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Il centrodestra si rafforza se sa parlare anche ai moderati. Parla Chiarelli (Udc)

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Dopo il Consiglio nazionale dell’Udc a Roma, il vicesegretario nazionale Gianfranco Chiarelli traccia la rotta del partito: legge elettorale, radicamento territoriale, sanità, longevità e rilancio dell’area popolare nel centrodestra. “Il Centro non è una nostalgia del passato, ma una cultura politica necessaria per affrontare le trasformazioni del Paese”

Il Consiglio nazionale dell’Unione di Centro, riunito a Roma sotto la guida del presidente nazionale Lorenzo Cesa e del segretario nazionale Antonio De Poli, ha delineato le priorità politiche e organizzative del partito per i prossimi mesi. Dalla riforma della legge elettorale al rafforzamento della presenza nei territori, fino alle sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dall’evoluzione del sistema sanitario, l’Udc punta a rilanciare il ruolo dell’area moderata all’interno del centrodestra. Ne parliamo con Gianfranco Chiarelli, vicesegretario nazionale del partito.

Quale messaggio politico esce dal Consiglio nazionale di Roma?

Esce un partito che vuole rafforzarsi e occupare uno spazio politico che oggi esiste ed è tutt’altro che marginale. Molti italiani chiedono una politica meno ideologica e più orientata alle soluzioni. C’è un Paese fatto di famiglie, imprese, professionisti, amministratori locali e corpi intermedi che chiede stabilità, serietà e capacità di governo. L’Udc vuole rappresentare questa domanda di equilibrio e trasformarla in una proposta politica riconoscibile, radicata nei territori e capace di guardare al futuro.

Negli ultimi mesi si è tornati a parlare con insistenza del Centro. È davvero uno spazio politico ancora disponibile?

Più che disponibile, direi necessario. Ma bisogna chiarire cosa intendiamo per Centro. Non è una semplice collocazione geometrica tra destra e sinistra, né un’operazione tattica. Per noi significa tradizione popolare, cultura cattolico-democratica, europeismo, sussidiarietà, responsabilità istituzionale e attenzione ai corpi intermedi. Un centrodestra che vuole restare competitivo deve essere capace di parlare anche a quell’elettorato moderato che non si riconosce nei toni della contrapposizione permanente. È qui che l’Udc può offrire un contributo originale, ampliando il consenso della coalizione e rafforzandone la capacità di governo.

In Europa crescono movimenti identitari e populisti. Ritiene che anche il centrodestra italiano debba evitare quella deriva?

Ogni forza politica sceglie la propria identità. Noi non intendiamo rincorrere chi costruisce consenso attraverso la radicalizzazione del confronto. Abbiamo una storia e un patrimonio di valori che non cambiano in base alle convenienze del momento. Pensiamo che responsabilità, cultura di governo, rispetto delle istituzioni e centralità della persona siano elementi indispensabili per chi vuole governare un Paese complesso come l’Italia. Questa impostazione non indebolisce il centrodestra, al contrario lo rende più largo, più credibile e più competitivo.

Tra le priorità indicate dal Consiglio nazionale c’è il ritorno alle preferenze nella legge elettorale. Perché è una battaglia così importante per l’Udc?

Perché riguarda la qualità della nostra democrazia. Restituire agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti significa rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Chi viene eletto grazie alla fiducia del proprio territorio sa di dover rispondere innanzitutto a quella comunità. Non è una questione tecnica ma profondamente politica: la rappresentanza diventa più forte quando è fondata sulla responsabilità personale e sul legame con il territorio.

Il Consiglio nazionale ha deciso di investire molto anche sull’organizzazione territoriale. Qual è l’obiettivo?

Un partito vive se mantiene un rapporto continuo con amministratori, associazioni, categorie produttive e comunità locali. Per questo vogliamo rafforzare ulteriormente la nostra organizzazione. Il prolungamento del tesseramento, le assemblee territoriali e la successiva stagione congressuale rispondono a un’esigenza precisa: fare in modo che il confronto con i territori contribuisca concretamente alla costruzione della linea politica nazionale. Un partito radicato è anche un partito più capace di interpretare i cambiamenti del Paese.

Il 12 e 13 settembre l’Udc celebrerà a Roma la Festa nazionale. Che significato avrà questo appuntamento?

Vorremmo che fosse un momento di confronto aperto, non soltanto una manifestazione di partito. L’obiettivo è coinvolgere amministratori, rappresentanti del mondo economico, delle professioni, del volontariato e della società civile. Se vogliamo costruire un’area moderata più ampia dobbiamo saper dialogare anche con chi oggi non appartiene a un partito ma desidera contribuire con idee e competenze alla crescita del Paese.

Lei parla spesso del “tempo della longevità”. Cosa significa dal punto di vista delle politiche pubbliche?

L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e questa è una grande conquista. Ma la longevità modifica profondamente il welfare, il mercato del lavoro, la sanità e perfino l’organizzazione delle nostre città. Continuare a leggere l’invecchiamento esclusivamente come un problema previdenziale o come un aumento della spesa sanitaria sarebbe un errore. Occorre costruire un modello capace di favorire autonomia, prevenzione e qualità della vita lungo tutto l’arco dell’esistenza. Questo significa investire nella medicina territoriale, nell’assistenza domiciliare, nei servizi di prossimità e nell’integrazione tra politiche sanitarie e sociali. Una società longeva non può limitarsi a intervenire quando il bisogno è già diventato emergenza: deve essere in grado di prevenirlo e accompagnare la persona lungo tutto il percorso assistenziale. C’è poi il tema della non autosufficienza, destinato a diventare una delle grandi questioni dei prossimi anni. Ancora oggi troppe famiglie sono lasciate sole nel cercare risposte tra servizi sanitari, prestazioni sociali e amministrazioni diverse. È necessario costruire un sistema più semplice, più coordinato e più vicino ai cittadini. Questa è una delle grandi sfide che attendono la politica italiana.

Quale contributo vuole offrire l’Udc al centrodestra nei prossimi anni?

Vogliamo rafforzare una cultura politica che tenga insieme crescita economica, coesione sociale, libertà, solidarietà, sussidiarietà ed europeismo. Pensiamo che il Centro non sia una nostalgia del passato ma uno strumento per interpretare le trasformazioni del presente. L’Italia sta attraversando cambiamenti profondi e serve una politica capace di coniugare innovazione e responsabilità, competitività e inclusione, identità nazionale e piena appartenenza all’Europa. Se sapremo tradurre questi valori in proposte concrete e comprensibili, il Centro tornerà a essere non semplicemente uno spazio politico da occupare, ma un protagonista della vita pubblica italiana e un valore aggiunto per l’intero centrodestra.


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