“Il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti”. Intervista a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies
La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.
Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?
Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.
Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?
Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.
Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?
Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.
Che intende?
Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.
Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?
Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.
Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?
Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.
Cosa glielo fa pensare?
Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.
Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?
È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.
















