Se alla politica sta davvero a cuore la democrazia, le garanzie costituzionali e la libertà, il suo compito non è inseguire le scorciatoie più comode, ma proteggere i cittadini anche dalla tentazione di seguirle: dai pifferai magici del populismo che seducono le persone più fragili e spaventate promettendo soluzioni semplici e sbrigative a un problema che, per sua natura, semplice non è. Perché la sicurezza che tradisce la libertà, alla fine, tradisce anche sé stessa. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
C’è un passaggio nel libro di Madeleine Albright, “Fascism. A Warning”, che andrebbe letto e riletto ogni volta che si discute di sicurezza pubblica. L’ex segretaria di Stato americana osserva che le società democratiche tollerano volentieri le lentezze, i controlli, le garanzie procedurali che caratterizzano lo Stato di diritto, finché percepiscono che le cose, nel complesso, funzionano. Ma quando cresce la sensazione diffusa che la politica democratica non sia più in grado di proteggere i cittadini — dalla criminalità, dal disordine, dall’insicurezza quotidiana — si apre una finestra pericolosa: una parte crescente dell’opinione pubblica è disposta ad accettare uno scambio diabolico, meno libertà e meno diritti in cambio di più sicurezza. È in quel momento che l’autoritarismo, anche nella sua forma più violenta e brutale, può diventare sorprendentemente popolare.
Non è una teoria astratta. È la chiave con cui si spiegano tre fenomeni molto diversi tra loro ma accomunati dalla stessa dinamica di fondo: la spaccatura italiana sulla vicenda di un gioielliere condannato per aver giustiziato due rapinatori in fuga, la deriva securitaria dell’America di Trump, e il successo di modelli apertamente illiberali come quello di Bukele a El Salvador e, fino al suo arresto, di Duterte nelle Filippine.
Il caso italiano: quando il Paese si divide su una sentenza
Da giorni l’Italia discute e si divide sul caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, nel Cuneese, che il 28 aprile 2021 reagì a una rapina nel suo negozio inseguendo i tre malviventi in fuga e sparando contro di loro: due, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, morirono, un terzo rimase ferito. Lo scorso 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi, confermando quanto già stabilito in appello: non fu legittima difesa, perché i colpi vennero esplosi quando l’azione aggressiva dei rapinatori era ormai conclusa e il pericolo attuale non sussisteva più. È la differenza, giuridicamente netta ma emotivamente scomoda, tra difendersi e giustiziare.
Eppure la sentenza ha suscitato un’ondata di solidarietà popolare verso il condannato, che una parte della politica pensa di poter strumentalizzare, con esponenti di governo che hanno pubblicamente evocato la grazia presidenziale. È qui che si misura l’imbarbarimento del confronto politico: invece di discutere nel merito — quali strumenti servono davvero a proteggere chi gestisce un’attività esposta alle rapine, quali soluzioni concrete di sicurezza e prevenzione mancano sul territorio — il dibattito scivola nella scorciatoia dello slogan demagogico, del tipo “la difesa è sempre legittima”. Uno slogan del genere non propone nulla, non indica una soluzione, non misura un risultato: offre solo un’assoluzione preventiva a chiunque si faccia giustizia da sé, sostituendo il giudizio di un tribunale con il giudizio sommario della piazza mediatica. Ed è proprio in quel vuoto di proposta concreta, in quella rinuncia al confronto serio sull’efficacia delle politiche di sicurezza, che i cittadini più esasperati finiscono per considerare legittime anche soluzioni apertamente autoritarie, disposte a rinunciare allo Stato di diritto pur di “risolvere” il problema.
Il caso americano: la scorciatoia securitaria premiata dal voto
Se in Italia la tentazione autoritaria si affaccia ancora come eccezione da giustificare caso per caso, negli Stati Uniti è già diventata politica di governo, e con un dettaglio che merita attenzione: non è stata imposta con la forza, ma scelta democraticamente. La maggioranza degli elettori americani ha votato per Donald Trump, che oggi realizza per l’appunto quelle scorciatoie securitarie di cui parlava Albright, a partire dall’azione dell’agenzia federale per l’immigrazione ICE. Le sue operazioni — retate all’alba, agenti mascherati e senza identificativi visibili, uso della forza letale anche contro persone disarmate — hanno prodotto nel 2025 un numero record di decessi in custodia e, nei primi mesi del 2026, episodi come l’uccisione di manifestanti a Minneapolis che hanno acceso proteste di massa in tutto il Paese. Eppure l’ICE continua a essere sostenuta da una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense, che ne giustifica i metodi in nome della sicurezza dei confini. Non c’è, in questo caso, nessuna forzatura antidemocratica: c’è una maggioranza che, esattamente come previsto da Albright, ha scelto di tollerare la violenza istituzionale pur di sentirsi più protetta.
El Salvador e Filippine: la prova che il popolo non ha sempre ragione
È a questo punto che diventa utile guardare a due casi più estremi, perché smentiscono in modo netto un’idea diffusa e pericolosa: che il consenso popolare sia di per sé una garanzia di legittimità. Nayib Bukele a El Salvador governa con un tasso di gradimento superiore all’80%, frutto di un crollo degli omicidi da oltre 100 casi ogni 100.000 abitanti nel 2015 a 1,9 nel 2024, con il governo che rivendica per il 2026 valori ancora più bassi. Il prezzo, però, è stato un regime di eccezione che dal 2022 ha sospeso le garanzie costituzionali, portando a oltre 84.000 arresti — circa il 2% della popolazione adulta — con segnalazioni diffuse di arresti arbitrari, centinaia di decessi in custodia senza processo e un accentramento del potere esecutivo su magistratura e assemblea legislativa che ha smantellato l’architettura dei contrappesi democratici.
Rodrigo Duterte, nelle Filippine, ha goduto per anni di un consenso altrettanto ampio grazie alla sua “guerra alla droga”, condotta tra il 2016 e il 2022 e costata la vita a migliaia di civili, uccisi da polizia e squadre di autodifesa senza alcun processo. Arrestato a Manila nel marzo 2025 e trasferito all’Aja, è stato rinviato a giudizio dalla Corte penale internazionale nell’aprile 2026 con tre capi d’accusa per crimini contro l’umanità: il processo si aprirà il 30 novembre 2026, con i giudici che ritengono sussistano fondati motivi per credere che l’ex presidente abbia personalmente selezionato alcune delle vittime della sua campagna repressiva.
Bukele e Duterte sono, e restano, leader autenticamente popolari. Proprio per questo i loro casi sono la prova più netta che il popolo non ha sempre ragione, e che l’opinione pubblica può lasciarsi sedurre con straordinaria facilità dalle scorciatoie autoritarie quando percepisce, a torto o a ragione, che lo Stato di diritto non sia più in grado di proteggerla.
Sicurezza è libertà
La lezione che se ne ricava non è che la sicurezza sia un valore da sacrificare in nome dei diritti, né tantomeno che i diritti vadano sacrificati in nome della sicurezza. È l’esatto contrario: sicurezza e libertà non sono in alternativa, sono la stessa cosa vista da due lati. Una democrazia che non riesce a proteggere i propri cittadini finisce per erodere anche la loro libertà, perché consegna terreno a chi promette scorciatoie autoritarie. E una democrazia che sacrifica i diritti in nome della sicurezza smette, nei fatti, di essere sicura per tutti — lo è solo per chi si trova, in quel momento, dalla parte giusta del potere.
C’è, però, una complicazione ulteriore che la politica fatica ad affrontare con onestà: nelle società contemporanee il problema della sicurezza non si esaurisce nelle statistiche, che pure in molti Paesi occidentali, Italia compresa, segnalano da decenni un calo strutturale dei reati predatori e violenti. Il problema riguarda anche, e forse soprattutto, la percezione di insicurezza — che non è un’illusione da liquidare con i dati, ma corrisponde a quello che il sociologo Émile Durkheim chiamava un “fatto sociale”: un fenomeno che esiste indipendentemente dalla sua base statistica e che produce conseguenze del tutto reali sui comportamenti, sulle scelte di voto, sulla domanda di protezione. Ignorare questo scarto tra dato oggettivo e percezione soggettiva, in nome della sola freddezza statistica, è un errore quanto negare l’esistenza del problema.
Ma la percezione di insicurezza, proprio perché reale, è anche un terreno complesso, che non tollera semplificazioni. Vale qui l’ammonimento del giornalista americano H.L. Mencken, secondo cui a ogni problema complesso corrisponde sempre una soluzione facile, immediata e sbagliata. Garantire sicurezza — e quindi far sentire libere le persone — è per l’appunto un problema complesso, che non si risolve con gli slogan né con le scorciatoie, ma richiede risposte altrettanto complesse: studiate con serietà, verificabili nei risultati, concrete e realizzabili. La vera risposta alla lezione di Albright non è dunque scegliere tra Stato di diritto e sicurezza, ma dimostrare, con fatti concreti, che lo Stato di diritto sa essere efficace: certezza della pena, rapidità della giustizia, presenza reale delle istituzioni nei territori più fragili, uso intelligente della tecnologia nel perimetro della legalità costituzionale. È questo, e non l’imitazione dei modelli salvadoregno o filippino, né la resa agli slogan demagogici, il terreno su cui si gioca oggi la tenuta delle democrazie liberali di fronte alla tentazione autoritaria.
Se alla politica sta davvero a cuore la democrazia, le garanzie costituzionali e la libertà, il suo compito non è inseguire le scorciatoie più comode, ma proteggere i cittadini anche dalla tentazione di seguirle: dai pifferai magici del populismo che seducono le persone più fragili e spaventate promettendo soluzioni semplici e sbrigative a un problema che, per sua natura, semplice non è. Perché la sicurezza che tradisce la libertà, alla fine, tradisce anche se stessa.
















