La grande aggressività mostrata da Pechino sui mercati esteri non deve trarre in inganno. Nel Dragone oggi si compra e si investe come ai tempi della pandemia, nonostante i fin qui fallimentari tentativi del governo. Segno inequivocabile di un’economia forte solo quando si tratta di invadere mercati altrui
A qualcuno, in Cina, potrebbe venire un colpo solo a sentir pronunciare queste parole: i consumi nel Dragone sono tornati ai livelli della grande pandemia da Covid, che proprio dalla Cina partì. C’è qualcosa di surreale, come può la seconda economia mondiale avere i consumi prossimi allo zero? Semplice, tutto ciò che non viene venduto nella Repubblica popolare, se ne va all’estero. Con i danni collaterali del caso, a cominciare da quella marea di prodotti più o meno finiti che sta polverizzando la manifattura europea, tanto per citare il caso più famoso.
Il problema, comunque, per la Cina c’è tutto. A maggio le vendite al dettaglio sono scese dello 0,6% su base annua, primo arretramento da oltre tre anni. È un numero piccolo solo in apparenza, perché si tratta del primo calo da dicembre 2022, quando il Covid si diffuse in tutto il Paese dopo l’allentamento delle prime restrizioni. Non è tutto. Gli investimenti sono diminuiti del 4,1% (-16,2% quelli nel mattone) dall’inizio dell’anno, un crollo ben più marcato rispetto all’1,6% registrato nel periodo gennaio-aprile. Ora, in un’economia che da tempo prova a ridurre la dipendenza da cantieri, credito e industria pesante, il consumo interno dovrebbe essere il nuovo stabilizzatore.
Invece si è fermato proprio quando il Paese avrebbe avuto bisogno di mostrare una domanda più robusta. Insomma, la Cina continua a produrre, esportare, innovare. Ma non riesce ancora a convincere le famiglie a spendere con la stessa forza con cui le fabbriche riempiono i container. È qui che la notizia diventa più grande del dato mensile. La seconda economia del mondo appare sempre più divisa: forte nelle filiere industriali che intercettano domanda globale e investimenti nell’Intelligenza Artificiale, debole nella vita quotidiana dei consumatori. Ma, soprattutto, questo è il fallimento delle politiche messe in piedi fin qui da Pechino. Che, tre anni fa, come raccontava questo giornale, annunciava alla nazione di voler fare di tutto per rimettere in carreggiata i consumi. Non è successo.
Ora come reagirà il governo? Difficile dirlo. Di sicuro Pechino continua a guardare a casa altrui, piuttosto che farsi un esame di coscienza. Come a dire, la colpa è degli altri. Mentre a Evian, in Francia, si consuma il rito del summit annuale G7, la Cina sfida l’idea di governo del mondo incentrato sull’Occidente, proponendo una riforma del sistema internazionale in senso “più giusto e razionale” attraverso un nuovo libro bianco.
L’Ufficio informazioni del Consiglio di stato ha diffuso un lungo documento intitolato “Costruire un sistema di governance globale più giusto e razionale: idee, iniziative e azioni della Cina”. Il documento, lungo oltre 20mila caratteri, si articola in cinque parti, con questo canovaccio: la governance globale è una causa comune che riguarda il benessere dell’umanità e che la costruzione di un sistema più giusto e razionale rappresenta un’aspirazione condivisa dai popoli di tutti i Paesi. La Cina sostiene dunque che l’attuale architettura globale non debba essere smantellata né sostituita da meccanismi alternativi, ma riformata e resa più efficace. Come? Con la tutela dell’autorità e del ruolo delle Nazioni Unite, la difesa dell’ordine internazionale fondato sul diritto e il rispetto dei principi e degli obiettivi della Carta dell’Onu.
















