Nel confronto tra Washington e L’Avana emerge il fronte relativo a depositi di droni iraniani sull’isola. Anche se questi sistemi avrebbero un impatto relativamente limitato sul piano operativo, essi rappresentano un opportunità per la Casa Bianca di incalzare ulteriormente il regiem castrista
Nei magazzini dispersi per l’isola, le forze armate cubane starebbero accumulando scorte di droni di manifattura iraniana. Questa l’ipotesi avanzata dal presidente statunitense Donald Trump, che ha dichiarato che la Casa Bianca sta verificando se sull’isola siano presenti velivoli senza pilota prodotti da Teheran, avvertendo che, qualora fosse confermato, gli Stati Uniti “se ne occuperanno rapidamente”.
Secondo Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute della Florida International University, è plausibile che Cuba disponga di alcuni droni iraniani proprio perché Teheran ha cercato di esportare questa tecnologia “ovunque fosse possibile”, individuando nell’isola un potenziale mercato. Al centro della vicenda ci sarebbero soprattutto gli Shahed, la famiglia di droni kamikaze sviluppata dall’Iran che negli ultimi anni è diventata uno degli strumenti più riconoscibili della strategia militare di Teheran. Economici, relativamente semplici da produrre e capaci di colpire bersagli a centinaia di chilometri di distanza, gli Shahed sono stati esportati in diversi Paesi e gruppi alleati dell’Iran. La Russia li impiega massicciamente in Ucraina, mentre Teheran ha promosso la diffusione della tecnologia anche in Medio Oriente e, secondo diversi analisti, in America Latina. Ma non è da escludere anche la presenza di altre tipologie di sistemi unmanned iraniani, come ad esempio i Mohajer-6, che Teheran aveva fornito anche al Venezuela nel periodo in cui le tensioni con gli Stati Uniti stavano montando.
Lo stesso esperto sottolinea però che non esistono elementi per ritenere che L’Avana stia preparando un’azione offensiva contro gli Stati Uniti, uno scenario che definisce addirittura “suicida” per il regime cubano. Anche altri analisti invitano alla cautela. Fulton Armstrong, ex alto funzionario dell’intelligence statunitense per l’America Latina, sostiene che negli ultimi decenni il presunto pericolo rappresentato da Cuba sia stato spesso enfatizzato per giustificare politiche più aggressive nei confronti dell’isola. Pur ritenendo logico che L’Avana cerchi di rafforzare le proprie capacità difensive, Armstrong afferma di non aver mai visto prove di intenzioni offensive cubane verso gli Stati Uniti.
La questione della presenza di droni iraniani a Cuba non è affatto nuova. Già nei mesi scorsi, secondo informazioni di intelligence riportate da Axios e mai confermate pubblicamente, Cuba avrebbe acquisito circa 300 droni militari, arrivando addirittura a discutere possibili impieghi contro la base navale statunitense di Guantanamo, navi militari americane e persino Key West, in Florida. Gli stessi esperti, però, ridimensionano la portata militare dell’eventuale arsenale cubano. Anche nell’ipotesi che L’Avana disponga realmente di alcune centinaia di droni Shahed, spiegano, tali sistemi non sarebbero in grado di modificare gli equilibri strategici con gli Stati Uniti né rappresenterebbero una seria minaccia per il territorio americano. Piuttosto, la presenza di droni iraniani a Cuba confermerebbe come Teheran continui a utilizzare l’esportazione delle proprie tecnologie senza pilota come strumento di influenza geopolitica, estendendo la propria rete di partner ben oltre il Medio Oriente.
Ma per quel che riguarda Washington, la vicenda ha anche una chiave interpretativa “domestica”. Fonseca ritiene che la diffusione delle informazioni sui droni possa contribuire a costruire il consenso necessario per un eventuale inasprimento della pressione americana su Cuba, sulla scia dell’imposizione di nuove sanzioni contro il governo cubano e delle dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio e altri esponenti dell’amministrazione che hanno definito l’isola una minaccia per la sicurezza nazionale statunitense.
















