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Safe, perché Roma riapre ai 14,9 miliardi europei

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Il Safe torna al centro della linea italiana sulla difesa. Dopo il via libera europeo ai 14,9 miliardi di prestiti, Roma aveva frenato per i vincoli di bilancio e la natura non gratuita dello strumento. Ora il governo riapre all’utilizzo con una lettura prudente, non nuova spesa automatica, ma una leva finanziaria da valutare in base alla convenienza e agli impegni già previsti

Safe sembrava la risposta più semplice alla pressione europea sulla difesa italiana. Bruxelles metteva a disposizione prestiti agevolati, Roma otteneva una quota da 14,9 miliardi e il rafforzamento delle capacità militari trovava una leva finanziaria già pronta. Poi il dossier si è complicato, poiché quei soldi non sono un contributo a fondo perduto, ma debito da gestire. Tra impegni Nato e vincoli di bilancio, il governo aveva prima frenato e ora torna a dire sì, con una formula diversa. Non più un accesso pieno e immediato, ma una valutazione su quanto convenga usare davvero.

Il fondo Safe nasce per sostenere gli investimenti europei nella difesa attraverso prestiti comuni. Lo strumento serve a finanziare capacità considerate urgenti, dalla difesa aerea e antimissile ai droni, dalle munizioni allo spazio e al cyber. L’Italia aveva chiesto di accedervi e aveva ottenuto il via libera europeo per una quota fino a 14,9 miliardi. Nella prima fase, quindi, la direzione sembrava chiara. Usare il canale europeo per rafforzare la Difesa e accompagnare il nuovo ciclo di spesa chiesto dalla Nato.

La frenata italiana

Il primo cambio di passo è arrivato quando la disponibilità europea ha dovuto fare i conti con le scelte nazionali. Il governo si è orientato verso un uso molto più limitato dello strumento, legato soprattutto ai programmi già coperti da contratti firmati. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, aveva spiegato che “non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente”.

Il punto era contabile e politico. Safe offre condizioni favorevoli, ma resta un prestito. Per questo non può essere trattato come una risorsa gratuita, né come una scorciatoia capace di cancellare il problema del debito. La prudenza italiana è emersa anche nel confronto con altri Paesi europei. Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio avevano già firmato accordi di prestito, mentre Roma ha mantenuto una posizione più cauta.

Il nuovo sì

La nuova informativa di questa mattina di Tajani e Guido Crosetto sugli esiti del vertice Nato di Ankara segna un altro aggiustamento. Il ministro degli Esteri ha spiegato come l’Italia abbia “prenotato” i 14,9 miliardi e che il governo deciderà entro la fine dell’anno quanti utilizzarne. È un ritorno al sì, ma non coincide con la posizione iniziale. La quota resta sul tavolo, l’uso effettivo viene rinviato a una valutazione successiva.

Crosetto ha chiarito il senso della scelta. Il Safe, ha spiegato, “è uno strumento di finanziamento della spesa militare. Non aggiuntivo di quella prevista a bilancio”. La frase riduce lo spazio per una lettura politica troppo larga. Per la Difesa, Safe può funzionare come alternativa tecnica al normale ricorso ai titoli di Stato per finanziare capitoli già previsti. Non viene presentato come un nuovo pacchetto di spesa, ma come un modo diverso per coprire impegni esistenti, se risulterà conveniente.

Il bilancio resta il passaggio vero

Il dossier torna quindi positivo, ma resta condizionato. L’Italia non rinuncia alla dotazione europea, però non trasforma automaticamente i 14,9 miliardi in nuova spesa militare. La decisione sarà su quanto usare, su quali capitoli applicare il finanziamento e con quale effetto sui conti pubblici.

Crosetto ha separato Safe dal passaggio più politico, cioè l’eventuale scostamento di bilancio per difesa ed energia. È lì che si misurerà l’aumento effettivo dello spazio di spesa. Safe, invece, resta una leva finanziaria. Utile, anche rilevante, ma non sufficiente da sola a risolvere il rapporto tra ambizioni militari, impegni Nato e sostenibilità dei conti italiani.

 

 


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