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A 250 anni dagli Usa, tocca all’Europa. Le sfide della Nato viste da Fleck

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Alla vigilia del vertice Nato di Ankara, Jörn Fleck, Senior Director dell’Europe Center dell’Atlantic Council, spiega perché la vera sfida dell’Alleanza non è più aumentare i bilanci della difesa, ma convertire rapidamente gli investimenti in deterrenza, capacità industriale e credibilità strategica

Jörn Fleck ritiene che il vertice Nato della prossima settimana rappresenti un passaggio importante non tanto per le decisioni che verranno annunciate, quanto per verificare se gli impegni assunti dagli Alleati negli ultimi anni si stiano finalmente traducendo in capacità operative concrete. Secondo il Senior Director dello Europe Center dell’Atlantic Council, la credibilità dell’Alleanza dipenderà dalla rapidità con cui saprà trasformare investimenti, produzione industriale e coordinamento politico in una deterrenza realmente sostenibile nel lungo periodo.

Esperto di relazioni transatlantiche, politiche europee e cooperazione tra Stati Uniti e Unione europea, Fleck, che coordina anche il Transatlantic Digital Project del think tank statunitense, discute con Formiche.net delle priorità immediate dell’Alleanza, dell’evoluzione delle minacce autoritarie e del ruolo che Washington si aspetta oggi dall’Europa in una giornata particolare: il 4 luglio, in cui si celebrano i 250 anni dall’Indipendenza degli Stati Uniti.

Alla vigilia del vertice Nato della prossima settimana, quali saranno gli elementi da osservare per capire se l’Alleanza si sta davvero adattando all’attuale contesto strategico, invece di limitarsi a rispondere alle crisi del momento?

Il vero banco di prova ad Ankara sarà capire se gli Alleati riusciranno a dimostrare che gli storici impegni assunti lo scorso anno in materia di spesa per la difesa si stanno traducendo in capacità operative concrete. Questo significa presentare piani nazionali credibili, ridurre i tempi di prontezza operativa, rafforzare la produzione dell’industria della difesa e mantenere il sostegno all’Ucraina, preparandosi al tempo stesso a una gamma più ampia di possibili scenari. Una Nato che si sta realmente adattando guarderà soprattutto alla propria capacità di deterrenza, difesa e rigenerazione delle proprie capacità nel corso del prossimo decennio.

Per anni la strategia transatlantica ha affrontato Russia, Cina e Iran come sfide separate. Il vero compito oggi è imparare a gestire questi attori come concorrenti strategici sempre più interconnessi?

Direi che, in linea generale, la risposta è sì. Come hanno recentemente sottolineato il segretario generale Mark Rutte e altri leader, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord condividono l’obiettivo di mettere in discussione l’attuale sistema internazionale e, in particolare, l’architettura di sicurezza europea.

Questi Paesi cooperano in modi che incidono direttamente sulla sicurezza euro-atlantica: dal sostegno allo sforzo bellico russo in Ucraina ai trasferimenti di tecnologia, dall’elusione delle sanzioni alle attività cibernetiche, fino alle pressioni esercitate sulle catene di approvvigionamento critiche.

È per questo che oggi vediamo soldati nordcoreani combattere in Ucraina, componenti russe e cinesi impiegate nei missili iraniani utilizzati in Medio Oriente e droni iraniani prodotti in Russia per essere impiegati sul fronte ucraino. Detto questo, sarà comunque necessario stabilire delle priorità. La Russia rimane la principale minaccia all’ordine di sicurezza europeo, come dimostra la sua brutale invasione dell’Ucraina.

Siamo alla celebrazione storica dei 250 anni di Americani, ma facciamo un ragionamento sul futuro: se i prossimi 25 mesi definiranno le priorità immediate dell’Alleanza e i prossimi 25 anni la sua rilevanza strategica, quali decisioni Nato e comunità transatlantica non possono più permettersi di rinviare?

L’Alleanza deve dare priorità agli investimenti nella prontezza operativa, nella mobilità militare, nella chiusura di alcune fondamentali lacune capacitive, in particolare nella difesa aerea e missilistica, e nella definizione di un quadro di lungo periodo per il sostegno all’Ucraina.

La capacità industriale è l’elemento centrale di tutte queste priorità. Senza la possibilità di produrre su larga scala munizioni, sistemi di difesa aerea, droni, pezzi di ricambio e altri equipaggiamenti essenziali, l’Alleanza non sarà in grado di sostenere la deterrenza né di attuare rapidamente i propri impegni operativi durante una crisi.

La comunità transatlantica dovrà inoltre definire una strategia attraverso cui l’Europa possa assumere maggiori responsabilità all’interno della Nato, mentre gli Stati Uniti continueranno a bilanciare i propri impegni tra Europa, Indo-Pacifico e Medio Oriente. Trasformare efficacemente l’aumento della spesa per la difesa in capacità industriale, forze realmente schierabili e livelli di prontezza sostenibili sarà decisivo per la credibilità della Nato, sia nel breve sia nel lungo periodo.

I leader europei parlano sempre più spesso di “responsabilità strategica” piuttosto che di “autonomia strategica”. Di quale Europa ha bisogno oggi Washington per rafforzare, anziché complicare, il partenariato transatlantico?

Per quanto possiamo comprendere dalla proposta dell’attuale amministrazione di una sorta di “Nato 3.0”, Washington punta a un pilastro europeo più forte all’interno dell’Alleanza, fondato su un’Europa capace di trasformare la responsabilità strategica in capacità concrete.

Ciò significa investire nelle principali lacune capacitive europee, dalla difesa aerea e missilistica alla logistica, fino alla capacità industriale della difesa e ad altri settori nei quali l’Europa continua a dipendere in misura significativa dal sostegno degli Stati Uniti.

Questo non deve essere interpretato come un tentativo europeo di prendere le distanze da Washington, ma piuttosto come un riequilibrio delle responsabilità all’interno della Nato, coerente con le nuove realtà strategiche. Un’Europa dotata di maggiori capacità e di un coordinamento più efficace rafforzerà l’Alleanza transatlantica in un momento in cui gli Stati Uniti sono chiamati a gestire impegni sempre più rilevanti su diversi teatri strategici del mondo.


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