La Francia ha smantellato nove strutture clandestine riconducibili alla sicurezza pubblica cinese. Secondo Le Monde, erano usate per sorvegliare la diaspora e per fare pressione sui dissidenti. Uno sviluppo che riporta l’attenzione sul dossier della repressione transnazionale di Pechino in Europa e non solo
A Parigi il dossier sulle interferenze cinesi cambia passo. Dopo un’indagine durata circa un anno, il controspionaggio francese ha definitivamente chiuso nove stazioni di polizia cinesi, strutture clandestine riconducibili al Ministero della Pubblica Sicurezza cinese e attive, riporta Le Monde, soprattutto nell’area parigina. Le strutture avrebbero operato dietro la copertura di associazioni comunitarie e culturali, con il compito di sorvegliare la diaspora, raccogliere informazioni e fare pressione sui dissidenti.
Secondo le ricostruzioni del ministero dell’Interno francese, le strutture sono state chiuse a causa della loro funzione di estensione informale di apparati collegati al Ministero della Pubblica Sicurezza di Pechino, con precisi compiti di monitoraggio della diaspora, di individuazione di oppositori del regime e di facilitazione del reclutamento di informatori.
Le struture individuate
Parigi avrebbe inoltre individuato tre figure di vertice, tutte di nazionalità cinese e per le quali sarebbero state avviate misure di espulsione: due già state eseguite, mentre la terza sarebbe giunta al Consiglio di Stato, la massima giurisdizione amministrativa francese. Al centro della vicenda c’è il caso di Ni Chaowen, imprenditore cinese arrivato in Francia nel 2001 e presidente dell’Association des industriels et commerçants du Fujian, sigla associativa, dietro la quale si sarebbe celata una struttura collegata alla polizia di Fuzhou.
Già negli ultimi anni, diverse capitali europee avevano iniziato a interrogarsi sull’esistenza di stazioni di polizia cinesi, presentate da Pechino come centri di assistenza ai cittadini all’estero e descritte da organizzazioni per i diritti umani come strumenti di pressione e intimidazione. Il Parlamento europeo aveva chiesto agli Stati membri di verificare la presenza di queste strutture e di agire in modo coordinato contro eventuali attività illegali riconducibili al sistema del Fronte unito, la rete politico-amministrativa attraverso cui il Partito comunista cinese coltiva influenza tra comunità, imprese e organizzazioni della diaspora.
In Francia, nello specifico, la linea si è irrigidita dopo un episodio avvenuto nel marzo 2024 all’aeroporto Charles de Gaulle, dove funzionari legati agli apparati cinesi avrebbero tentato di costringere un giovane dissidente, Ling Huazhan, a salire su un volo per la Cina, richiedendo l’intervento della polizia francese.
Mentre sul versante italiano, solo pochi giorni fa, si è svolto uno degli incontri tra Usa e Italia sul contrasto alle ingerenze cinesi in Europa, con particolare attenzione sui modelli di interferenza e influenza già messi in pratica negli Usa e replicati nelle realtà europee.
La Francia, per ora, ha scelto la linea amministrativa: espulsioni, chiusura delle strutture, pressione diplomatica senza clamore pubblico eccessivo. Se nove presidi clandestini sono stati individuati sul territorio francese, la questione riguarda anche gli altri Paesi europei in cui Pechino dispone di reti associative numerose, ben radicate e spesso opache.
















