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Italia, AI. Perché tra Cina e Usa non c’è spazio per ambiguità. L’analisi di Riboua

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La competizione tra Stati Uniti e Cina lascia poco spazio a una terza via. Zineb Riboua, ricercatrice dell’Hudson Institute, spiega perché per i governi sta diventando sempre più difficile muoversi tra ecosistemi di intelligenza artificiale concorrenti

La partecipazione del direttore generale dell’AgID, Mario Nobile, alla World Artificial Intelligence Conference (WAIC) in Cina, poco dopo l’adesione dell’Italia alla Joint Statement on AI Opportunity, promossa dagli Stati Uniti nell’ambito dell’iniziativa Pax Silica, ha aperto a Roma un dibattito sul posizionamento strategico del Paese in materia di intelligenza artificiale.

L’episodio non segnala necessariamente un cambiamento nella direzione strategica dell’Italia. Semmai, solleva interrogativi sull’allineamento istituzionale. Sotto la guida della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Roma ha perseguito con coerenza una riduzione della dipendenza strategica dalla Cina, rafforzando al tempo stesso la cooperazione transatlantica nelle tecnologie critiche. In questo contesto, la presenza pubblica del vertice dell’AgID — una delle principali agenzie responsabili dell’attuazione della strategia digitale e dell’intelligenza artificiale dell’Italia — al principale forum cinese sull’AI ha inevitabilmente attirato l’attenzione.

Per collocare il dibattito italiano in un contesto strategico più ampio, Formiche.net ha rivolto a Zineb Riboua, ricercatrice dell’Hudson Institute, tre domande sulla progressiva riduzione degli spazi di ambiguità nella governance dell’intelligenza artificiale.

Mentre Stati Uniti e Cina competono sempre più per plasmare l’ecosistema globale dell’intelligenza artificiale, i governi dispongono ancora di uno spazio significativo per interagire con entrambi i modelli, oppure la governance dell’AI sta diventando una scelta strategica sempre più binaria?

No. Lo spazio che i governi credono di conservare è un’illusione, alimentata dall’intervallo di tempo che separa una decisione di approvvigionamento dalle sue conseguenze. E quell’intervallo si sta riducendo.

L’esperienza degli Emirati Arabi Uniti illustra questa dinamica. Abu Dhabi ha costruito gran parte della propria infrastruttura di telecomunicazioni con Huawei. Quando i negoziati per l’acquisizione degli F-35 sono entrati in una fase avanzata, Washington ha posto la rimozione delle apparecchiature Huawei come condizione per il trasferimento. Gli Emirati hanno infine sospeso l’acquisto, scoprendo che una decisione commerciale presa anni prima aveva già limitato una scelta strategica.

La lezione va ben oltre un singolo Paese o una singola tecnologia. I governi scoprono sempre più spesso che decisioni assunte in nome della flessibilità economica finiscono per determinare le loro opzioni strategiche. Con l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle infrastrutture critiche, lo spazio per mantenersi in equilibrio tra ecosistemi concorrenti sta rapidamente scomparendo.

Quanto sono diventati importanti gli standard, i quadri di governance e le partnership tecnologiche nella competizione odierna sull’intelligenza artificiale? Sono ormai strategicamente rilevanti quanto i semiconduttori e la capacità di calcolo?

Gli standard e i quadri di governance sono diventati lo strumento più duraturo della competizione.

I vantaggi nella capacità di calcolo, per quanto significativi oggi, inevitabilmente si diffondono nel tempo. I controlli sulle esportazioni possono rallentare questo processo, ma non possono arrestarlo indefinitamente. I quadri di governance, al contrario, determinano il modo in cui vengono gestiti i dati, valutati i modelli e resi interoperabili i sistemi, nonché il modo in cui le istituzioni pubbliche acquistano e impiegano l’intelligenza artificiale.

Queste decisioni sopravvivono ai cicli elettorali, durano più delle singole generazioni di hardware e si radicano nelle pratiche normative, nelle regole sugli appalti e nella formazione professionale di ingegneri e funzionari pubblici.

Pechino comprende chiaramente questa asimmetria. Piattaforme come la World Artificial Intelligence Conference e la Global AI Governance Initiative non sono semplicemente incontri diplomatici. Sono strumenti per costruire coalizioni di lungo periodo attorno agli approcci cinesi alla governance dell’intelligenza artificiale e agli standard tecnici.

Senza commentare specificamente il caso italiano, quali sono i rischi strategici per un alleato degli Stati Uniti quando invia segnali ambigui sull’ecosistema di intelligenza artificiale che intende sostenere?

L’ambiguità crea rischi su diversi livelli. In primo luogo, Pechino interpreta l’attendismo come un’opportunità e orienta il proprio coinvolgimento verso i governi, i ministeri e le imprese che appaiono più ricettivi.

In secondo luogo, l’ambiguità indebolisce la credibilità delle stesse coalizioni alle quali un Paese ha già aderito. Le partnership tecnologiche dipendono dalla fiducia nel fatto che gli alleati si muovano nella stessa direzione strategica. Ogni segnale visibile di incertezza riduce il costo politico, per gli altri, di comportarsi allo stesso modo.

Infine — e forse è questo l’aspetto più importante — le decisioni infrastrutturali assunte durante periodi di ambiguità spesso sopravvivono all’ambiguità stessa. I ministeri firmano contratti, le aziende integrano tecnologie e gli ingegneri sviluppano competenze attorno ad architetture specifiche. Quando infine emerge una maggiore chiarezza politica, quelle scelte tecniche hanno già ristretto le opzioni strategiche del governo, rendendo un’eventuale inversione di rotta molto più costosa.

Mentre l’intelligenza artificiale si sposta al centro della competizione geopolitica, la questione non è più soltanto quali tecnologie adottino i Paesi, ma di quale ecosistema di governance scelgano di entrare a far parte.


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