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L’arroganza di Trump è inaccettabile, difendiamo l’Italia. Parla Sensi

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Il parlamentare del Pd, Filippo Sensi, interpreta lo scontro Meloni–Trump come il segnale di un equilibrio internazionale sempre più instabile e personalizzato. Sul G7 evidenzia qualche risultato diplomatico ma anche la fragilità dell’Europa nel contesto globale. In vista dei prossimi vertici, richiama alla prudenza su crisi come Hormuz e alla necessità di una linea europea più coesa

Tra tensioni transatlantiche sempre più personalizzate e un’Europa che fatica a trasformare i vertici internazionali in leva politica, il duro scambio a distanza fra il presidente Usa Donald Trump e la premier Giorgia Meloni è diventato molto più di un incidente diplomatico: è il simbolo di un equilibrio globale che si sta spostando, dove il linguaggio dei leader pesa quanto le decisioni. Il G7 appena concluso ha confermato questa sensazione: qualche spiraglio negoziale, molte incertezze strategiche e un’Unione europea ancora alla ricerca di una voce comune. Ne parliamo su Formiche.net con il deputato del Partito Democratico Filippo Sensi.

Partiamo dallo scambio tra Meloni e Trump. Che lettura ne dà?

Di fronte a un atteggiamento che definirei di arroganza e mancanza di rispetto, la mia posizione è netta: solidarietà a Giorgia Meloni e al governo italiano. Nessuno può permettersi di mettere all’angolo l’Italia, a prescindere dal colore politico dell’esecutivo. Non mi interessa che si sia di destra o che, per necessità o convenienza, si sia anche flirtato con l’idea di un ponte privilegiato con gli Stati Uniti. Qui il punto è un altro: il rapporto con un presidente che appare fuori controllo, fuori asse. Un atteggiamento che, purtroppo, non è nuovo. Trump è sempre stato così, una sorta di “Marchese del Grillo globale”. E quando si arriva a questi livelli, non è più questione di diplomazia ordinaria. Mi auguro che il midterm arrivi il prima possibile, perché questa situazione pesa sugli equilibri globali.

A cosa stiamo assistendo dal suo punto di vista?

Ci troviamo di fronte alla democrazia più grande del mondo, che finisce per essere nelle mani di una figura così imprevedibile. Ergo, non si può ragionare con le categorie della polemica domestica. Noi stiamo dalla parte di chi rappresenta l’Italia nelle istituzioni, punto. Anche quando non condividiamo le scelte politiche.

Allargando lo sguardo, dal G7 che bilancio trae?

Il G7 è stato, in termini diplomatici, un successo soprattutto per Emmanuel Macron, che è riuscito a riportare un minimo di iniziativa europea sulla scena internazionale. C’è stata un’occasione, ancora fragile, per rimettere al centro il ruolo dei Paesi europei, in particolare sul dossier Ucraina e sulle dinamiche di sicurezza globale.

Sul versante meridionale?

La tregua raggiunta fra Iran e Stati Uniti è una speranza esile ma non irrilevante. Resta però intatto il nodo drammatico dei diritti del popolo iraniano, vessato da un regime che continua a comprimere libertà fondamentali. Questa guerra non ha risolto nulla su quel fronte, e rischia anzi di cristallizzare le sofferenze.

Si avvicinano anche il vertice Nato e il Consiglio europeo. Che scenario vede?

Sono passaggi decisivi. Vedremo se ci sarà una linea europea più coerente oppure la solita somma di posizioni nazionali. In questo momento l’Europa ha il fiato corto: qualsiasi apertura viene vissuta come un’occasione straordinaria, più per bisogno che per forza politica.

E sul tema strategico dello Stretto di Hormuz?

Qui serve lucidità. Se dovessero crearsi condizioni di tregua o de-escalation, l’Italia non deve farsi trascinare dall’emotività. Non può reagire allo “schiaffo” di Trump con il “fallo di reazione”, soprattutto dopo episodi di tensione verbale così duri. Su Hormuz serve pazienza diplomatica, non risposte impulsive.

Che giudizio complessivo dà della postura europea al G7?

Il giudizio è duplice. Da un lato, l’impressione è di un’Italia che arriva affaticata, quasi sempre in rincorsa. Sull’Ucraina, ad esempio, la percezione è quella di una crescente marginalità rispetto ai gruppi di testa più coesi. Il nostro Paese appare spesso costretto a inseguire, più che a dettare una linea. Dall’altro lato, resta aperta la questione dei rapporti tra i principali partner europei. Il tentativo di rilanciare un’iniziativa comune c’è stato, ma non è detto che produca effetti duraturi. L’Italia ha provato a giocare un ruolo e, in parte, lo ha fatto, ma la sensazione generale è quella di un sistema che fatica a trovare continuità strategica. In questo contesto, ogni vertice appare più come una tregua temporanea che come un vero punto di svolta. E su questo serve realismo: non è il momento degli sghignazzi, ma della responsabilità istituzionale.


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