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Perché l’Europa non può più rimanere inerme con la Cina. Report Ispi

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L’attuale squilibrio commerciale e industriale, tutto a vantaggio del Dragone, non è più accettabile. E se Bruxelles vuole rovesciare le sorti deve lavorare non solo di strumenti, ma anche di postura

L’Europa non può permettersi di continuare a scontare gli effetti nefasti di un disavanzo commerciale con la Cina non troppo lontano dai 400 miliardi. Praticamente i soldi che prestano i mercati ogni anno all’Italia. A Bruxelles, certo, il vento è cambiato. Nessuno, o quasi, ha più voglia di assistere impotente alla disintegrazione sistematica di imprese che non ce la fanno a reggere la concorrenza dopata di Pechino. Per questo la Commissione europea si è data tempo fino a ottobre prossimo per riequilibrare le sorti, ovvero provare a convincere il Dragone a mettersi sullo stesso piano dell’Europa, vendendo meno nel Vecchio continente rispetto a quanto quest’ultimo faccia in Cina.

Missione delicata e difficile al tempo stesso ma, ecco il punto, non c’è scelta. Ne sono più che convinti anche gli stessi economisti dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale presieduto dall’ambasciatrice Mariangela Zappia. “Il cambiamento della relazione bilaterale tra Ue e Cina non consiste semplicemente nell’aumento delle tensioni commerciali o nell’introduzione di nuovi strumenti di difesa economica, ma riflette un più profondo e complesso intreccio tra economia, sicurezza e geopolitica. In questo nuovo contesto, il commercio non rappresenta più soltanto uno spazio di cooperazione, ma diventa sempre più uno strumento di competizione strategica”, è la premessa.

“Bruxelles ha progressivamente affiancato alla logica del de-risking una strategia più ampia di re-balancing, con l’obiettivo di riequilibrare una relazione economica percepita come sempre più asimmetrica. A tal fine, l’Unione si è dotata negli ultimi anni di un numero crescente di strumenti di sicurezza economica, difesa commerciale e controllo degli investimenti. Questa evoluzione rappresenta un cambiamento significativo rispetto al passato, e riflette una crescente consapevolezza delle vulnerabilità e dipendenze europee”, scrivono gli esperti dell’Ispi.

“Il punto centrale, più che il numero degli strumenti che Bruxelles avrà a disposizione, riguarda la strategia che dovrebbe guidarne l’utilizzo. La maggior parte degli strumenti esistenti o in fase di sviluppo è infatti spesso concepita per affrontare singoli problemi. La sfida posta dalla Cina, però, presenta una natura diversa. Non riguarda un singolo settore o una singola misura commerciale, ma un modello economico e industriale nel suo complesso, nel quale politiche industriali, sicurezza nazionale, innovazione tecnologica e politica estera operano in maniera profondamente integrata. Il rischio dell’Unione è quello di rispondere a una sfida sistemica attraverso strumenti prevalentemente settoriali e per lo più frammentati”. Tradotto, serve un cambio di filosofia a monte. E serve subito.

“In definitiva, lo status quo non appare più sostenibile, ma nemmeno una logica di contrapposizione priva di visione strategica rappresenta una soluzione. Il futuro delle relazioni tra Ue e Cina dipenderà quindi non soltanto dall’evoluzione delle politiche di Pechino, ma soprattutto dalla capacità dell’Unione di definire una strategia autonoma e credibile, anche in assenza di un pieno coordinamento transatlantico che ne amplificherebbe l’impatto. Il rischio maggiore per l’Ue è quello di non riuscire a trasformare gli strumenti disponibili in un’azione coerente finendo così per erodere simultaneamente la credibilità di Bruxelles e la sua capacità di deterrenza”.


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