Gli attacchi di Trump a Meloni, ingenerosi e ingiustificati, hanno offuscato la solidità delle relazioni transatlantiche. Il vertice Nato del 7-8 luglio acquista così un peso ancora maggiore. I rapporti tra Italia e Stati Uniti, tuttavia, si fondano sulla capacità delle istituzioni di garantire continuità anche nelle divergenze tra leader: un elemento che consente di guardare con fiducia ai prossimi appuntamenti internazionali. L’analisi di Giovanni Castellaneta
Le recenti tensioni emerse sul piano politico e comunicativo tra il presidente americano Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni hanno inevitabilmente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. In un’epoca in cui ogni dichiarazione viene amplificata in tempo reale e ogni divergenza assume immediatamente una dimensione globale, il rischio è quello di confondere la contingenza della polemica con la sostanza dei rapporti tra gli Stati. Gli attacchi di Trump a Meloni – ingenerosi e ingiustificati – hanno messo in ombra la forza delle relazioni transatlantiche, che sono andate avanti in questi difficili anni anche grazie al pragmatismo della leader italiana, che ha sempre cercato di mantenere rapporti cordiali e costruttivi con il Presidente americano finché ha potuto, ovvero fino alla decisione – a dire il vero non condivisa da nessun altro leader europeo – di attaccare l’Iran.
È una distinzione che, oggi più che mai, merita di essere ribadita. Le relazioni tra Italia e Stati Uniti rappresentano infatti uno dei pilastri della politica estera italiana e poggiano su fondamenta storiche, strategiche, economiche e culturali che trascendono inevitabilmente i rapporti personali tra i leader del momento. Le controversie degli ultimi giorni possono certamente generare tensioni politiche o incomprensioni temporanee, ma sembra difficile che possano incidere sulla profondità di un legame costruito nel corso di decenni. È anche il caso di questi giorni per l’utilizzo delle basi italiane da parte di aerei americani diretti nel quadrante mediorientale, evocato dal Segretario generale della Nato, Rutte, certo ai limiti delle sue attribuzioni statutarie. Non è Sigonella e non è neanche porte/piste aperte a tutto. Vi sono gli specifici trattati ed è in base a questi che da sempre l’utilizzo delle basi è stato autorizzato con una certa flessibilità senza mai superare tuttavia la linea rossa dei passaggi politici indispensabili nei casi evidenti in contrasto con le disposizioni del Sofa (Status of Forces Agreement del 1951).
Proprio per questo motivo, il prossimo vertice Nato in programma il 7-8 luglio assume un’importanza particolare. Sarà il primo grande appuntamento internazionale nel quale Trump e Meloni avranno l’opportunità di rivedersi di persona dopo le recenti frizioni causate (apparentemente) dall’incontro della scorsa settimana al G7 francese di Evian. Come spesso accade nelle relazioni internazionali, il contatto personale potrà contribuire a riportare il confronto all’interno di una cornice più ampia, nella quale prevalgono gli interessi strategici comuni rispetto alle divergenze del momento.
D’altra parte, il lavoro diplomatico che precede ogni vertice internazionale dimostra come le istituzioni continuino a svolgere una funzione essenziale. In questa prospettiva va letto anche il recente incontro preparatorio che si è svolto a Berlino nel formato “E5” e che ha coinvolto Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito. Un confronto importante non soltanto in vista dell’appuntamento Nato, ma anche per rafforzare il coordinamento europeo su questioni che riguardano la sicurezza del continente, l’evoluzione del conflitto in Ucraina e il futuro della difesa comune.
Le discussioni in corso evidenziano infatti come la questione della sicurezza europea sia ormai destinata a occupare una posizione centrale nell’agenda politica dei prossimi anni. La richiesta americana di un maggiore contributo europeo alla difesa sarà verosimilmente reiterata da Trump in occasione del summit Nato di Ankara e verrà probabilmente usata come un pretesto per tornare ad attaccare gli alleati europei (non solo Meloni e l’Italia) “rei” di avere voltato le spalle agli Usa durante la crisi con l’Iran. Da tempo Washington sollecita gli alleati ad assumere una quota crescente di responsabilità. In questo senso, cercando di volgere l’attuale crisi diplomatica in un’opportunità, l’Europa e l’Italia potrebbero finalmente decidere di rafforzare le proprie capacità strategiche, mantenendo al contempo saldo il legame transatlantico.
Non si tratta di una scelta alternativa tra Nato ed Europa. Al contrario, una maggiore capacità europea di contribuire alla sicurezza collettiva può rendere più forte la stessa Alleanza Atlantica. È una logica che l’Italia ha sempre sostenuto e che appare oggi ancora più attuale.
Le recenti polemiche offrono però anche uno spunto di riflessione più generale sull’evoluzione della diplomazia contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva personalizzazione delle relazioni internazionali. Sempre più spesso la politica estera viene condotta direttamente dai leader, mentre il ruolo delle istituzioni, delle amministrazioni e talvolta degli stessi corpi diplomatici tende a ridursi rispetto al passato. I social media hanno accelerato questo processo, trasformando ogni dichiarazione in un evento globale e rendendo sempre più difficile separare la dimensione politica da quella personale. L’assenza di passaggi intermedi può favorire processi decisionali più rapidi, consentire una gestione più tempestiva delle crisi e rendere più efficace il dialogo tra governi. Tuttavia, esiste anche l’altra faccia della medaglia. Quando la relazione politica si identifica eccessivamente con quella personale, ogni divergenza rischia di assumere proporzioni superiori alla sua reale portata. Le dinamiche che hanno caratterizzato il recente confronto tra Trump e Meloni ne costituiscono un esempio significativo. Una differenza di vedute che, in altri tempi, sarebbe probabilmente rimasta confinata nei tradizionali canali diplomatici, si è trasformata in un caso politico internazionale.
Molto dipende, in definitiva, dall’interlocutore che si ha di fronte e dalla capacità dei leader di distinguere la dimensione personale da quella istituzionale. La politica internazionale continuerà inevitabilmente a essere influenzata dai rapporti tra le personalità che guidano i governi. Tuttavia, la solidità delle relazioni tra gli Stati si misura soprattutto nella capacità delle istituzioni di garantire continuità anche quando emergono divergenze tra i loro rappresentanti. È per questa ragione che il rapporto tra Italia e Stati Uniti può guardare con fiducia ai prossimi appuntamenti internazionali. Le polemiche e i leader passano, mentre gli interessi strategici restano. E il legame transatlantico continua (e continuerà) a rappresentare un elemento essenziale della sicurezza e della prosperità di entrambe le sponde dell’Atlantico.
















