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Verso Ankara, tutti i nodi irrisolti della difesa europea. Scrive Caruso

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Quattro giorni e quattro passaggi, tra il Pentagono, il G7 di Evian, il question time alla Camera e la ministeriale Difesa della Nato a Bruxelles, hanno riportato allo scoperto lo stesso nodo. Alla vigilia del summit di Ankara, i dossier su spese Nato, adesione al Purl e ricorso a Safe mostrano tutta la difficoltà europea nel trasformare l’autonomia strategica da formula politica a capacità reale. L’analisi del generale Caruso, consigliere militare della Sioi

Partiamo dal Purl, perché è lo strumento più citato e il più frainteso. Non è un programma dell’Unione europea: è un meccanismo Nato, nato nel luglio 2025 per iniziativa di Trump e del segretario generale Rutte, dopo le pressioni della Casa Bianca perché gli alleati assumessero più peso nella sicurezza ucraina. Il funzionamento è semplice quanto politicamente carico: gli Stati alleati versano fondi propri per acquistare equipaggiamento militare americano – Patriot, missili Javelin, artiglieria – da inviare a Kyiv. Non è dunque un canale di solidarietà diretta come furono gli aiuti dell’epoca Biden, ma un meccanismo “cash and carry”: chi vuole armi americane per l’Ucraina, le paga. Una ventina di Paesi hanno aderito, mentre Francia, Regno Unito e Italia sono rimasti fuori, ciascuno per ragioni proprie: Parigi per fedeltà al “Buy european”, Londra per preferenza al canale bilaterale diretto, Roma per un misto di cautela fiscale e calcolo politico interno.

A Washington, il 15 giugno, Crosetto ha incontrato Hegseth in un clima di disgelo dopo settimane di tensione, culminate nel diniego italiano all’uso di Sigonella per le operazioni contro l’Iran. Il messaggio portato al Pentagono è stato di continuità atlantica senza riserve, ma Hegseth ha chiesto apertamente all’Italia, come a tutti gli alleati europei, “di fare di più” per costruire quella che chiama “Nato 3.0”: un’Alleanza in cui gli europei tornano a guidare la difesa convenzionale del continente. Pochi giorni dopo, alla ministeriale Difesa di Bruxelles del 18 giugno, lo stesso Hegseth ha abbandonato i toni diplomatici, definendo “vergognosi” gli alleati europei per il mancato supporto nella crisi con l’Iran e annunciando che i contributi Usa al bilancio Nato saranno ormai “subordinati” al rispetto degli obiettivi di spesa: chi non investe con urgenza, riceverà meno.

A confermare che il rischio non è retorica ma calcolo politico concreto è arrivata, il 17 giugno, una ricostruzione di Politico Europe che individua sei alleati Nato più esposti al possibile contraccolpo di Trump in vista del summit di Ankara del 7-8 luglio: Spagna, Regno Unito, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia e, appunto, l’Italia. Secondo tre diplomatici Nato citati da Politico, il segretario generale Rutte aveva in agenda una valutazione riservata sui progressi di ciascun alleato verso il nuovo obiettivo del 5% del Pil entro il 2035 (3,5% per le capacità militari core, 1,5% per investimenti di sicurezza più ampi), proprio in vista della ministeriale di Bruxelles del 18 giugno, poi conclusa con gli affondi pubblici di Hegseth e Rutte ma senza che i contenuti di quel documento riservato siano stati diffusi. Resta comunque l’indicazione politica di fondo: Rutte ha ribadito pubblicamente di aspettarsi da tutti gli alleati piani chiari, concreti e credibili verso il 5% in vista di Ankara. Sull’Italia, l’analisi di Politico nota come Giorgia Meloni resti tra gli alleati più vicini a Trump in Europa – un rapporto personale che potrebbe attutire le critiche dirette – ma segnala anche che il 2,8% annunciato in Parlamento include 0,7 punti di sicurezza interna, non di capacità militari pure, e che la vicinanza politica a Washington non basterà da sola se non accompagnata da un aumento sostanziale e verificabile delle capacità di difesa.

È in questa cornice che si inserisce il question time del 17 giugno alla Camera, dove Crosetto ha dovuto rispondere proprio sul Purl e sulle spese Nato, avvertendo che se l’Italia non aderisce a Safe alcuni investimenti della Difesa dovranno essere posticipati, perché lo strumento “non è sostitutivo” di altre fonti di finanziamento. Lo stesso giorno, in Consiglio dei ministri, è slittata anche la riforma sulla riserva dei volontari della Difesa, di fatto rimandata alla prossima legge di bilancio: l’ultima di questa legislatura prima delle elezioni. E si lega a un altro dato che gli osservatori dei conti pubblici, dall’Osservatorio Milex a Cottarelli, hanno segnalato con scetticismo: il 2,8% del Pil annunciato da Meloni nasce in parte dalla riclassificazione contabile di circa 12 miliardi di euro di voci precedentemente fuori dal perimetro difesa. Un balzo sulla carta, dai 33,4 ai 45,3 miliardi dichiarati alla Nato, che rischia di apparire a Washington esattamente per quello che Politico stessa lascia intendere: un buon posizionamento diplomatico, ma capacità reali ancora da dimostrare.

Il G7 di Evian, con Zelensky ospite e Macron padrone di casa, ha rilanciato l’urgenza di un’Europa capace di difendersi “da sola”: ma quando dalla retorica si passa agli strumenti concreti che quell’autonomia dovrebbero renderla reale, l’esecutivo italiano frena su entrambi i pilastri di Readiness 2030. Sulla clausola di salvaguardia, che potrebbe liberare fino a 650 miliardi a livello europeo, l’Italia è bloccata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo — non per impossibilità giuridica, ma per una scelta politica: attivarla peggiorerebbe il deficit ufficiale nell’anno pre-elettorale. Su Safe, Roma ha presentato una richiesta tra le più alte d’Europa, 14,9 miliardi, ma resta fuori dalle prime firme, mentre Palazzo Chigi condiziona, nei fatti, la piena attivazione a un’estensione della flessibilità di bilancio anche al caro energia.

La contraddizione, allora, è tutta italiana, ed è bipartisan: attraversa maggioranza e opposizione, governo e Parlamento, senza distinzione di schieramento. Si chiede l’autonomia dagli Stati Uniti in chiave europea, si rivendica un ruolo da protagonisti nei consessi Nato e G7, ma quando si tratta di tradurre quell’autonomia negli strumenti finanziari che la renderebbero possibile, Safe e clausola di salvaguardia, si sceglie la prudenza di bilancio dettata dal calendario elettorale. È un calcolo che il governo condivide con buona parte di chi siede sui banchi dell’opposizione: nessuna forza politica ha finora chiesto con la stessa intensità di accendere quegli strumenti quanto ne ha chiesta nell’invocare, in astratto, più autonomia europea. Si invoca il “fare da soli” e poi non si accende l’interruttore che lo permetterebbe.

Dopo quanto detto da Trump che ha raccontato l’incontro avuto con Meloni al G7 di Evian dicendo che la premier lo avrebbe “implorato” per una foto insieme, al punto da fargli “pena” – peraltro “vizietto” di cui Trump si è reso protagonista praticamente con tutti i leader europei –  abbiamo avuto la conferma plastica, nel peggiore dei modi, di quanto sia fragile e asimmetrico il rapporto su cui l’Italia ha costruito gran parte della propria postura internazionale degli ultimi anni.

Cambia, a questo punto, anche il senso di tutto il discorso fatto fin qui su Ankara. Non si tratta più di presentarsi al summit con i compiti a casa fatti per accontentare un alleato di cui, dopo questo episodio, è difficile fidarsi ancora ciecamente. Si tratta di qualcosa di più serio e più urgente: usare finalmente tutti gli strumenti europei e nazionali disponibili – Purl se necessario, Safe, clausola di salvaguardia, capacità industriali e militari reali – non per fare bella figura a Washington, ma per costruire una autonomia strategica europea, e dunque italiana, che riduca al minimo la dipendenza da legami che si sono appena dimostrati tossici e imprevedibili. È la differenza, antica quanto la politica, tra il dire e il fare: e in materia di difesa europea, oggi, la distanza tra i due si misura in miliardi non spesi. Dopo Evian, però, quella distanza non è più solo un costo di credibilità verso un alleato. È il prezzo di una dipendenza che l’Italia, come l’Europa, non può più permettersi di non affrontare.


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