Skip to main content

Il teatro dell’orrore di Teheran, e il silenzio che lo copre. Il commento di Pagani

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Non possiamo impedire a Teheran di issare un’altra forca. Possiamo, però, smettere di voltarci dall’altra parte mentre lo fa. È la differenza minima, ma non trascurabile, tra essere spettatori inconsapevoli di un teatro dell’orrore e diventarne, senza volerlo, il pubblico complice di cui quel teatro ha bisogno per funzionare. Il commento di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

C’è una fotografia che l’Italia porta scolpita nella memoria collettiva, anche quando finge di non ricordarla: i corpi dei giovani partigiani esposti nelle piazze dai repubblichini di Salò, le esecuzioni pubbliche pensate non per fare giustizia ma per insegnare al resto della popolazione cosa accade a chi si ribella. Non era un effetto collaterale della repressione: era il messaggio stesso. Il potere agonizzante della Repubblica Sociale, consapevole della propria illegittimità e della propria fine imminente, non poteva più contare sul consenso: poteva solo esibire la morte, sperando che il terrore facesse il lavoro che la legittimità non riusciva più a fare.

Non era violenza applicata in segreto, nei sotterranei delle caserme: era violenza mostrata deliberatamente, lasciata sui pali o appesa ai balconi per giorni, perché ogni passante capisse. Più il fronte arretrava e la sconfitta militare si avvicinava, più quella violenza si faceva plateale, quasi liturgica — l’ultima forma di autorità rimasta a un potere che aveva già perso tutto il resto: il territorio, gli alleati, il futuro. È una costante che la storia della repressione politica ripropone con desolante regolarità: quando un regime non può più contare sul consenso, sostituisce la persuasione con lo spettacolo del castigo.

A ottant’anni di distanza, in un altro continente, un altro regime che sente scricchiolare le proprie fondamenta sta usando lo stesso copione. Solo che questa volta a essere impiccati non sono uomini che hanno imbracciato un fucile in montagna, ma ragazzi che sono scesi in piazza a mani nude, spesso senza altra colpa che aver gridato uno slogan o aver filmato con un telefono ciò che accadeva intorno a loro.

I nomi che nessuno pronuncia

Il 21 luglio, a Iranshahr, le autorità iraniane hanno impiccato Meysam Irandegani, un giovane della minoranza baluci arrestato quando aveva 14 anni. È stato giustiziato a 18, dopo quattro anni di detenzione. Due giorni prima, il 19 luglio, erano stati impiccati Erfan Esfandiari, 18 anni, e Gol Mohammad Mohammadi, cittadino afghano di 23 anni, entrambi coinvolti nel processo noto come “Piazza Alikhani”, legato alle proteste dell’8 gennaio a Isfahan. Il 22 luglio è toccato a Mehdi Khaneki, 26 anni, neolaureato in giurisprudenza. Solo tra il 15 e il 22 luglio il regime ne ha giustiziati ventidue.

Non sono casi isolati: sono la coda di una sequenza. La Corte Suprema iraniana ha confermato il 5 luglio le condanne a morte di altri dodici imputati dello stesso fascicolo di Isfahan, e la Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha chiesto il 23 luglio la sospensione immediata delle esecuzioni, avvertendo che alcune famiglie erano già state convocate per l’ultimo colloquio con i propri figli — la macabra anticamera amministrativa della morte di Stato. Il 10 luglio le forze di sicurezza avevano già attaccato le detenute politiche nel reparto femminile del carcere di Evin, colpevoli soltanto di protestare contro il sovraffollamento. Nei bracci della morte di tutto il Paese centinaia di condannati sono in sciopero della fame, l’unica forma di resistenza rimasta a chi non ha più nulla da perdere.

I numeri aggregati raccontano la stessa storia su scala industriale: 894 esecuzioni negli ultimi sei mesi secondo le organizzazioni per i diritti umani che monitorano il fenomeno, quasi 4.000 in due anni. Un ritmo che si è impennato proprio dopo la guerra di febbraio-marzo e la morte di Khamenei, quando il regime avrebbe dovuto, semmai, allentare la presa per ricostruire un minimo di consenso. Ha fatto l’esatto contrario.

Perché un regime morente uccide i suoi ragazzi in pubblico

Hannah Arendt, ne “Le origini del totalitarismo”, osservava che nei regimi totalitari il terrore non serve a eliminare un’opposizione reale: diventa l’essenza stessa del governare, e continua a funzionare anche — soprattutto — quando l’opposizione non rappresenta più una minaccia concreta al potere. È esattamente ciò che accade oggi in Iran: i ragazzi impiccati non sono un pericolo militare per Teheran. Sono simboli, e vengono trattati come tali.

Michel Foucault, in Sorvegliare e punire, ha descritto il supplizio pubblico dell’Ancien Régime come una rappresentazione teatrale della forza del sovrano, messa in scena proprio quando quella forza viene percepita come ferita. Più il potere è instabile, più ha bisogno di rendere visibile la propria capacità di infliggere la morte. Achille Mbembe ha chiamato questo meccanismo necropolitica: il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, esibito come prova di sovranità quando ogni altra prova è venuta meno. E Pilar Calveiro, studiando i desaparecidos argentini, ha mostrato come questi regimi non abbiano mai avuto bisogno del segreto assoluto: hanno bisogno che la popolazione sappia, intuisca, tema — un segreto aperto che si diffonde per contagio nella società, paralizzandola.

Elias Canetti, in “Massa e potere”, aggiunge un tassello che spiega perché sia proprio la gioventù il bersaglio prediletto di questa liturgia: il potere autoritario si consolida facendo sentire a ogni suddito la minaccia costante della morte altrui, esibita come prova della propria sopravvivenza e superiorità. Chi comanda si rafforza mostrando che può decidere della vita di chiunque, e sceglie deliberatamente i corpi più giovani perché sono quelli in cui la comunità proietta il proprio futuro: colpire un diciottenne significa colpire simbolicamente un’intera generazione, comunicarle che non ne avrà un’altra se non si sottomette.

Il regime di Teheran, uscito a pezzi da una guerra perduta, dall’assassinio del proprio leader supremo, da una crisi economica che ha svuotato le tasche di milioni di iraniani e da mesi di proteste che a gennaio hanno portato in piazza, secondo alcune stime, fino a cinque milioni di persone in tutto il Paese, non ha oggi altra carta da giocare. Non può offrire pane, non può offrire libertà, non può offrire futuro. Può solo offrire paura, esibita pubblicamente, sui corpi dei più giovani — perché sono loro il nucleo demografico e simbolico della rivolta, e colpire loro significa colpire la parte del Paese che ha ancora qualcosa da perdere: gli anni a venire.

Non è un caso che, parallelamente alle esecuzioni, il potere giudiziario abbia accelerato le procedure processuali su ordine diretto dei vertici della magistratura, comprimendo i tempi tra condanna e patibolo fino a rendere quasi impossibile la mobilitazione internazionale in tempo utile a salvare una vita. È la stessa logica amministrativa della fretta che si osservava nei tribunali speciali dei regimi al tramonto: la burocrazia della morte diventa essa stessa un ingranaggio del terrore, non solo il suo strumento esecutivo.

Il silenzio che completa il lavoro del boia

C’è un secondo livello di responsabilità in questa storia, ed è quello che riguarda noi. Mentre i tribunali rivoluzionari di Teheran emettevano queste sentenze, l’attenzione dei media europei restava quasi interamente assorbita da altri fronti — dai negoziati diplomatici, dagli equilibri energetici, dalle cronache della guerra appena conclusa. Le esecuzioni dei manifestanti sono trattate, quando lo sono, come una nota a margine, un trafiletto tra le agenzie, mai come apertura. Gli osservatori dei diritti umani lo hanno denunciato esplicitamente: il regime ha approfittato della ridotta attenzione internazionale, concentrata sugli sviluppi bellici, per intensificare la repressione interna quasi indisturbato.

Non è un dettaglio neutro. Se il terrore di Stato ha bisogno di essere visto — dalla propria popolazione, per funzionare come deterrente — ha anche bisogno, specularmente, di non essere visto da chi potrebbe trasformarlo in un costo politico per il regime: opinione pubblica internazionale, cancellerie occidentali, organismi multilaterali. Il silenzio distratto dei media europei non è complicità attiva, ma ne produce l’effetto pratico: consente a Teheran di gestire la propria narrazione interna del terrore senza dover contemporaneamente gestire l’imbarazzo di una condanna internazionale forte e continuativa. Ogni giorno in cui un’esecuzione di un diciottenne non fa notizia è un giorno in cui il regime incassa il beneficio interno del terrore senza pagarne il prezzo esterno.

Le eccezioni esistono, e vale la pena segnalarle: la Missione Onu d’inchiesta continua a pubblicare appelli puntuali, alcuni parlamentari italiani hanno depositato dichiarazioni di condanna, il Regno Unito ha inserito i Guardiani della Rivoluzione nella propria lista delle organizzazioni terroristiche anche in ragione del ruolo giocato nella repressione interna. Ma si tratta di iniziative istituzionali, spesso confinate agli addetti ai lavori, che raramente attraversano la soglia dell’informazione generalista e diventano consapevolezza diffusa nell’opinione pubblica europea. Manca, in altre parole, la ripetizione ostinata e quotidiana che trasforma una notizia in un fatto che nessun governo può più permettersi di ignorare.

Chi ha vissuto la stagione delle stragi di Salò sa che la memoria di quei corpi esposti nelle piazze italiane è sopravvissuta proprio perché, alla fine, qualcuno ha raccontato, fotografato, testimoniato — anche a distanza di tempo. I ragazzi impiccati a Isfahan, a Iranshahr, a Mashhad non avranno bisogno degli storici tra ottant’anni: hanno bisogno di cronisti oggi. Il compito minimo dell’informazione europea non è scegliere una linea politica sull’Iran — è semplicemente rifiutarsi di lasciare che l’orrore resti invisibile, perché è proprio nell’invisibilità internazionale che un potere in decomposizione trova l’ultimo spazio per sopravvivere a se stesso.

Una regola che vale sempre

C’è una regola che la storia della repressione politica ripete con una costanza quasi didattica, dai tribunali speciali della Repubblica di Salò ai centri clandestini di detenzione dell’Argentina della giunta, fino alle forche innalzate oggi nelle piazze iraniane: il potere che ha perso la propria legittimità non chiede più consenso, chiede terrore, e ha bisogno che quel terrore sia visto. Foucault lo aveva scritto pensando al supplizio d’Ancien Régime, ma la sua intuizione resta valida per ogni epoca: più la sovranità è ferita, più deve rendersi visibile attraverso il corpo di chi punisce. La differenza, oggi, è che quella visibilità può essere amplificata o soffocata a seconda di quanto l’informazione internazionale decide di guardare altrove.

Non possiamo impedire a Teheran di issare un’altra forca. Possiamo, però, smettere di voltarci dall’altra parte mentre lo fa. È la differenza minima, ma non trascurabile, tra essere spettatori inconsapevoli di un teatro dell’orrore e diventarne, senza volerlo, il pubblico complice di cui quel teatro ha bisogno per funzionare.


×

Iscriviti alla newsletter