La riapertura di Hormuz non è un ritorno al passato. Ora che Teheran ha rafforzato le sue pretese territorialistiche lo stretto è meno internazionale. Il silenzio dell’Oman complica la situazione. I Paesi del G7 insistono giustamente sull’incondizionata libertà di navigazione. Il ruolo dell’Italia. L’analisi dell’ammiraglio Fabio Caffio
Fra qualche giorno si conosceranno i particolari del Memorandum Usa-Iran. Solo allora si potrà capire cosa è stato concesso a Teheran e quali i limiti delle sue ambizioni territorialistiche sullo stretto. Certo è che mai in passato l’Iran aveva osato avanzare pretese su un passaggio che secondo il diritto del mare (scritto e consuetudinario) non può essere né impedito né sottoposto a condizioni: uniche limitazioni ammesse, il rispetto della sovranità Stato costiero, l’osservanza delle norme antinquinamento, la navigazione in corridoi di traffico approvati dall’Imo.
Fino alla crisi attuale, era inteso che negli stretti come Hormuz adibiti alla navigazione internazionale i diritti degli Stati con sovranità sulle acque dovevano ritenersi subordinati a quelli dei Paesi in transito. Tale paradigma – sino ad oggi sostenuto dagli Usa – non è ancora cambiato dal punto di vista giuridico. Bisogna vedere se e come verrà reinterpretato per Hormuz. Intanto, la Coalizione dei volenterosi di cui fa parte l’Italia nell’ambito del G7, ha chiarito che “è essenziale l’urgente riapertura di Hormuz con libertà di navigazione incondizionata e senza restrizioni”.
Le pretese iraniane
Teheran sembra aver perso il senso della misura nell’accampare rivendicazioni a forme di sovranità sull’intera area dello Stretto. Al netto delle dichiarazioni propagandistiche, le pretese si concentrano sulla percezione di compensi (tasse o corrispettivi per servizi come pilotaggio, assistenza o protezione antinquinamento) e sull’obbligo dei mercantili in transito di accreditarsi preventivamente presso l’Autorità dello Stretto (Pgsa dall’acronimo).
Il loro carattere unilaterale e la non conformità alla Convenzione Unclos le rende problematiche. Difficile siano previste dal MoU con gli Usa. Forse ci sarà quindi un doppio standard basato sulla loro applicazione di fatto da parte iraniana al termine del periodo di prevista “franchigia”.
Nulla toglie che esse possano essere accettate volontariamente da quei Paesi che preferiranno continuare a passare sotto protezione iraniana come già accade ora per le bandiere amiche.
L’incognita omanita
L’Iran potrebbe realmente controllare lo stretto se stabilisse un regime restrittivo concordato con l’Oman. Il Sultanato, per quanto molto cauto e sempre con basso profilo diplomatico, in passato ha assunto posizioni simili a quelle iraniane nel pretendere diritti di sorveglianza sui mercantili in transito.
In tanti anni, e anche durante le crisi passate, Mascate non ha tuttavia mai interferito con la libertà di passaggio nei corridoi di transito, in entrata ed uscita dallo stretto, ricadenti entrambi nelle sue acque territoriali. Risulta però che a volte abbia contestato alle navi da guerra di assumere misure di autoprotezione considerate ostili (come il sorvolo con elicotteri durante il passaggio).
Non sappiamo se sosterrà ora le posizioni estremistiche iraniane o se manterrà il suo tradizionale profilo neutralistico chiarendo magari che il passaggio nei suoi corridoi di traffico sarà libero una volta bonificati dalle mine. Se così fosse, bisognerebbe mettere in conto che il versante omanita possa diventare un bersaglio per azioni ibride volte a scoraggiare il passaggio.
Il ruolo dei Paesi del G7 e dei “volenterosi”
Come detto il G7 supporta integralmente il ripristino dell’incondizionata libertà di navigazione nello stretto. Per lo sminamento delle rotte sarà ovviamente necessario il consenso dell’Oman, sia perché quelle più praticate passano di lì, sia perché è improbabile che Teheran accetti interferenze straniere.
Questo potrà essere previsto nel Memorandum ma andrebbe comunque concordato – a parere di chi scrive – con i singoli Paesi partecipanti all’operazione come fu fatto dall’Egitto nel 1984 al tempo dello sminamento del Golfo di Suez.
Il consenso dell’Oman potrebbe essere anche la base per il prolungamento dell’operazione navale oltre il termine delle attività di bonifica, a garanzia della libertà di transito. Il modello sarebbe la missione EMASoH messa in atto dalla Francia con la partecipazione dell’Italia con finalità di sorveglianza e Roe meramente difensive. In alternativa, la Ue potrebbe estendere a Hormuz il mandato di “Aspides” operante a Bab el Mandeb.
In ogni caso, il nostro Paese – già pronto ad entrare in azione con i cacciamine della Marina dopo l’approvazione parlamentare – ha molte carte da giocare sia sul piano navale che diplomatico, grazie alla sua consolidata e riconosciuta funzione di stabilizzazione nel Golfo.
















