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Che cosa significa oggi essere moderati. Giro ricorda la lezione della Repubblica buona

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Cos’è essere moderati se non tale atteggiamento umanista radicato nella parte migliore della nostra storia, quell’impasto di cultura che è divenuta l’Italia di oggi? Bisogna esserne orgogliosi: moderati non è “qualcosa a metà” ma restare fedeli alla “repubblica buona”, essenziale per la politica italiana: divenire qualcuno che la ricordi e la riviva. Per tutto e per tutti

L’Italia s’incattivisce sempre di più. Siamo in un mondo in cui la forza è stata riabilitata e anche nel nostro Paese se ne sentono gli effetti. La legittima autodifesa diviene diritto di esecuzione e vendetta; la politica critica le sue leggi e permette il loro superamento illegale; ogni reazione violenta viene in qualche modo giustificata; la magistratura è criticata solo perché applica le leggi vigenti.

Non accade solo da noi. Fanno impressione i social pieni di video in cui la polizia americana fa violenza sui civili per una semplice contravvenzione: spacca vetri, irrompe nelle case senza mandato e così via. Non riguarda solo l’Ice e gli immigrati, ma tutte le forze dell’ordine Usa che sembrano sentirsi legittimate a superare i limiti e i diritti della democrazia. Molti vorrebbero che in Italia si imitassero tali metodi. È già accaduto in passato: appena si avvelena il clima chi sente di avere una forza legittima è tentato di usarla a sproposito e alla fine accadono le tragedie. Invece di rassicurare la popolazione, le forze dell’ordine spargono paura. Nell’Italia repubblicana non siamo abituati così: polizia e carabinieri sono sentiti come garanzia, vicini ai cittadini. Speriamo che questo continui e che non prevalga la tesi vannacciana del tutto è permesso se hai un distintivo o del farsi giustizia da sé. Speriamo che Giorgia Meloni non si lasci trascinare su questa china pericolosa. La condanna di Roggero si basa su un’attenta analisi durata mesi ma al contrario i media scaldano il pubblico con ricostruzioni fantasiose. Non è vero che aveva avuto numerose rapine, ne risulta solo una. Era già stato condannato per violenza (minaccia armata) e i video sono chiari: è stata un’esecuzione.

La sinistra farebbe meglio a prendere una posizione chiara invece di rincorrere la destra sul tema sicurezza. Dal dire “non si può lasciare la sicurezza alla destra” i leader di centrosinistra finiranno per dire “non si può lasciare il fascismo alla destra” come vi deride giustamente Crozza. Non se ne può più di sindaci e presidenti di regione semi-sceriffi della sinistra: dite invece quale qualità di sicurezza volete altrimenti la destra vi mangerà vivi.

In questo clima ci si deve chiedere – a destra come a sinistra – cosa significa essere moderati. Se lo devono chiedere Maurizio Lupi e quelli di Forza Italia, come anche i Cinque Stelle e i centristi sparsi del campo largo (oltre i moderati dentro il PD). La rincorsa alla polarizzazione e all’estremismo securitario porta male al Paese ed è un fake: come ammettere che in passato nessuno era preoccupato dalla sicurezza. Bisogna anche reagire al paradosso: si propaga tanto allarmismo mentre il Paese diviene sempre più sicuro. La moderazione ha un suo ruolo essenziale, non come dice Nicola Fratoianni che si è dichiarato stufo perché “sono trent’anni che va avanti il ritornello della moderazione… ma il bisogno di radicalità dei giovani non è estremismo”. Così si polarizza, il che favorisce oggi la destra estrema. Strano essere così ciechi da non capirlo.

Tra essere moderati o radicali/estremisti esiste soprattutto una diversa qualità della gestione della democrazia interna: come si governa il proprio popolo; quali valori sono comunicati e che tipo di clima sociale si favorisce. Per i moderati dei due campi dovrebbe essere chiaro: i valori della Costituzione e dei diritti umani. La moderazione è una componente di tali valori: è la lezione che ci viene dalla storia repubblicana. Gran parte degli italiani non ha una vivace consapevolezza del nostro recente passato. È vero anche che la destra è stanca di tale memoria e vorrebbe superarla. Ma non dipende da noi perché la storia pesa sempre. Non siamo soli al mondo: così è per le persone ma anche per gli Stati.

La lezione che ci viene dalla Costituzione è che occorra mettere al bando ogni politica dell’odio e della contrapposizione, prima all’interno e poi verso l’esterno. Qual è il significato profondo dell’articolo 11 tanto citato? Che l’Italia non ha nemici, cioè non sente di averne (né interni né fuori) e non ne vuole avere. Ci possono essere governi, Stati o addirittura popoli che considerano l’Italia ostile ma ciò non è reciproco: dal dopoguerra l’Italia ha deciso di abbandonare per sempre la politica della contrapposizione. Ciò non vuol dire non avere giudizi e/o non esprimerli. È evidente ad esempio che il nostro giudizio collettivo sull’aggressione russa all’Ucraina è assolutamente negativo. Tuttavia non basta per “sentire” la Russia come nemico assoluto, imprescindibile, inevitabile e permanente. La retorica dell’odio e della contrapposizione non può informare la nostra politica estera: è sola propaganda. Occorre trovare un’altra strada da quella considerata inevitabile della guerra infinita: la storia dimostra che c’è sempre un’altra strada. Questo vale anche per le contrapposizioni interne. Oggi in Parlamento ci si sfida su chi è più nazionalista, ma il vero patriota italiano è chi non sente nessuna parte del Paese nemica.

Per i moderati dei due campi ciò significa bandire ogni radicalità intesa come contrapposizione o bipolarismo dell’odio. Così fecero i nostri padri, così fece la nascente Repubblica anche quando si trattava di fascismo. “In repubblica buona” scrisse don Primo Mazzolari sul Popolo Nuovo nel 1946, elogiando la decisione del decreto di amnistia. “La repubblica ha un cuore e braccia misericordiose” scrisse. “Dove i cittadini non sanno perdonarsi, dove non c’è l’altare del perdono per distendere gli animi… la repubblica non può essere né libera né sicura… Non si può rifiutare il nostro benestare al primo atto di clemenza della Repubblica: non si può impedirle di essere buona”, e cita Giosuè Carducci nel suo celebre discorso su la “Libertà perpetua di San Marino”, pronunciato nel 1894: “In repubblica buona è ancora lecito non vergognarsi di Dio; anzi da lui ottimo, massimo, si conviene prendere i cominciamenti e gli auspici”. Siamo forse più grandi di Mazzolari o del Carducci tanto da non ascoltare queste parole?

Dobbiamo sempre ricordare che la migliore radice italiana è quella umanista che perdona i tanti peccati commessi nel e dal nostro Paese, giudicando tutti con il medesimo metro. Ecco perché serve la moderazione. Se lo ricordino i nostalgici di ieri e di oggi (ogni tipo di nostalgici di destra o sinistra): la nostra Repubblica si fonda su uno sguardo di misericordia che unisce e non su un radicalismo purista che separa. Imparare dagli altri è sempre utile ma attingere dal proprio pozzo storico è la prima cosa da fare.

Cos’è dunque essere moderati se non tale atteggiamento umanista radicato nella parte migliore della nostra storia, quell’impasto di cultura che è divenuta l’Italia di oggi? Bisogna esserne orgogliosi: moderati non è “qualcosa a metà” ma restare fedeli alla “repubblica buona”, essenziale per la politica italiana: divenire qualcuno che la ricordi e la riviva. Per tutto e per tutti.


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