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Evian, il summit delle ambizioni ridotte. Il G7 secondo Demarais

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La Francia arriva al G7 con un’agenda economica ampia, dalla correzione degli squilibri globali all’intelligenza artificiale. Alla vigilia del vertice, il risultato più concreto potrebbe essere aver preservato l’unità del formato in una fase di crescente frammentazione geopolitica

Quando la Francia ha assunto la presidenza del G7, una delle priorità dichiarate era affrontare gli squilibri dell’economia mondiale. Un obiettivo ambizioso che, alla vigilia del summit di Évian-les-Bains del 15-17 giugno, appare destinato a scontrarsi con limiti politici difficili da aggirare.

“La priorità principale della Francia al G7, affrontare gli squilibri globali, era una scommessa audace”, osserva Agathe Demarais, senior policy fellow dello European Council on Foreign Relations. “La presidenza francese del G7 ha chiarito che la sua definizione di squilibri si concentra sui surplus e sui deficit delle partite correnti. Questo significa che ridurre gli squilibri richiederebbe agli Stati Uniti di frenare consumi o investimenti: un’ipotesi irricevibile per Washington”.

Il problema, secondo l’analista, è ancora più profondo. Discutere di riequilibrio economico senza la Cina al tavolo rende l’esercizio quasi teorico. Pechino non mostra alcun interesse a confrontarsi con il G7, che continua a descrivere come un club di potenze del passato.

La fotografia aiuta a comprendere il punto. Stati Uniti, Giappone, Cina e Germania rappresentano da soli circa due terzi di quegli squilibri globali. Le soluzioni sono note da tempo. Come rilevato anche dal Fondo monetario internazionale, la questione non riguarda l’identificazione delle misure necessarie quanto la disponibilità politica ad adottarle. Washington dovrebbe ridurre il deficit fiscale e abbandonare la logica tariffaria; l’Europa aumentare gli investimenti, soprattutto nelle tecnologie avanzate; la Cina rafforzare il reddito delle famiglie per sostenere i consumi interni. L’esperta dell’Ecfr ritiene improbabile che una qualsiasi di queste condizioni si realizzi nel prossimo futuro.

Da qui deriva una delle possibili chiavi di lettura del summit: il passaggio da obiettivi sistemici a dossier più circoscritti, sui quali il consenso tra le economie avanzate appare più facile da costruire.

“Sul piano dei risultati concreti, gran parte delle discussioni del G7 si è concentrata sui minerali critici”, spiega Demarais. Si tratta di uno dei pochi ambiti in cui esiste una convergenza sostanziale tra i membri del gruppo, accomunati dalla volontà di ridurre la dipendenza dalle forniture cinesi. Tra le ipotesi in discussione figura la creazione di un segretariato dedicato alle materie prime critiche, che potrebbe trovare sede presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico o presso l’Agenzia internazionale dell’energia, entrambe basate a Parigi. Restano però poco chiari mandato, governance e strumenti operativi di una futura struttura.

Un secondo dossier riguarda i fertilizzanti, tema che collega sicurezza economica, catene di approvvigionamento e stabilità alimentare. “Un terzo delle forniture mondiali di fertilizzanti oggetto di scambi commerciali è bloccato nello Stretto di Hormuz a causa del conflitto in Medio Oriente”, ricorda la senior fellow dell’Ecfr. È un tema capace di parlare sia alle capitali del G7 sia ai paesi emergenti. Tuttavia, aggiunge, è difficile immaginare svolte significative: i due principali produttori ed esportatori mondiali di fertilizzanti sono Cina e Russia, entrambe esterne al gruppo.

Anche l’intelligenza artificiale sarà uno dei temi centrali di Évian. “Questa è un’area che Trump vuole attivamente discutere durante il summit”, nota Demarais. Ciò non elimina le incertezze sul possibile esito delle discussioni. L’idea di promuovere un approccio più inclusivo verso i paesi in via di sviluppo potrebbe incontrare scarso interesse da parte dell’amministrazione americana. Del resto, sottolinea l’esperta, i due poli dominanti dell’ecosistema globale dell’intelligenza artificiale restano Stati Uniti e Cina, lasciando agli altri membri del G7 margini limitati per assumere un ruolo realmente trainante.

Se i risultati attesi appaiono modesti, Parigi può tuttavia rivendicare di aver evitato due scenari che, solo pochi mesi fa, venivano considerati concreti.

“Il fatto che Trump abbia confermato la sua partecipazione al summit di Évian è un sollievo”, afferma Demarais. La Casa Bianca ha già precisato che il vertice “non produrrà accordi formali firmati”, ma la presenza del presidente americano consente almeno di evitare un indebolimento politico dell’evento. Il prezzo è stato un restringimento dello spazio di manovra francese. Il cambiamento climatico è progressivamente scivolato ai margini delle discussioni ambientali, sostituito da formule più accettabili per Washington, come quella dell’“abbondanza energetica”.

L’altro timore riguardava la possibile riabilitazione di Mosca all’interno del formato (G8). “Le paure iniziali di un ritorno della Russia nel G7/G8 si sono rivelate infondate”, osserva l’analista. Le sanzioni restano in vigore e non emergono segnali di un loro allentamento imminente. In una fase in cui il Cremlino incontra crescenti difficoltà nel finanziare la guerra in Ucraina, la continuità del regime sanzionatorio rappresenta, agli occhi di Parigi, un risultato politico tutt’altro che trascurabile. Un ulteriore irrigidimento delle misure restrittive appare invece improbabile, soprattutto con gli Stati Uniti seduti al tavolo negoziale.

Sul vertice continua a pesare una domanda più ampia: il G7 conserva ancora una reale centralità in un sistema internazionale segnato dall’ascesa dei Brics? “Una narrativa molto diffusa sostiene che il G7 sia sempre più irrilevante perché le economie Brics rappresentano una quota crescente del Pil mondiale”, aggiunge Demarais. “È una lettura fuorviante”. La quota del G7 sull’economia globale è certamente diminuita, passando dal 61% del 1980 al 45% del 2024 in termini nominali. Eppure il gruppo continua a rappresentare una porzione dell’economia mondiale significativamente superiore a quella dei cinque Brics originari.

A Évian, dunque, il problema non sembra essere il peso economico del G7. La questione riguarda piuttosto la sua capacità di trasformare quel peso in azione collettiva. Proprio mentre le principali sfide economiche richiederebbero il coinvolgimento della Cina e una convergenza politica che oggi appare lontana, il summit francese offre un promemoria delle possibilità e dei limiti della governance occidentale. Il successo di Parigi potrebbe essere misurato meno dai risultati ottenuti che dalla tenuta del tavolo stesso.


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