Dopo cinque mesi di guerra, il Presidente americano si ritrova sostanzialmente nella stessa posizione in cui si trovava all’inizio del conflitto. In questo quadro l’Europa, pur disponendo di strumenti più limitati rispetto agli Stati Uniti, continua ad avere un ruolo importante. Non quello di protagonista militare, bensì quello di interlocutore credibile. Anche l’Italia può contribuire in maniera significativa, valorizzando la propria posizione nel Mediterraneo e il ruolo che intende svolgere come hub energetico europeo. L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta
Cinque mesi rappresentano un periodo sufficiente per valutare gli effetti di una crisi internazionale. Nel caso della guerra tra Stati Uniti e Iran, il bilancio appare oggi piuttosto chiaro: il Medio Oriente è profondamente cambiato sotto molti aspetti, ma il principale obiettivo strategico perseguito da Washington sembra essere rimasto irraggiungibile. È questo il paradosso con cui l’amministrazione Trump deve confrontarsi. Gli unici settori che hanno ottenuto un evidente vantaggio economico sono stati quello finanziario-speculativo, quello industriale della difesa e quello energetico della vendita di prodotti raffinati, dal gas alla benzina.
L’impressione è che, dopo una lunga sequenza di operazioni militari, iniziative diplomatiche, annunci di tregua e nuove minacce (dettate dai continui cambiamenti di umore del Presidente), gli Stati Uniti siano sostanzialmente tornati al punto di partenza. Il Memorandum of Understanding concluso nei mesi scorsi è ormai carta straccia, mentre nei giorni scorsi sono ripresi gli attacchi contro l’Iran salvo poi decidere di sospenderli nuovamente vista la difficoltà di infliggere danni significativi al regime.
La storia insegna che le guerre sono relativamente semplici da iniziare, ma molto più difficili da concludere. Soprattutto quando l’obiettivo non consiste nella conquista di un territorio, bensì nella modifica del comportamento di un avversario. È esattamente ciò che sta accadendo con l’Iran, la cui capacità di resistenza è stata incredibilmente sottovalutata dalla Casa Bianca. Non si è verificato alcun regime change, né vi sono segnali che lascino prevedere un cambiamento radicale dell’orientamento strategico di Teheran. Se qualcosa è cambiato, riguarda piuttosto gli equilibri interni del potere iraniano, con un progressivo rafforzamento della componente militare rispetto a quella religiosa (mentre continuano a restare oscuri il ruolo e lo stato di salute della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei indicato dall’ala più dura del regime).
Nel frattempo, il contesto regionale si è fatto ancora più articolato. L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita sulla cooperazione nel nucleare civile costituisce certamente un importante successo diplomatico per Washington e consolida una relazione strategica destinata a rimanere centrale anche negli anni a venire. Tuttavia, le tempistiche con cui questo accordo è stato concluso non appaiono certo ideali. Con Israele, questa decisione potrebbe portare ad un ulteriore deterioramento dei rapporti dopo che le operazioni a Gaza avevano già messo in crisi gli Accordi di Abramo; l’Iran interpreta l’intesa come l’ennesima conferma dell’esistenza di un fronte ostile; altri attori regionali, dal Pakistan (altra potenza nucleare nella regione) ai Paesi del Golfo, sono chiamati a ridefinire le proprie strategie in un contesto sempre meno prevedibile. I colloqui oggi del Primo Ministro Netanyau a Washington in preparazione delle elezioni di fine ottobre in Israele potranno chiarirre meglio le strategie e gli obiettivi fino al traguardo di inizio novembre delle elezioni di mid-term.
Anche sul piano economico sfugge la logica dell’operazione anti-Iran avviata dagli Stati Uniti. Il prezzo del petrolio rimane molto alto (anche se comunque non fuori controllo), mantenendo il costo della benzina intorno alla soglia ‘psicologica’ dei 4 dollari al gallone che potrebbe punire pesantemente Donald Trump nelle urne alle prossime elezioni di mid-term. Inoltre, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb continuano a rappresentare due dei principali punti di vulnerabilità del commercio mondiale. Un eventuale coinvolgimento più diretto e pesante degli Houthi o di altri alleati regionali dell’Iran potrebbe mettere nuovamente a repentaglio la sicurezza delle rotte marittime tra Asia ed Europa.
La domanda fondamentale rimane quindi la stessa: quale strategia stanno realmente perseguendo gli Stati Uniti? L’impressione è che, con il passare dei mesi, le esigenze della politica interna abbiano finito per influenzare sempre più profondamente le decisioni di politica estera. Donald Trump continua ad alternare aperture negoziali, dimostrazioni di forza e nuovi ultimatum con una rapidità che rende difficile persino agli alleati interpretarne gli obiettivi. Ma il dato politico più rilevante è un altro: dopo cinque mesi di guerra, il Presidente americano si ritrova sostanzialmente nella stessa posizione in cui si trovava all’inizio del conflitto; anzi, se possibile in una posizione ancora peggiore, dato che prima del 28 febbraio il passaggio attraverso Hormuz era libero e gratuito mentre cresce il peso politico della Cina e della alleanza musulmana sunnita formata da Turchia, Egitto, Pakistan ed Arabia Saudita.
Le ripercussioni sul piano interno sembrano dunque inevitabili. Le elezioni di mid-term rappresenteranno il primo vero banco di prova per valutare il giudizio degli elettori sulla gestione della crisi iraniana. Se dovesse consolidarsi la percezione di un conflitto lungo, costoso e privo di risultati strategici definitivi, le conseguenze potrebbero essere significative per la maggioranza repubblicana e, soprattutto, per la leadership dello stesso Trump.
In questa prospettiva assumono un significato diverso anche le recenti dichiarazioni del Presidente su un possibile terzo mandato. Al di là della reale interpretazione (non è ancora chiaro se si tratti di una boutade o di una reale intenzione), dal punto di vista costituzionale la questione appare molto chiara. Il XXII emendamento vieta di essere eletti Presidente degli Stati Uniti per più di due volte, indipendentemente dal fatto che i mandati siano consecutivi oppure no. L’intervallo della Presidenza Biden non modifica in alcun modo questo principio. Né può essere richiamato il precedente di Franklin Delano Roosevelt, rieletto quattro volte prima dell’introduzione del limite costituzionale nel 1951. Anche l’ipotesi di modificare la Costituzione appare oggi molto difficile, richiedendo maggioranze parlamentari e un consenso tra gli Stati che nessun osservatore ritiene concretamente raggiungibili. Ad oggi, le continue allusioni al “Trump 2028” devono quindi essere interpretate soprattutto come uno strumento di politica interna. Più che preparare una candidatura impossibile, il Presidente mira probabilmente a evitare di trasformarsi troppo presto in una lame duck, mantenendo il controllo del Partito Repubblicano e rinviando l’apertura della competizione per la successione. E, se non altro, il merchandising “Trump 2028”, già disponibile sul mercato, assicurerà un cospicuo ritorno economico.
In questo quadro l’Europa, pur disponendo di strumenti più limitati rispetto agli Stati Uniti, continua ad avere un ruolo importante. Non quello di protagonista militare, bensì quello di interlocutore credibile, capace di favorire il dialogo e sostenere ogni iniziativa di de-escalation. Anche l’Italia può contribuire in maniera significativa, valorizzando la propria posizione nel Mediterraneo e il ruolo che intende svolgere come hub energetico europeo. In una fase storica nella quale la forza sembra essere tornata al centro delle relazioni internazionali, la diplomazia può ancora produrre frutti concreti fra attori razionali.
















