I capi delle grandi aziende tecnologiche continuano a sottolineare la necessità di un quadro normativo chiaro in cui operare. Ma a Washington si fatica a prendere una decisione. Bilanciare la sicurezza con il progresso non è semplice, se c’è una gara da vincere come quella con la Cina
Perlomeno su un aspetto le Big Tech sono d’accordo: c’è bisogno di regolamentare il settore. A dirlo sono i più in alto in grado. Demis Hassabis, cofondatore e ceo di Google DeepMind, si immagina in futuro un organismo capace di dettare standard, finanziato dalle varie aziende sotto la supervisione del governo. Il processo partirebbe da un’analisi volontaria per studiare i modelli prima del loro rilascio, per poi passare a regole più stringenti per essere rilasciati sul mercato. Un po’ diversa, ma comunque sullo stesso piano, la proposta di Dario Amodei. Il ceo di Anthropic chiede a gran voce l’istituzione di un’agenzia federali che possa bloccare sic et nunc il rilascio di un modello, qualora presenti dei problemi. Infine c’è Sam Altman. Il papà di OpenAI guarda molto più all’America e si immagina una struttura internazionale a guida statunitense per certificare paesi, aziende e standard di sicurezza. Secondo quanto scrive Axios, anche Mark Zuckerberg dovrebbe presentarsi con un manifesto che chiede gli stessi interventi dei suoi colleghi.
Tuttavia questi sono solamente una parte esigua, oltre che la più nota, di tutti gli imprenditori che maneggiano l’intelligenza artificiale. Quello che chiedono sono test indipendenti per valutare tutti i modelli di frontiera, così da intercettare eventuali vulnerabilità prima che sia troppo tardi. Ma devono essere standard chiari, a cui tutti devono adeguarsi. E soprattutto, le regole devono essere giuste e intelligenti. Sacrificare il progresso scientifico e lo sviluppo di nuovi strumenti in nome della burocrazia sarebbe controproducente – anzitutto per chi sta proponendo uno standard normativo, ovvero i capi d’azienda. Il senso è: quando si è di fronte a un rischio per la sicurezza nazionale è giusto intervenire, altrimenti no.
Il dilemma attanaglia anche i funzionari a Washington. Ormai anche lì hanno capito che ci sono dei problemi legati alla sicurezza derivanti dai grandi modelli di AI. Ma allo stesso tempo c’è una partita con la Cina di vincere a tutti i costi. Pechino è sempre più vicina. Non tanto in termini di strumenti, dove ha comunque compiuto salti da gigante in un tempo relativamente breve – basti vedere il fenomeno dei chatbot economici ma molto efficienti che continuano a essere rilasciati dopo DeepSeek. Quanto piuttosto nel know-how, con la Cina che sta assaporando l’ebrezza dell’autosuffiicenza (per cui manca ancora un po’).
Da una parte, quindi, il governo americano sta pensando a una stretta regolatoria. Quella immaginata da Donald Trump è un primo passo, ma niente che possa davvero cambiare la situazione. La parola d’ordine in questi casi è “equilibrio”. Niente di più complesso, vista la situazione.














