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Non solo Cina. Come l’Europa sta riscrivendo la mappa delle terre rare

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Lo scorso anno l’Europa ha visto sensibilmente aumentare il proprio commercio di materie prime strategiche, sia in termini di importazioni, sia di esportazioni. Segno che da semplice luogo di transito il Vecchio continente si sta preparando a diventare un grande mercato. E la Cina è sempre meno monopolista

L’Europa si fa grande e prende consapevolezza delle proprie potenzialità. Anche sulle terre rare. Come più volte raccontato da questa testata, nel grande gioco delle materie prima critiche, il Vecchio continente sta cercando un proprio posizionamento, facendo suo l’esempio americano: se si vuole smettere di essere dipendenti dalla Cina bisogna cercarsi altri lidi, ovvero altri fornitori. Il caso brasiliano è, in questo senso, lampante. Ora, c’è un dato diffuso ieri dall’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, che dà la cifra di questa lenta, ma inesorabile, emancipazione.

Lo scorso anno il commercio di terre rare nell’Unione europea è cresciuto nel 2025, dopo il forte calo registrato nel 2024. In particolare, le importazioni sono aumentate del 17,1%, raggiungendo le 15.100 tonnellate, mentre le esportazioni sono cresciute del 21,1%, arrivando a 6.700 tonnellate. Allo stesso tempo, il valore delle importazioni di terre rare è aumentato del 23,2%, raggiungendo i 124,9 milioni di euro, e il valore delle esportazioni è cresciuto del 29,9%, arrivando a 124,7 milioni di euro. Una prima conclusione. L’Europa non è solo terra di transito dei metalli, ma progressivamente ne sta divenendo una piazza. Si compra e si vende. Questo irrobustisce il Vecchio continente anche agli occhi della Cina, che oggi controlla, tra raffinazione ed estrazione, ancora tra il 70 e il 90% del mercato.

Attenzione, c’è un altro dato che vale la pena menzionare. E cioè quello relativo alla geografia delle forniture. Nel 2025, la maggior parte delle terre rare importate proveniva sì ancora dalla Cina (46,8% del peso totale, pari a 7.100 tonnellate), ma il secondo partner commerciale per importanza è stata la Russia, con il 25,9% delle importazioni (3.900 tonnellate), seguita dalla Malesia con il 23,1% (3.500 tonnellate). Giappone e Stati Uniti si sono classificati rispettivamente al secondo e terzo posto con l’1,6% e lo 0,9%. Dunque, con l’avanzata della Russia, il primato cinese rischia di essere messo seriamente in discussione.

Specialmente se, come poc’anzi accennato, si continua a lavorare sul fianco ovest. La chiave di volta per l’autonomia dalla Cina è il Brasile. Paese che per quantità di risorse disponibili nel sottosuolo è secondo, per l’appunto, solo al Dragone. Gli Stati Uniti ci hanno messo gli occhi da tempo, sempre più convinti nella necessità di fare a meno di Pechino e della sua rete di forniture, inclusa l’infrastruttura per la raffinazione. Ora però anche l’Europa ci sta facendo un pensierino, abbracciando la strategia americana. Il commissario europeo per i partenariati internazionali Jozef Sikela ha provato in tal senso a sminare il terreno, solo pochi giorni fa.  Visitando il centro di ricerca e lavorazione delle terre rare della società mineraria australiana Viridis Mining and Minerals a Pocos de Caldas, non molto lontano dall’Amazzonia. Sikela ha affermato che l’approccio europeo è sempre più in linea con l’impegno del Brasile ad esportare minerali lavorati di maggior valore anziché materie prime.


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