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Tre capitali, un solo obiettivo: sabotare l’accordo tra Iran e Usa

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Mentre Trump spera nella ciliegina sulla torta del suo 80mo compleanno e l’Iran tergiversa, il balletto di conferme, precisazioni e smentite sta trasformando in un happening mondiale la sigla degli accordi per interrompere le ostilità fra Washington e Teheran. Ma dietro le quinte, in tutte le capitali coinvolte,  i contrari all’accordo remano nella stessa direzione. L’analisi di Gianfranco D’Anna

«Quasi», «forse», «serve tempo», «non basta»: da settimane a Teheran fra i vertici del regime rimbalzano termini dilatori che mimetizzano l’opposizione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche a qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma la svolta dei negoziati ha nemici palesi e occulti anche a Gerusalemme e Washington.

Una sorta di triumvirato della guerra, con finalità diverse ma oggettivamente convergenti, del quale il Wall Street Journal indica come terminale iraniano il 67enne generale Ahmad Vahidi, comandante in capo dei Pasdaran.

Nel corso della guerra, fino all’abbattimento dell’elicottero Usa e all’ultimo lancio di missili balistici contro Israele, Vahidi ha sistematicamente scavalcato il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e tuttora comanda le forze iraniane che controllano lo Stretto di Hormuz, la carta vincente del regime nei negoziati.

«Il 18 aprile, quando Araghchi dichiarò che lo Stretto di Hormuz era aperto — scrive il Wall Street Journal — le Guardie Rivoluzionarie dissero il contrario e respinsero le dichiarazioni del ministro degli Esteri, definendole imprecise o incomplete, proseguendo gli attacchi nello Stretto».

Già ministro dell’Interno e della Difesa, sanzionato dagli Stati Uniti per la spietata repressione delle proteste per i diritti delle donne nel 2022 e ricercato dall’Interpol per la strage con 85 vittime provocata da un attentato antisemita in Argentina, il comandante dei Pasdaran è considerato un ostacolo insormontabile alla firma del memorandum di pace.

«È stato proprio Vahidi — sottolinea il Wsj — a collegare i combattimenti in Libano alla guerra in Iran, subordinando l’accordo con gli Stati Uniti alla fine del conflitto tra Israele e Hezbollah».

Allo scenario libanese è strettamente connesso il terminale israeliano del triumvirato della guerra, impersonato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Mentre il primo a parole sostiene l’epilogo della fine delle ostilità con l’Iran, ma ordina il proseguimento dell’avanzata dell’IDF in Libano e dei bombardamenti contro Hezbollah, Ben Gvir si attiva ufficialmente per sabotare la ratifica del negoziato.

A differenza dell’evidente interesse personale di Netanyahu e Ben Gvir di proseguire il conflitto per continuare a mantenere il potere e governare il paese, paradossalmente negli Stati Uniti c’è l’imbarazzo della scelta per individuare chi rema contro le condizioni e le modalità previste dall’accordo di pace, tuttora effimero, con l’Iran.

In prima fila vi sono, più o meno palesemente, il Pentagono e le agenzie di intelligence, oltre ai vertici della sicurezza nazionale durante la precedente amministrazione Trump, come l’ex direttore della CIA e segretario di Stato Mike Pompeo, e l’ex direttore della CIA e segretario di Stato dell’amministrazione Obama Leon Panetta, che all’unisono denunciano gli enormi rischi dovuti alla totale malafede e inaffidabilità dell’Iran, aggravata dal micidiale controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Pasdaran.

Pentagono e intelligence hanno più volte fatto presente al presidente Trump che una guerra interrupta comporta le stesse conseguenze di una guerra persa. E che per scongiurare l’inesorabile vendetta atomica degli ayatollah sarebbe essenziale «finire il lavoro appena iniziato» — ovvero sradicare totalmente il programma nucleare iraniano, distruggere le tonnellate di uranio arricchito occultate dai Pasdaran e rovesciare il regime islamico.

Analisi incontrovertibili, vanificate dall’ottusa inconcludenza di un vanaglorioso presidente, in piena sindrome da happy birthday, incapace di avvantaggiarsi del suo secondo e ultimo — si spera — mandato.

Con la conseguenza che la storia potrebbe maledire Trump tanto per la responsabilità dell’attuale situazione di grave rischio, quanto per quella ancora più pesante di non aver fatto nulla per scongiurarla.


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