La Cgil già avanguardia della rivolta sociale manda segnali, intermittenti ma chiari, dell’intenzione di tornare ad essere un sindacato. Giuliano Cazzola mette in fila gli ultimi accadimenti
“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico”. La Cgil già avanguardia della rivolta sociale manda segnali, intermittenti ma chiari, dell’intenzione di tornare ad essere un sindacato. Maurizio Landini, ospite ormai fisso del talk show, dove domina incontrastato in qualità di Guida Suprema, continua imperterrito nella narrazione di un’Italia povera e derubata della libertà e dei diritti fondamentali, ma le opere della Confederazione non trovano più riscontro nelle parole del suo leader che, qualche rara volta, si concede persino alla ragionevolezza. Cominciamo a mettere in fila le cose.
Un anno fa, in questi giorni, si era svolta a Bologna l’Assemblea Generale della Cgil, a conclusione della quale Landini aveva delineato un articolato percorso di mobilitazione per rendere “chiara e visibile la possibile alternativa alle politiche portate avanti dal governo”. Si cominciava con una campagna certificata (?) di assemblee in tutti i luoghi di lavoro e di iniziative nei territori a raccolta degli oves et boves et omnia pecora campi della Via Maestra: tutto questo fervore sarebbe culminato in una manifestazione nazionale a Roma a metà ottobre. Tutti i sindacati europei erano stati invitati ad impegnarsi nella battaglia contro il ritorno delle politiche di austerità e il piano di riarmo; in difesa dei fondi di coesione, della Pac, del green deal, del pilastro sociale; a sostegno di politiche europee espansive alimentate da risorse comuni, sul modello NextGenerationEU (eurobond), per finanziare una strategia di investimenti e politiche industriali comuni; e individuando tutti i dispositivi necessari, blocco dei licenziamenti, contrasto alle delocalizzazioni, strumenti finanziari come il fondo Sure, per difendere il lavoro, sostenere il reddito e tutelare il sistema produttivo e industriale, minacciati dalla guerra commerciale scatenata dall’Amministrazione americana.
Mancava solo, per dirla come Jerome K. Jerome, “il ginocchio della lavandaia”. Fin da allora era possibile intravedere che la mobilitazione sarebbe sfociata in uno sciopero generale, come avvenne, magari con l’aggiunta – allora non prevista – della sequela di agitazioni a sostegno delle imprese della Flotilla. Il documento, poi, impegnava la Cgil a contrastare l’eventuale referendum confermativo sulla controriforma costituzionale Nordio. Nei giorni scorsi la Cgil ha riconvocato sempre a Bologna (dice Agatha Christie che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto) l’Assemblea Generale. I toni sono stati bellicosi ma chi se ne intende non potrebbe non notare delle differenze sostanziali. In primo luogo non vi è traccia di una mobilitazione decisa in solitudine e già circostanziata nelle iniziative e nei tempi; l’obiettivo è una partecipazione attiva aperta alle altre organizzazioni. Poi gli obiettivi rivendicati non mettono più in discussione le politiche economiche mondiali, come quelli dell’anno scorso, ma atterrano su obiettivi discutibili ma concreti.
“Noi abbiamo bisogno di aumentare le entrate fiscali”, ha tuonato Landini nelle conclusioni, perché senza questa leva non si affrontano problemi come “l’aumento dei salari, il diritto alla salute, il diritto alla conoscenza, il diritto al lavoro”. Si arriva così all’imposta patrimoniale una tantum che, secondo la Cgil riguarderebbe appena 500mila persone su una popolazione di 60 milioni di cittadini. “Parliamo di individui il cui esponente più povero percepisce un reddito netto di ben due milioni di euro all’anno”, ha precisato Landini. “A queste persone chiediamo un contributo straordinario dell’1,2%. Una percentuale che non cambierebbe di certo la loro condizione di ricchezza, ma che permetterebbe allo Stato di incassare subito 25 miliardi di euro”. Poi, l’altro filone di iniziativa riguarda la raccolta di firme per due ddl di iniziativa popolare su sanità e appalti.
Ma la svoltina effettiva sta nelle considerazioni di Landini sull’intesa con Cisl e Uil per una piattaforma proposta al mondo delle imprese per rimettere ordine ed equità nel sistema delle relazioni sindacali. “Considero molto importante l’accordo che siamo riusciti a realizzare insieme a Cisl e Uil – ha detto –, ma ora vogliamo che la trattativa con le imprese parta davvero”. Ed è qui che troviamo il principale segnale del cambiamento: la decisione delle confederazioni storiche (compresa la Cgil) di muoversi all’interno del percorso delineato per il salario giusto’’ – come previsto dal decreto 1° Maggio ora convertito in legge – inteso come trattamento economico complessivo (TEC) del quale vengono definiti i contenuti che si aggiungono al trattamento economico minimo (Tem). Ed è un passaggio significativo proprio per definire quei parametri che consentono il confronto tra i trattamenti applicati e quelli tendenzialmente universali, esigibili ed economicamente quantificabili previsti dalla contrattazione collettiva nazionale comparativamente più rappresentativa.
Poi ancor più significativo, in tempi in cui si osserva con preoccupazione il livello dell’inflazione – che si prevedano meccanismi che garantiscano il recupero del potere di acquisto delle retribuzioni con verifica annuale per la parte economica da svolgersi nel mese di giugno di ogni anno, senza fughe in avanti tese a mettere in discussione il rapporto con l’indice Ipca Nei. Ed è un orientamento responsabile e non scontato, perché poteva essere forte la tentazione di chiedere il ripristino di una scala mobile tout court al lordo dell’inflazione importata, che è la pretesa dei sindacati di base critici con l’intesa confederale. Anche sotto questo aspetto la Cgil che aveva intessuto qualche relazione con i Cub, è tornata alle vecchie alleanze. Quanto alle questioni della rappresentanza non si chiede una legge, ma si torna alle indicazioni previste nel Patto della fabbrica del 2018. Del resto, quando il 97% dei lavoratori italiani sono coperti da contratti stipulati da federazioni di Cgil, Cisl e Uil, è già evidente quali siano le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, senza ricorrere a complicate procedure per riconoscere loro un monopolio di fatto del negoziato.
Per risalire ancora più indietro nel tempo, si direbbe che la confederazione di Landini abbia terminato l’Aventino nei contratti del pubblico impiego. Dopo la sottoscrizione del contratto della scuola, la Cgil ha condiviso, nei giorni scorsi, una intesa preliminare con le altre confederazioni e con l’Aran nel settore delle amministrazioni centrali, che ha una funzione guida per gli altri comparti pubblici. E che era stato il primo casus belli della precedente fase di contrattazione quando si trattava di chiudere una stagione di rinnovi praticamente già scaduta e la Cgil aveva smesso di sottoscrivere le intese raggiunte giudicandole inadeguate. Il contratto delle amministrazioni centrali è il primo che riallinea i rinnovi con il calendario, a valere pertanto non per il triennio che si è già concluso ma con quello in corso.
Va riconosciuto al governo di essere intervenuto contemporaneamente a finanziare sia la conclusione della fase del triennio precedente rimasta “in sonno” e a stanziare le risorse per aprire il negoziato sui rinnovi. Una procedura che entro l’anno prossimo avrà determinato due robusti incrementi retributivi che compenseranno – anche se solo in parte – le perdite connesse alla sbandata dell’inflazione. Se la Cgil ha deciso di essere della partita c’è anche un altro motivo. Grazie al meccanismo predisposto per la stipula dei contratti (ovvero l’approvazione da parte della maggioranza della delegazione intersindacale designata in proporzione al peso delle diverse organizzazioni), nonostante l’autoesclusione della Cgil, le altre federazioni di categoria erano sempre riuscite, prima o poi, ad avere la meglio e a portare a conclusione i negoziati e a sottoscrivere e convalidare gli accordi. Immaginiamo pertanto che nella confederazione di Maurizio Landini si siano resi conto che non valeva la pena boicottare i contratti per fare guerra al governo realizzando nello stesso tempo il duplice effetto che i rinnovi venivano ugualmente varati e accettati dai lavoratori interessati. Per commentare la pre-intesa per il triennio 2025-2027, Landini ha sottolineato che “l’ipotesi di accordo torna a tutelare i salari delle lavoratrici e dei lavoratori, prevedendo aumenti retributivi superiori all’inflazione prevista e, per la prima volta, l’introduzione di un meccanismo di verifica successivo a salvaguardia del potere d’acquisto rispetto a possibili perdite dovute all’inflazione”. Uno dei motivi per cui la Cgil aveva marinato i contratti precedenti era il mancato recupero del potere d’acquisto perduto a cavallo tra il 2022 e il 2023. Adesso, pur senza pretendere una riscossione completa degli arretrati, Landini ha capito che un incremento retributivo superiore all’inflazione vigente può consentirne il recupero nel tempo. Ed è la sola soluzione realistica.
















