Skip to main content

Dalla Cina all’Iran, fino alla Nato. Missiroli spiega perché cresce la pressione sugli alleati europei

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Crisi a Hormuz: “Se questo è un accordo che indica una sconfitta dell’Iran saremmo credo tutti sorpresi. Gli attacchi di Trump all’Italia? Credo che faccia parte della personalità e del suo modo di operare che addirittura deride i propri alleati e si mostra come un bullo”. L’analisi di Missiroli, già direttore dell’European Union Institute of Security Studies e segretario generale aggiunto della Nato per le emerging security challenges

Antonio Missiroli, già direttore dell’European Union Institute of Security Studies e segretario generale aggiunto della Nato per le emerging security challenges, non ha dubbi: di qui al vertice Nato di Ankara sarà un’escalation del dibattito sulle questioni delle spese per la difesa da parte dei Paesi europei. L’accordo con l’Iran? Non una sconfitta per Teheran, “per cui da questo punto di vista anche all’interno degli Stati Uniti, dello stesso Congresso e dello stesso Partito repubblicano ci sono critiche che probabilmente aiutano a spiegare perché JD Vance abbia deciso di rinviare il viaggio in Svizzera per continuare i negoziati”.

Come giudica la richiesta dei leader dell’Ue alla Commissione europea di elaborare strumenti più incisivi per affrontare la potenza economica cinese?

Si tratta di una specie di compromesso fra due approcci diversi: quello che voleva essere aggressivo e cominciare già a usare gli strumenti esistenti contro la Cina e quello che invece preferiva guadagnare tempo e avere un modello più pragmatico. Probabilmente nella mente di molti c’era anche l’esperienza fatta dallo stesso Donald Trump, che nel momento in cui ha applicato tariffe doganali supplementari nei confronti della Cina, ha ricevuto una risposta immediata che lo ha fatto tornare indietro sui suoi passi: adottare un approccio molto più leggero nei confronti della Cina. E non dimentichiamo che Trump è considerato un falco nei rapporti con la Cina. Quindi l’approccio è quello di guadagnare tempo, esplorare quali possono essere gli strumenti che possono essere usati in modo appropriato e così prendere una decisione eventuale in una fase successiva. Ci troviamo in un ambito preliminare, dunque non è una decisione che indica una volontà di applicare dazi nei confronti della Cina, proprio perché ci sono approcci differenti all’interno dell’Unione europea.

Non solo difesa militare, anche la difesa commerciale è una priorità, come emerge dal consiglio Ue: anche questo è alla base delle stravaganti parole di Donald Trump?

Credo che faccia parte della personalità e del modo di operare di Trump, che addirittura deride i propri alleati e si mostra come un bullo, soprattutto in un momento di evidente debolezza come dopo l’accordo con l’Iran e le critiche che il presidente ha subito sia per la guerra in sé che per l’accordo che ne è seguito. Quindi c’è una volontà di riproporre l’immagine dell’uomo forte e potente a cui tutti chiedono qualche cosa. E credo che non sia legato direttamente a questioni di contenzioso commerciale.

Le sembra tutto sommato debole questo accordo?

Da quello che è trapelato dalla stampa internazionale, è un accordo che rispetto alle posizioni che aveva espresso Trump nelle settimane scorse, appare quasi come una vittoria per l’Iran, nel senso che sul programma nucleare c’è semplicemente un rinvio della decisione di almeno due mesi e sappiamo quanto difficili siano gli iraniani in questo tipo di negoziato. C’è un impegno, che peraltro l’Iran aveva formulato già altre volte in passato, a non sviluppare un’arma atomica ma appunto questo non è una concessione che l’Iran fa ora agli Stati Uniti. Inoltre c’è addirittura un impegno a sbloccare progressivamente le sanzioni economiche che gli Stati Uniti hanno rivolto all’Iran e c’è addirittura l’idea di creare un fondo, immagino non con denaro americano ma con denaro dei Paesi del Golfo, per la ricostruzione dell’Iran. Ecco, se questo è un accordo che indica una sconfitta dell’Iran saremmo credo tutti sorpresi. Per cui da questo punto di vista anche all’interno degli Stati Uniti, dello stesso Congresso e dello stesso Partito repubblicano ci sono critiche che probabilmente aiutano a spiegare perché JD Vance abbia deciso di rinviare il viaggio in Svizzera per continuare i negoziati.

Perché secondo lei questi attacchi all’Italia (a cui Meloni ha risposto a tono)? C’entra anche l’avvicinarsi del vertice di Ankara?

Il vertice del G7 da questo punto di vista è stato considerato positivo, nel senso che non ci sono state le temute schermaglie o le controversie che molti temevano. Ci si aspettava addirittura che Trump non venisse o che comunque gli Stati Uniti non sottoscrivessero il documento congiunto che alla fine è stato deliberato. Segnalo il discorso del segretario della difesa Pete Hegseth al quartier generale della Nato, particolarmente aggressivo nei confronti degli alleati: è evidente che ci sarà nelle settimane che ci separano dal vertice di Ankara una specie di escalation del dibattito sulle questioni delle spese per la difesa da parte dei Paesi europei. Ci sono sicuramente alcuni Paesi, tra cui l’Italia, che vengono considerati come non adempienti rispetto agli impegni che sono stati presi anche solo un anno fa al vertice dell’Aja e quindi ci sarà una specie di pressione da parte del Pentagono dell’Amministrazione Trump nei confronti di tutti gli alleati, in particolare di quelli che finora sono considerati più reticenti ad alzare le spese per la difesa. Ma non è una cosa specificamente diretta all’Italia, ci sono anche altri Paesi che si trovano in una situazione difficile da questo punto di vista e direi che fa anche parte della costruzione di un contenzioso per ottenere eventuali concessioni nel documento finale che potrà essere approvato ad Ankara.

Il distacco americano dall’alleanza atlantica non nasce certo oggi, ma come procedere, alla luce delle guerre in corso, con una riforma della Nato che la rafforzi e non la scomponga?

In caso di disimpegno graduale, sperabilmente negoziato da parte degli americani dall’Alleanza atlantica, quindi con il ritiro di forze ma anche ritiro di equipaggiamenti almeno parziale dall’Europa, è evidente che sarebbe difficile immaginare una Nato più forte di quanto non fosse stata un paio di anni fa. È vero però che è del tutto concepibile che, qualora questo parziale disimpegno americano venga appunto condotto in modo graduale e in cooperazione con gli alleati, le possibili conseguenze negative non potranno non essere mitigate dagli europei. Per gli europei è comunque una sfida molto impegnativa, anche perché si tratta non soltanto di sostituire almeno in parte le capacità americane che potranno essere dispiegate altrove, ma anche di sviluppare in proprio una capacità di azione più autonoma dagli americani in termini di gestione dei comandi. Alcuni trasferimenti di responsabilità sono già avvenuti nei mesi scorsi, ma anche in termini di messa a disposizione dell’alleanza di determinate capacità militari. Gli europei hanno probabilmente compreso questa sfida e questa realtà. La grossa difficoltà ora è metterla in atto e anche vedere come all’interno dell’Alleanza atlantica questa idea di un pilastro europeo o comunque di una maggiore responsabilità europea, potrà essere tradotta in pratica.


×

Iscriviti alla newsletter