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Perché Putin teme le telecamere IA dopo il caso Khamenei

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Secondo il Financial Times, Mosca avrebbe sospeso parte del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione di Vladimir Putin dopo l’uccisione di Ali Khamenei a Teheran. Il timore russo è che le stesse reti pensate per controllare il territorio possano diventare strumenti di targeting nelle mani dei servizi avversari

Secondo il Financial Times, i servizi di sicurezza russi avrebbero spento temporaneamente alcune componenti del sistema speciale di sorveglianza predisposto per la protezione di Vladimir Putin e dei suoi collaboratori più stretti: un circuito separato, destinato alla sicurezza del vertice politico russo. Il sistema sarebbe stato riattivato solo dopo verifiche tecniche finalizzate a isolarlo dalla rete e ridurne l’esposizione a intrusioni esterne.

La decisione, scrive il quotidiano britannico, sarebbe arrivata dopo l’uccisione di Ali Khamenei a Teheran, il 28 febbraio 2026, in un’operazione attribuita all’asse israelo-americano. In quel caso, secondo le ricostruzioni del Financial Times, l’intelligence israeliana avrebbe sfruttato l’accesso alle telecamere del traffico della capitale iraniana, combinando l’enorme quantità di immagini disponibili con strumenti di intelligenza artificiale capaci di selezionare movimenti, abitudini e anomalie.

Oggi la sorveglianza algoritmica non coincide più con il vecchio riconoscimento facciale o con il tracciamento di un veicolo. I nuovi sistemi permettono infatti di interrogare ore e ore di video con comandi in linguaggio naturale: cercare una persona che cambia abiti più volte, un’auto passata più volte nello stesso punto, due uomini che si scambiano un oggetto, una guardia del corpo che devia da una routine consolidata.

Per un apparato come quello russo, abituato a considerare la videosorveglianza come uno strumento di controllo sociale e di prevenzione, ogni videocamera collegata, ogni database accessibile, ogni software non aggiornato o vulnerabile può trasformarsi in un punto d’ingresso. Non a caso il direttore dell’Fsb, Alexander Bortnikov, avrebbe avvertito i responsabili regionali della sicurezza russa che l’esperienza iraniana rappresenta un campanello d’allarme.

La novità non è rappresentata dalle possibilità che una telecamera o un sistema di sorveglianza possano essere hackerati da remoto, fatti noti da anni. La novità sta nella capacità di trasformare flussi video disordinati in intelligence operativa. Un conto è, infatti, entrare in una rete di telecamere e trovarsi davanti migliaia di ore di immagini quasi ingestibili. Altro è poter chiedere al sistema di cercare un comportamento preciso, una sequenza, una deviazione dalla norma, e ottenere in tempi rapidi un risultato utilizzabile.

Per questo il caso russo è rilevante anche oltre la sicurezza personale di Putin, mostrando come la competizione tra apparati di intelligence stia entrando in una fase in cui il valore si sta spostando verso la capacità di interpretare l’ingente quantità di dati a disposizione: le città intelligenti, le reti stradali, le telecamere di traffico, i sistemi di controllo degli accessi e persino i dispositivi privati connessi diventano parte di un ambiente informativo continuo. E chi riesce a leggerlo meglio può ricostruire movimenti, relazioni e vulnerabilità.

La conseguenza è che la distinzione tra sorveglianza interna e controspionaggio esterno si assottiglia. Un’infrastruttura installata per controllare una popolazione può diventare un asset per colpire una leadership. Un sistema creato per proteggere un palazzo può rivelarne le abitudini. Una rete pensata per garantire sicurezza può produrre, se compromessa, l’effetto opposto.


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