterotossina B. Il report raccomanda infatti di sviluppare piattaforme terapeutiche ad ampio spettro (anticorpi policlonali e inibitori) capaci di neutralizzare varianti diverse di una stessa tossina, anziché puntare su vaccini monovalenti. In altre parole, degli antidoti modulari.
Come difendersi da questa minaccia?
La risposta non è semplice, ma il report dell’Atlantic Council cerca lo stesso di fornire alcune indicazioni. Un primo punto di partenza è il metodo con cui l’intelligence affronta la questione. Innanzitutto, bisognerebbe considerare le tossine non come minaccia residuale, ma come componenti attive dei programmi biologici offensivi di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Per ognuno, il report raccomanda di stilare una stima nazionale dedicata, distinta da quelle sulle armi chimiche e biologiche tradizionali, con una sorveglianza specifica sull’uso dell’IA per progettare i nuovi agenti. Sul piano interno, la strada maestra è investire nella diagnostica rapida nei pronto soccorso, formare i medici a riconoscere le presentazioni cliniche di un attacco con tossine e colmare le lacune presenti nelle riserve nazionali. C’è poi il nodo internazionale, forse il più difficile da sciogliere. Come nel caso delle armi nucleari, le convenzioni internazionali per limitarne produzione e sviluppo esistono, ma tutte le grandi potenze si guardano bene dal ratificarle.
La pandemia ci ha insegnato duramente quanto possa costare l’impreparazione nell’affrontare minacce sanitarie e biologiche e, come si evince dal report, persino gli Stati Uniti a oggi non sono in grado di dirsi pronti a rispondere adeguatamente a una simile emergenza. Lo stesso concetto di “Biodifesa” è ancora allo stato embrionale e fatica a distaccarsi dalla tradizionale teoria di contrasto alle minacce Nbcr. Le armi biologiche e il loro sviluppo da parte delle principali potenze non sono una novità, ma finora il delicato sistema della deterrenza (che non vale solo per le armi nucleari) ne ha impedito una proliferazione incontrollata. Adesso invece, con la democratizzazione tecnologica portata dall’IA, questo precario equilibrio rischia di saltare.
















