Dopo Washington, anche Pechino decide di inserire alcune società rivali nella blacklist: a tutte loro, saranno vietate le esportazioni di materiali a duplice uso. La misura restrittiva arriva in un momento in cui tra le due sponde dell’Atlantico sembrava esserci una maggiore sintonia sull’intelligenza artificiale. Forse c’è davvero, ma ancora fatica a palesarsi
Botta e risposta tra Stati Uniti e Cina. Dopo la decisione del Dipartimento della Difesa americana di allargare le restrizioni anche ad aziende del calibro di Alibaba, Baidu, BYD, a causa del loro presunto rapporto con l’esercito cinese, è la volta di Pechino. Il governo centrale ha infatti annunciato un nuovo divieto di esportazione dei beni a duplice uso nei confronti di 10 società statunitensi. Parliamo di Aveox, Red Cat Holdings, Teal Drones, Imsar, Jaia Robotics, Ball Aerospace & Technologies, Oshkosh, L3Harris Maritime Service, Usa Rare Earth. Una presa di posizione che serve a tutelare la sicurezza nazionale, spiegano da Pechino, ma anche a rispondere alla “illegittima espansione” della blacklist di Washington. Inoltre, il governo comunista ha ordinato alle sue istituzioni di non acquistare prodotti realizzati da altre 46 aziende americane.
Non è la prima volta che le due superpotenze provano a minarsi reciprocamente. Questa volta però è diverso. Tra le due sponde del Pacifico di certo non regna il sereno, ma la recente visita di Donald Trump a Pechino per incontrare Xi Jinping sembrava aprire a uno scenario di descalation. Solo due giorni fa, parlando ad Axios, il presidente americano ribadiva la sua ammirazione per il leader cinese. “Non si arriva a quei livelli, in cui si governa un Paese, anche se piccolo, se non si possiede qualcosa di speciale”. Ha inoltre lodato il suo aspetto fisico e lo ha definito “un uomo molto intelligente, forte”, uno che “non fa giochetti. Non si siede e dice: ‘Oh, che bella giornata. Guarda che bello. Guarda che sole’. Non c’è niente di tutto questo. È del tutto concentrato sugli affari, cosa che apprezzo. Penso sia fantastico”. Insomma, “abbiamo un ottimo rapporto, andiamo d’accordo”. Nella stessa intervista, Trump sottolinea però un punto: “Quando qualcosa diventa di tendenza, arriviamo e troviamo i cinesi prima di noi, o li superiamo di poco. Ma vi dico una cosa: li stiamo battendo sull’intelligenza artificiale”.
Il punto centrale è tutto qui, racchiuso nella partita dell’IA. Durante il vertice di Pechino tra i due presidenti l’argomento è stato inevitabilmente affrontato. Entrambi avevano capito che una competizione sleale non avrebbe portato da nessuna parte. Per cui, pur rimanendo distanti, Trump e Xi hanno concordato di portare avanti questa rivalità ma tenendosi sempre informati. Una sorta di ritorno alla Guerra Fredda, quando lo spazio era il campo di competizione tra Usa e Urss.
Che gli Stati Uniti siano avanti in questa sfida, è innegabile. Come è altrettanto innegabile che la Cina abbia recuperato terreno negli ultimi anni, assottigliando il divario. Pechino ha un’arma tutt’altro che banale da sfoderare. Il fatto che abbia il monopolio – o qualcosa che ci va molto vicino – delle terre rare, soprattutto per quanto riguarda la loro raffinazione, la mette in una posizione di vantaggio che può rafforzarsi nel lungo termine. L’esempio è l’indio. Si tratta di un materiale essenziale per la costruzione dei data center moderni e la Cina ne detiene il 70% di quello globale. La sua strategicità ha spinto Pechino a inserirlo in una lista sottoposta a una sorveglianza speciale, così da controllare meglio le esportazioni. Il timore è che il governo cinese possa annunciare una misura restrittiva, per impedire il progresso altrui. Anzitutto quello americano. Una lista, a volte, fa più paura di un’arma.
















